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lunedì 30 settembre 2013

Scoperte 48 nuove varianti genetiche connesse alla Sclerosi Multipla.


In questi giorni grazie ad uno dei più grandi studi internazionali basati sugli aspetti genetici della Sclerosi Multipla, (spesso nota anche con la sigla SM), portato avanti dall'International Multiple Sclerosis Genetics Consortium, (noto anche con l'acronimo IMSGC) coordinando il lavoro di 193 scienziati di tutto il mondo, (divisi in 84 gruppi di ricerca in 13 Paesi) ed i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Genetics, sono stati scoperti ben 48 nuove varianti genetiche legate, appunto, alla Sclerosi Multipla, e riguardanti aspetti che influenzano lo svilupparsi di una malattia neurologica che colpisce milioni di persone in tutto il mondo. Per di più lo studio in questione, guidato della Miller School of Medicine dell'Università di Miami a livello internazionale, è passato anche dall'Università degli Studi del Piemonte Orientale e dall'Ospedale San Raffaele, sotto la coordinazione di Sandra D'Alfonso, (del Dipartimento di Scienze Mediche dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale), e da Filippo Martinelli Boneschi, (dell'Istituto di Neurologia Sperimentale del San Raffaele; noto anche con la sigla INSPE), in collaborazione con PROGEMUS, (coordinato da Maurizio Leone della clinica neurologica dell'Ospedale Maggiore di Novara), e PROGRESSO, (coordinato da Giancarlo Comi, direttore dell'INSPE), vale a dire due consorzi dei centri italiani che si occupano di Sclerosi Multipla. Oltretutto tra i 40 finanziatori del progetto, vi è stata anche la Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, (nota anche con la sigla FISM o AISM). Ad ogni modo in merito alla ricerca Jacob McCauley, dell'Università di Miami, che ha guidato il progetto per conto dell'IMSGC, ha spiegato: "Grazie alla pubblicazione di questi dati, la conoscenza della componente genetica di questa malattia complessa ha compiuto un importante passo in avanti. Grazie a questa nuova scoperta, siamo più vicini alla conoscenza ed individuazione dei meccanismi alla base dello sviluppo della Sclerosi Multipla ed alla scoperta dei bersagli di future strategie terapeutiche. Questi risultati rappresentano il completamento di un grande sforzo collaborativo: uno studio di tali dimensioni ed impatto non sarebbe stato possibile senza il lavoro e la volontà di un ampio gruppo di ricercatori e la partecipazione di migliaia di pazienti che hanno dedicato il proprio tempo e la propria energia". Insomma per farla breve si tratta di nuovi tasselli che importanti per capire i fattori di rischio e le origini della malattia, e che serviranno per arrivare a migliorare prevenzione e terapie. Infatti in tal proposito Filippo Martinelli Boneschi, neurologo dell'Ospedale San Raffaele, tra i coordinatori del team italiano, ha commentato: "Oggi finalmente conosciamo una consistente parte dei geni coinvolti nella Sclerosi Multipla. Ora l'obiettivo è quello di comprendere meglio la funzione di questi geni per sviluppare nuove terapie sempre più efficaci". Il che rappresenta un grande passo in avanti, considerando che la stima attuale dei malati di SM, (i cui sintomi, inizialmente lievi, diventano più evidenti col passare del tempo e lo sviluppo, causando difficoltà nel movimento, nell'equilibrio o nel pensiero, a seconda delle aree colpite), in tutto il mondo si aggira intorno ai 2,5 milioni di persone. Comunque sia è stato grazie all'IMGSC, fondato nel 2003 e formato da esperti di tutto il mondo che si occupano della malattia in questione, se durante quest'ultima ricerca è stato possibile utilizzare la cosiddetta tecnologia ImmunoChip, la quale nel tempo ha permesso di esaminare circa 200.000 varianti genetiche associate a diverse malattie autoimmuni. In ogni caso i DNA di malati di Sclerosi Multipla analizzati durante lo studio sono stati 29.300, mentre i controlli su pazienti sani sono stati 50.794, il che rappresenta una mole di dati che ha permesso di individuare, appunto, le suddette 48 nuove varianti genetiche associate alla SM, portando così a 110 quelle conosciute finora.


domenica 29 settembre 2013

Facebook introduce la funzione "Modifica" anche per i post e riscrive l'algoritmo per le pubblicità.


