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sabato 6 aprile 2013

Secondo un recente studio, gli uomini calvi avrebbero maggiori rischi di sviluppare delle malattie cardiache.


In passato si diceva che la calvizia maschile, (nota anche come "la calvizie", oppure con il nome scientifico: Alopecia androgenetica), fosse un simbolo di virilità, forse perché associata alla maggiore presenza di testosterone, o forse perché era soltanto un modo per consolare coloro che erano afflitti dalla perdita dei capelli. Ma, credenze popolari a parte, la calvizia è un problema serio che ad oggi affligge sempre più uomini e che è in costante e preoccupante aumento. E come se non bastasse, a far aumentare le preoccupazioni potrebbe essere un recente studio pubblicato sul British Medical Journal, che ha suggerito come la calvizia maschile possa aumentare anche il rischio di malattie coronariche e cardiache. In pratica si è trattata di una revisione effettuata da alcuni ricercatori dell'Università di Tokyo, basata su dati MEDLINE e Cochrane Library, che si è avvalsa di 6 studi precedenti scelti tra quelli che soddisfacevano tutti i criteri di ammissibilità. Il primo dato importante che è emerso dalla revisione è, appunto, la maggiore probabilità di sviluppare malattie dell'apparato cardiovascolare da parte di coloro che hanno perso gran parte dei capelli, rispetto a coloro che invece ancora li conservano. Nello specifico, ad essere più a rischio sarebbero coloro che presentano un maggiore diradamento dei capelli, (cosiddetto "a corona"), piuttosto che coloro che sono stempiati; e dunque, secondo questo studio, è peggio perdere i capelli nella parte superiore della testa che non nella parte anteriore. In sostanza gli studi analizzati sono stati pubblicati tra il 1993 ed il 2008, ed hanno visto il coinvolgimento di circa 40.000 uomini. Inoltre la media di durata di questi studi era di 11 anni e i ricercatori si sono concentrati in particolare sugli uomini di età inferiore ai 55 anni. E quindi grazie all'analisi dei primi tre studi i ricercatori hanno stabilito che gli uomini del tutto calvi oppure ampiamente calvi avrebbero il 44% in più di probabilità di sviluppare una malattia coronarica. Mentre, secondo l'analisi degli altri tre studi, è stato stabilito che gli uomini calvi hanno un rischio del 70% di sviluppare una malattia cardiaca nella fascia di età media; invece nella fascia di età più giovane il rischio arriva all'84%. Oltretutto tra le diverse possibili spiegazioni all'aumentato del rischio di malattie cardiovascolari, i ricercatori hanno citato: una possibile resistenza all'insulina, (precursore del diabete); un possibile stato d'infiammazione cronica nei vasi sanguigni che interessano sia il cuore che i peli; oppure l'aumento alla sensibilità al testosterone. Al riguardo durante un'intervista della BBC il dottor Tomohide Yamada, dell'Università di Tokyo, ha spiegato: "Abbiamo trovato un legame significativo, anche se modesto, tra la calvizie, almeno sulla parte superiore della testa, ed il rischio di malattia coronarica. Abbiamo pensato che questo sia un collegamento, ma non forte come molti altri tra cui il fumo, l'obesità, i livelli di colesterolo e la pressione sanguigna". Tuttavia, secondo gli scienziati, sarebbe più importante prestare attenzione al "girovita" piuttosto che alla scarsità dei capelli. Infatti, sempre secondo gli scienziati, gli uomini più giovani che perdono i capelli sulla sommità della testa dovrebbero concentrarsi soprattutto sul miglioramento del loro stile di vita per assicurarsi di mantenere sano il loro cuore. Ad ogni modo l'esperto ha precisato che non sono state rilevate prove sufficienti per suggerire agli uomini calvi di effettuare degli screening periodici per monitorare eventuali problemi di cuore. Infatti in tal proposito Doireann Maddock, infermiera della British Heart Foundation, ha, infine, dichiarato: "Anche se questi risultati sono interessanti, gli uomini che hanno perso i loro capelli non dovrebbero essere allarmati da questa analisi. Serviranno altre ricerche per confermare qualsiasi legame tra la calvizie maschile ed un aumento del rischio di malattia coronarica o cardiaca".


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