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giovedì 15 agosto 2013

Gmail, il servizio di posta elettronica dove non ci si può aspettare che la propria corrispondenza rimanga privata.


Tutti quegli utenti Gmail che temevano per la propria privacy online, a quanto pare avevano ragione: di recente Google ha ammesso senza troppi giri di parole che gli utenti del proprio servizio di posta elettronica "non possono aspettarsi che la loro corrispondenza rimanga privata". O almeno questo è ciò che è stato spiegato in un documento di 39 pagine, compilato in occasione di una "class action" mossagli contro pratiche relative al cosiddetto "data mining", vale a dire la raccolta di informazioni sui propri utenti ad insaputa degli stessi. In sostanza il precedente citato da Google a sua difesa è il caso Smith v. Maryland del 1979, in cui si afferma che: "chi manda una missiva ad un collega è consapevole che potrà essere aperta e letta anche da un collaboratore del destinatario". Ed in questo caso il "collaboratore" sarebbe proprio Gmail, il quale riceve la posta dal mittente, la legge, ed in un secondo momento la gira al destinatario. Inoltre, secondo i querelanti, questa sorta di scansione automatica delle e-mail operata dal servizio di posta elettronica in questine, come anche i suoi filtri antispam e l'invio di pubblicità personalizzata, sarebbero un'invasione della privacy senza scusanti. Ma nonostante ciò il colosso californiano ha risposto che tali pratiche vengono accettate dagli utenti in cambio del servizio di posta. Quindi: «chi usa il servizio da' automaticamente il consenso implicito al trattamento automatizzato delle proprie e-mail». Tuttavia questa risposta non ha convinto il Consumer Watchdog, ovvero l'associazione americana per la tutela del consumatore, che senza giri di parole consiglia a tutti coloro che temono per la propria privacy di abbandonare Gmail. Infatti al riguardo l'avvocato John M. Simpson ha affermato: "Google usa un'analogia sbagliata. Mandare un'e-mail è come spedire una lettera all'ufficio delle poste e mi aspetto che l'ufficio la recapiti in base all'indirizzo sulla busta e non che il corriere la apra e la legga. Allo stesso modo, quando mando un'e-mail mi aspetto che venga recapitata al destinatario indicato in base all'indirizzo e-mail. Perché mai dovrei immaginarmi che venga intercettata da Google e letta?". Insomma il messaggio è abbastanza chiaro: come già in molti sospettavano, il colosso californiano legge e controlla tutto; anche se averne piena conferma è tutt'altro. Ad ogni modo, a prescindere di come la si pensi, il consiglio degli esperti è di vagliare con attenzione l'utilizzo che si fa della posta, quante informazioni si scambiano, tenendo conto anche del grande ecosistema che si cela dietro Gmail; ossia quel complesso di servizi come la "chat Hangouts", i documenti di "Google Drive", gli eventuali numeri di telefono ed indirizzi, (nel caso in cui si sia provveduto ad effettuare la sincronizzazione con il servizio di posta), ed, infine, anche il nuovo Social Network, Google+. Dunque, secondo alcuni, l'intera questione si riassumerebbe così: "Se si ha qualcosa da nascondere c'è un motivo in più per scappare, altrimenti lasciamogli leggere tutto in cambio della gratuità dei servizi". Anche se a dire il vero qui non si tratta tanto di "qualcosa da nascondere", ma di prendere in considerazione se ognuno di noi è disposto o meno a "condividere", (per così dire), la posta con Google. A voi la scelta...


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