Rieccomi qua a parlare di Facebook, l'ormai popolare Social Network in Blu, che a quanto pare ha deciso di permettere ai propri utenti di poter modificare anche i post, (o stati, che dir si voglia): come avviene da non molto tempo anche per i commenti. "E finalmente!", diranno in molti, considerando che spesso ci si ritrova a scrivere qualcosa di cui poi ci si pente, oppure si commettono sbadatamente, (o, in alcuni casi, per questione di ignoranza), degli errori ortografici, o ancora si pubblica qualcosa che invece era meglio non dire. Insomma da oggi si potrà tornare indietro, poiché Facebook ha aggiornato il sistema di gestione dei post, che d'ora in poi potranno, appunto, essere modificati anche dopo la loro pubblicazione; cosa che prima non era possibile e quindi si doveva procedere con la cancellazione ed la ri-pubblicazione. Inoltre, come per i commenti, per poter usufruire di questa funzione basterà semplicemente cliccare in alto a destra sul post, (per intenderci come se lo si vuole eliminare oppure cambiare di data), e poi scegliere la voce "Modifica". Ad ogni modo, come spiegano alcuni esperti, finora Facebook non aveva messo a disposizione questa opzione perché c'era il timore che potesse essere usata in modo inappropriato, magari per cambiare il contenuto del proprio post dopo avere ricevuto dei "Mi piace" e commenti, in modo da dire una cosa diversa da quella commentata e condivisa dai propri amici. Ecco perché per evitare questo problema, ogni qual volta che il contenuto di uno stato viene cambiato, al fianco dell'orario di pubblicazione apparirà la scritta "Modificato". Inoltre, come succede anche per i commenti, cliccando sulla suddetta scritta si aprirà una cronologia in cui sarà visibile l'elenco delle varie modifiche apportate al post. Comunque sia la funzione, (che da tempo stata adottata da Google+, mentre non è ancora stata introdotta su Twitter), è già stata resa disponibile sia sulla versione desktop che per l'applicazione Android, e presto dovrebbe essere resa accessibile anche per quella iOS. Ma non è tutto; infatti sempre oggi il Social Network in Blu ha anche annunciato un'altra modifica che però riguarderà l'algoritmo destinato all'advertising. In pratica questa modifica avrà lo scopo di garantire che i banner pubblicitari raggiungano le persone a cui interessano o potrebbero interessare. Insomma, per farla breve, se un utente farà capire al sito di non gradire annunci di un certo tipo, (ad esempio, moda, elettronica, film, musica ecc...), questo non verrà più raggiunto dai messaggi sponsorizzati relativi a quella categoria.


Di seguito alcuni screenshot della funzione "Modifica":
http://seigradi.corriere.it/files/2013/09/facebook.jpg



sabato 28 settembre 2013

Firefox decide di dare un taglio ai plugin.


A quanto pare il futuro di Firefox, (popolare browser open source prodotto dalla Mozilla Foundation, e da poco arrivato alla versione 24), non prevederà più plugin, (da non confondere con i cosiddetti add-ons, o estensioni). Tuttavia ciò non significa che l'utente non possa più utilizzarli, ma soltanto che il tutto dovrà avvenire in assoluta consapevolezza; infatti ogni volta che un plugin sarà richiamato per essere usato, l'utente riceverà un avviso. Il che con tutta evidenza rappresenta più un ostacolo che non un processo di trasparenza, poiché richiamare ogni volta l'utente al consenso significa metterlo in condizione di non voler più avere a che fare con i plugin. E sembra che l'obiettivo finale della strategia intrapresa e comunicata da Mozilla sia proprio questa. Infatti al riguardo la stessa organizzazione no-profit ha spiegato: «Un plugin è un software di terze parti caricato sul browser per assistere al rendering del Web. Sebbene molti utenti non facciano caso ai plugin, sono una fonte significativa di crash ed incidenti di sicurezza. Consentendo agli utenti di decidere quali siti abbiano la necessità di utilizzare i plugin, Firefox aiuterà gli utenti stessi a proteggersi ed a far sì che i propri browser funzionino senza problemi». Dunque il concetto è abbastanza chiaro: soltanto qualora l'utente autorizzerà un sito ad utilizzare un plugin, quel sito potrà utilizzarlo. Insomma a breve tutti, (o quasi), i plugin saranno disattivati di default e potranno essere attivati dal singolo utente volta per volta. Unica eccezione sarà quello relativo ad Adobe Flash, il quale, contrariamente a tutti gli altri, sarà attivo di default. Il motivo di ciò è in un ragionamento estremamente concreto: se il browser deve servire l'utenza migliorandone l'esperienza online, fermare il plugin di Adobe Flash significherebbe andare contro queste finalità, generando esclusivamente un'ulteriore confusione. Ad ogni modo la novità in questione è già stata adottata sulla release Nightly di Firefox e sulla preview di Aurora. Ciò significa che il processo è in atto e ben presto la nuova modalità di gestione dei plugin sarà un qualcosa di definitivo anche sulla versione ufficiale del browser. Per di più quello a cui mira Mozilla è il Web come piattaforma, facendo evolvere così l'idea dei plugin verso una nuova direzione, (ovvero quella già intrapresa da WebGL, WebSockets e WebRTC). Insomma l'appello dell'organizzazione parte fin da subito e trova una piena manifestazione nella nuova policy annunciata di recente: «Mozilla incoraggia tutti gli sviluppatori di siti Web ad evitare l'uso dei plugin quando possibile». Il che rappresenta, infine, una dichiarazione di intenti piuttosto chiara.


venerdì 27 settembre 2013

Google compie 15 anni e decide di modificare l'algoritmo ed aggiornare le applicazioni.

Amit Singhal durante la presentazione di "Hummingbird".
In occasione del suo 15° compleanno, (dalla sua fondazione), Google ha deciso di farsi alcuni regali. Infatti, oltre al consueto doodle, (che quest'anno è la versione digitale una sorta di "mini-gioco della pentolaccia"), ed ad un easter egg che riporta indietro nel tempo, ha deciso di adottare un nuovo algoritmo, a cui a dato il nome "Hummingbird", (tradotto letteralmente in italiano: Colibrì), il quale servirà ad offrire risposte più precise ed accurate quelle domande sempre più complesse poste dai navigatori. In pratica si tratta di una revisione importante con dei cambiamenti che avranno un grosso impatto sul traffico verso i siti web, (che per il momento riguardano solo la versione inglese, ma che presto saranno estese anche alle altre lingue), in quanto Google ha rivisto in modo sostanziale il suo sistema di indicizzazione, introdotto tre anni fa come parte di una riprogettazione chiamato "Caffeine". Oltretutto per svelare questa sua nuova formula Google ha organizzato un evento tenutosi a Menlo Park, in California, proprio nello stesso garage dove l'amministratore delegato, Larry Page, ed il co-fondatore, Sergey Brin, hanno dato vita, 15 anni fa, alla società che ora ha sede a Mountain View, in un vasto complesso situato non lontano. Ad ogni modo riguardo il nuovo algoritmo Amit Singhal, vicepresidente senior della sezione Search, ha stimato che questi cambiamenti interesseranno circa il 90% delle richieste che Google riceve. Quindi di conseguenza, la novità potrebbe anche far alzare il prezzo degli annunci pubblicitari legati alle ricerche, qualora i siti retrocessi dal nuovo ranking sentiranno la necessità di investire per riposizionarsi ed attirare nuove visite. In tal proposito sempre il suddetto vicepresidente ha spiegato: "Il cambiamento andava fatto perché le persone fanno affidamento sulle risposte di Google ed è ormai abitudine inserire domande lunghe e complesse nella casella di ricerca, anziché poche parole connesse a tematiche specifiche. Inoltre, con l'avvento della tecnologia di riconoscimento vocale su smartphone, le sequenze di frasi pronunciate assomigliano sempre di più ad una conversazione". Infatti la novità non è limitata al motore di ricerca desktop, ma è stata implementate anche nelle nuove applicazioni per iOS ed Android. Inoltre insieme ad "Hummingbird" il colosso californiano ha annunciato ulteriori aggiornamenti delle applicazioni, (che dovrebbero essere abbastanza imminenti), che avranno lo scopo di sincronizzare le notifiche tra i vari device utilizzati. Ed, in una sorta di strategia "ecumenica", la sincronizzazione funzionerà anche tra i dispositivi Apple e quelli Android. A tal riguardo Amit Singhal ha concluso dichiarando: "Avere una conversazione con Google dovrebbe essere più naturale. Idealmente non si dovrebbe dover tirar fuori il telefono dalla tasca e schiacciare alcun bottone. Non siamo ancora a quel punto ma si possono già fare molte cose solo con la voce".


giovedì 26 settembre 2013

Consumare una quantità eccessiva di caffeina in pubertà potrebbe compromettere lo sviluppo del cervello.


A quanto pare un consumo eccessivo di caffeina durante la pubertà potrebbe ridurre il sonno profondo e così ritardare lo sviluppo del cervello. O almeno questo è quanto ha rivelato un recente studio condotto su alcuni topi da laboratorio presso l'Ospedale Pediatrico di Zurigo e diretto da Reto Huber . In pratica i ricercatori hanno fatto assumere i roditori in questione di proposito una quantità eccessiva, appunto, di caffeina, (che per gli esseri umani corrisponderebbe a 3-4 tazze di caffè al giorno oppure una bottiglia grande di cola), durante la loro fase "puberale", notando che ciò causava in loro una riduzione del sonno profondo, (o cosiddetto REM), con un consequenziale ritardo dello sviluppo cerebrale. Il che potrebbe essere un problema, considerato che negli ultimi 30 anni il consumo di caffeina tra gli adolescenti è aumentato di oltre il 70%, soprattutto a causa delle bibite energetiche che contengono la sostanza eccitante. Inoltre sia negli uomini che nei ratti, la durata e l'intensità del sonno profondo, così come il numero di sinapsi o connessioni nel cervello, aumentano durante l'infanzia per poi diminuire con l'avanzare dell'età. Per questo motivo gli esperti hanno stabilito che il cervello comincia la sua maturazione proprio durante la pubertà; e probabilmente il tutto si verifica durante il sonno profondo. Infatti proprio in questa fascia d'età alcune tra le sinapsi più importanti vengono consolidate, mentre altre riassorbite affinché la "rete" cerebrale possa diventare più efficace e le prestazioni del cervello possano migliorare. Ad ogni modo durante il suddetto studio, pubblicato sulla rivista su PLOS Oneil team di ricercatori dell'Ospedale pediatrico di Zurigo per 5 giorni consecutivi ha somministrato ad alcuni giovani topi una quantità di caffeina che, come già spiegato, corrisponde a circa 3 o 4 tazzine di caffè giornaliere per un essere umano. Da ciò è risultato che a differenza dei ratti che avevano bevuto acqua, quelli che avevano assunto le suddette dosi di caffeina hanno mantenuto un numero molto maggiore di connessioni fra le cellule cerebrali. Al riguardo i ricercatori hanno spiegato: "Il consumo di caffeina durante un periodo critico per lo sviluppo ha effetti a lungo termine sul sonno e sulla maturazione del cervello". Ma tuttavia, anche se è vero che ci sono alcune differenze tra il cervello dei ratti e quello degli esseri umani, sarebbe bene chiedersi se il consumo di caffeina per bambini ed adolescenti sia veramente dannoso. Cosa che, se risultasse vera, sarebbe un buon motivo in più, (oltre al rischio di obesità e di dipendenza da zuccheri), per ridurre al minimo il consumo di bibite zuccherate ed energy drink in giovane età. Comunque sia per il momento è un po' presto per saperlo e dunque saranno necessarie ulteriori ricerche.


mercoledì 25 settembre 2013

METALLICA: In occasione del loro debutto in Cina il governo ha censurato "Master of Puppets" ed altri due brani.


Il mese scorso i Metallica hanno suonato per la prima volta, dopo circa 32 anni di carriera, in Cina, esibendosi in due concerti consecutivi, (entrambi sold out), tenutisi presso la Mercedes-Benz Arena di Shanghai, rispettivamente il 13 ed il 14 Agosto; di cui, tra l'altro, hanno registrato un concerto/documentario. Ma a quanto pare, secondo quanto hanno rivelato James HetfieldKirk Hammett e Lars Ulrich durante un'ospitata al famoso "The Howard Stern Show", il governo cinese prima di farli esibire ha chiesto una copia dei testi di tutte le canzoni in scaletta, per vagliarne il messaggio ed eventualmente porre un veto su quelle ritenute "non adatte". E così è stato per "Master of Puppets", (uno dei più popolari brani della thrash-band statunitense, nonché seconda traccia del loro terzo omonimo album del 1986: ultimo in cui era presenta anche il fenomenale ed indimenticabile bassista Cliff Burton). Al riguardo il frontman James Hetfield ha spiegato: "Abbiamo dovuto mandargli la lista di tutti i pezzi che avremmo voluto suonare e loro hanno scelto in base ai testi quali avremmo potuto suonare e quali no. Hanno considerato il testo di "Master of Puppets" come molto sovversivo, tanto da vietarci di suonare il brano. In un certo questa cosa è alquanto inquietante ed allo stesso tempo ha un effetto contrario, poiché ovviamente desta curiosità nella gente. Quindi non funziona!". Mentre il chitarrista Kirk Hammett ha dichiarato: "Abbiamo deciso di fare in questo modo: durante  entrambi i concerti io mi sono concesso un assolo di chitarra improvvisato, durante il quale mi sono messo a suonare dei riff; tra cui anche quello di "Master of Puppets" e quelli di altre due pezzi che ci avevano vietato di suonare a causa del testo. Ho suonato solo la musica, così abbiamo aggirato la cosa". Ad ogni modo non c'è da meravigliarsi poi così tanto, considerato che il governo cinese da sempre è conosciuto per le proprie censure, (in particolar modo di siti web e, appunto, musica). Ma comunque sia, nonostante i suddetti veti, i Metallica non hanno mai preso in considerazione l'idea di cancellare i due concerti. Infatti in tal proposito il batterista Lars Ulrich ha "C'erano 40.000 persone, (un po' di tutte le età: giovani, adulti ed anche qualche anziano), in queste due serate e rispondevano totalmente a tutto quello che facevamo. È stata una cosa pazzesca!".


martedì 24 settembre 2013

Nalmefene, il primo farmaco contro l'alcolismo che presto arriverà anche in Italia.


A quanto pare a breve, (più precisamente nel mese di Ottobre), sarà disponibile anche in Italia il Nalmefene, vale a dire il primo ed unico farmaco autorizzato dedicato alla riduzione del consumo di alcool in pazienti affetti alcoldipendenza ad elevato rischio. E dunque adesso da un approccio interamente basato sull'astensione completa dal consumo di alcool, (obiettivo terapeutico non realistico per molti pazienti e barriera all'inizio ed al mantenimento del trattamento nell'alcoldipendenza), si passerà ad una nuova strategia basata sulla riduzione del consumo, (obiettivo più realistico e più accettabile, in quanto si tratta di uno step intermedio verso la completa astensione, nonché approccio che può motivare un numero maggiore di pazienti ad avviare il trattamento e proseguirlo). Al riguardo il professor Luigi Janiri, professore di psichiatria presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, (nota anche con la sigla UCSC), ha spiegato: "Il Nalmefene rivoluziona l'approccio terapeutico all'alcoldipendenza, offrendo il vantaggio di proporre al paziente un obiettivo di trattamento intermedio più realistico e quindi più accettato, in cui la riduzione del consumo può costituire uno step intermedio per preparare i pazienti alla completa astensione, oltre che essere associato ad una riduzione della morbilità e mortalità alcol correlate". Inoltre in Italia si stimano circa 1 milione di alcoldipendenti e, di questi, secondo i dati del Ministero della Salute, solo 58.000 circa si rivolgono ai servizi deputati alla cura e riabilitazione dell'alcoldipendenza. Il che rappresenta un divario ampio che va a confermare i dati europei in cui abuso e dipendenza da alcool risultano essere il disturbo meno trattato se confrontato con altre patologie mentali, come il disturbo d'ansia generalizzato, il disturbo da attacchi di panico, la depressione maggiore, la schizofrenia ed il disturbo ossessivo-compulsivo. In tal proposito Emanuele Scafato, presidente della Società Italiana di Alcologia, (conosciuta anche con la sigla SIA), ha dichiarato: "Gli elementi che possono non consentire ad un alcoldipendente di richiedere e ricevere un trattamento sono tanti. Il principale ostacolo è rappresentato dall'incapacità della persona di ammettere di aver bisogno di aiuto o di riconoscere la sua condizione come rischiosa o dannosa. Tuttavia è dimostrato dal progetto europeo AMPHORA che in Italia esiste un distacco di formazione sanitaria e professionale, e di preparazione specifica nell'affrontare un problema alcool correlato, che conduce alla difficoltà di intercettare il paziente in un contesto di assistenza primaria. Infine, rispetto all'offerta terapeutica, appare indispensabile l'esigenza di "ingaggiare" la persona in programmi capaci di coinvolgerla in un progetto, un percorso mirato a far ripercorrere a tappe, a ritroso e gradualmente, il continuum del consumo a rischio legato all'assunzione persistente di quantità crescenti nel tempo di alcool: l'obiettivo potrebbe in tal senso concretizzarsi in un accompagnamento guidato e supportato di forme di trattamento farmacologico combinate indispensabilmente al supporto motivazionale al cambiamento che la persona persegue ripercorrendo a ritroso il rischio, dall'alcoldipendenza all'astensione totale". Ad ogni modo il nuovo trattamento offerto dal Nalmefene punta ad incrementare l'offerta di alternative terapeutiche disponibili ed a rispondere all'esigenza dei medici e dei pazienti di definire obiettivi più realistici per coloro che si mostrano riluttanti nell'avviare un percorso di cura a lungo termine, basato esclusivamente sull'adozione immediata della completa astensione dal bere. Per di più si tratta di un alternativa che potrebbe rappresentare un valore aggiunto per molti casi selezionati, basandosi sulle più recenti evidenze scientifiche fornite dalla ricerca in questo settore. Infatti il Nalmefene viene indicato per pazienti adulti affetti da dipendenza da alcool con livelli di consumo ad elevato rischio, (il che significa un consumo superiore ai 60 grammi al giorno per gli uomini, e superiore ai 40 grammi al giorno per le donne), senza sintomi fisici da sospensione e che non richiedono interventi immediati di disintossicazione. Oltretutto deve essere prescritto solo congiuntamente ad un supporto psicosociale continuativo, mirato all'aderenza al trattamento, (che deve essere iniziato solo in pazienti che continuano ad avere un livello di consumo ad elevato rischio due settimane dopo la valutazione iniziale, e deve essere assunto «secondo necessità»), ed alla riduzione del consumo di alcool. Al riguardo Luigi Janiri ha proseguito sottolineando: "La possibilità di modulare il trattamento sulla base delle necessità del paziente grazie alla posologia «secondo necessità» rappresenta un ulteriore elemento a vantaggio del nuovo approccio offerto dal Nalmefene. La posologia secondo necessità contribuisce, inoltre, ad una maggiore coscienza ed alla responsabilizzazione del paziente verso il suo consumo di alcool. Senza calcolare che è una posologia che permette di non esporre il paziente ad un farmaco se non quando è necessario. Offrendo un nuovo approccio, il Nalmefene ha il potenziale per rispondere ad un bisogno insoddisfatto nella gestione della dipendenza da alcool". In pratica questo nuovo farmaco è stato studiato in un programma di tre studi clinici multicentrici, randomizzati, in doppio cieco e placebo-controllati, che ha coinvolto circa 2.000 pazienti con diagnosi di alcoldipendenza, secondo i criteri del DSM-IV. In sostanza i primi due studi, (denominati ESENSE 1 ed ESENSE 2), entrambi della durata di 6 mesi, hanno valutato l'effetto del Nalmefene sul consumo di alcool in base al numero mensile di Heavy Drinking Days, (noto anche con la sigla HDD), ed al Consumo Totale di Alcool, (conosciuto anche con la sigla TAC). Mentre il terzo studio, (denominato SENSE), della durata di un anno, ha valutato la sicurezza e la tollerabilità del Nalmefene ed anche l'effetto sul consumo di alcool. In aggiunta al trattamento farmacologico, tutti i pazienti inclusi nei tre trial hanno ricevuto un supporto psicosociale. In tal proposito Luigi Janiri ha proseguito spiegando: "Negli studi ESENSE 1 e 2 i pazienti con un livello di rischio almeno alto trattati con il Nalmefene hanno ridotto in media il loro consumo totale di alcool di più del 40% durante il primo mese e di circa il 60% dopo 6 mesi di trattamento. Se consideriamo il numero di HDD, questo si è ridotto nei pazienti in trattamento con il Nalmefene sin dal primo mese, raggiungendo una riduzione di circa il 55% dopo 6 mesi. Ma comunque in tutti i pazienti trattati con il Nalmefene, il consumo di alcool si è ridotto sempre in modo significativo rispetto ai pazienti trattati con placebo. Inoltre il Nalmefene è stato studiato anche per un periodo più lungo ovvero un anno durante lo studio SENSE. Anche in questo trial il farmaco ha confermato la sua efficacia nei pazienti con consumo alquanto alto, registrando alla fine dello studio una riduzione del consumo totale di alcool pari a circa il 67%". Quindi la riduzione del consumo di alcool nei pazienti trattati con il Nalmefene si è tradotta in una maggiore diminuzione degli enzimi epatici GGT ed ALAT rispetto a quelli trattati con il placebo, il che va ad indicare un minor rischio di danno epatico. Al riguardo Emanuele Scafato ha, infine, dichiarato: "Favorire ed ampliare l'offerta di trattamento, privilegiando quella valutata più efficace al caso specifico, intercettando precocemente il rischio alcool correlato da un lato ed intervenendo con i trattamenti ritenuti più idonei è dimostrato possa condurre a ripercussioni rilevanti in termini di salute pubblica, sia sulla mortalità che sui costi sanitari, con ricadute positive sul sistema complessivo di prevenzione e di cura che è, (e resta), della persona a rischio; categoria in cui sono da ricomprendere non solo gli alcoldipendenti in atto, ma soprattutto la massa critica di consumatori ad alto rischio: i cosiddetti "heavy drinkers", che consumano più di 40 e più di 60 grammi di alcool al giorno, rispettivamente femmine e maschi, che in Italia, secondo i dati più recenti, assommano ad oltre 800.000 individui. Contrariamente a quanto si possa pensare, e come da anni evidenziato dalla Società Italiana di Alcologia, l'impatto socio-economico è prevalente su quello del danno alla salute; basti pensare alla perdita del lavoro, della scarsa produttività alle giornate di malattia. Intervenire in maniera integrata, con politiche ed iniziative di formazione professionale mirate ad incrementare la cultura dello screening basato sugli standard internazionali d'intercettazione precoce, (questionario AUDIT), di integrazione nella pratica quotidiana di valutazione del rischio alcool correlato e di valutazione di efficacia del trattamento, (oggi inesistente), comporterebbe un vero salto di qualità dell'assistenza ed il massimo vantaggio al minimo costo".


lunedì 23 settembre 2013

LinkedIn: sotto accusa per aver violato gli account e-mail degli utenti e rubato le liste dei contatti.


A quanto pare si prospettano problemi all'orizzonte per LinkedIn, il noto Social Network dedicato allo sviluppo di contatti professionali, (anche con servizi opzionali a pagamento), che di recente è stato citato in giudizio negli Stati Uniti da vari utenti, i quali accusano la società di essersi appropriata senza autorizzazione delle loro identità virtuali a scopi di marketing, di aver hackerato gli indirizzi di posta elettronica e di aver scaricato la rubrica dei contatti. In pratica la denuncia è stata depositata presso una corte californiana ed adesso gli utenti coinvolti nella causa chiedono che LinkedIn venga obbligata a non compiere più in futuro simili violazioni; ma non solo: vorrebbero anche un rimborso pari ai ricavi che l'azienda avrebbe realizzato utilizzando i dati "rubati". Infatti nella suddetta denuncia è possibile leggere: «Il sito web LinkedIn, che richiede ai membri iscritti di fornire un indirizzo e-mail esterno oltre all'username per accedere al sito, utilizzando poi indebitamente tali informazioni per accedere alle liste dei contatti in modo da sfruttarle a scopi di marketing, contiene centinaia di lamentele riguardo questa pratica. LinkedIn finge di essere quell'utente e scarica gli indirizzi e-mail contenuti in quell'account. LinkedIn è in grado di scaricare questi indirizzi senza richiedere la password per gli account e-mail esterni oppure ottenere il consenso dei rispettivi proprietari». Ad ogni modo l'azienda californiana ovviamente non ha esitato ad esprimere un commento su quanto sta accadendo in queste ore, negando ogni tipo di accusa, per mezzo del portavoce Doug Madey, il quale ha spiegato: "LinkedIn è impegnata a mettere i propri membri prima di tutto, il che include l'essere trasparenti sui modi in cui proteggiamo ed utilizziamo i loro dati". Inoltre, secondo l'azienda, le accuse ricevute nelle ultime ore sono troppo infamanti per poter essere incassate, e pertanto ha deciso di fare il punto sulla situazione spiegando, anzitutto, perché si tratta di accuse prive di merito che la giurisprudenza avrà ora il dovere di smontare in sede di giudizio. Infatti a quanto pare contro LinkedIn sarebbe stata disposta un class action, puntando il dito sul modo in cui il Social Network, approfittando dei dati raccolti dai propri utenti circa le rispettive caselle di posta elettronica, avrebbe rastrellato indirizzi e-mail dei contatti per potersene in seguito avvalere tramite l'invio di inviti e sollecitazioni all'iscrizione al sito stesso. In sostanza, secondo gli accusatori, LinkedIn avrebbe di fatto craccato gli indirizzi in possesso, agendo quindi iper conto dell'utente, (ma a sua insaputa), per agire sui contatti con libero arbitrio. Tuttavia un post sul blog del sito in questione, firmato dal senior director Blake Lawit, ha messo in piedi una difesa che nega tutto senza concedere speranza agli accusatori. Infatti LinkedIn ha negato in primis di aver mai avuto accesso alle caselle di posta dei propri utenti senza autorizzazione; quindi non ci sarebbe stato nessun "hack" e nessun "break into". E per di più l'azienda ha negato anche di aver mai tradito la fiducia dei propri utenti aggirandone le reali volontà, ed ha ritenuto che tutte le accuse sono del tutto infondate. Ed, infine, LinkedIn ha negato anche di aver mai inviato messaggi o inviti a nome degli utenti senza averne avuta anticipatamente autorizzazione, scansando così anche il lato dell'accusa che ipotizzava comportamenti cosiddetti "border line" pur di ottenere in modo ambiguo la necessaria autorizzazione all'azione sui contatti da parte del sito. Difatti LinkedIn ha spiegato che: "I nostri membri sono il cuore della nostra attività e nessuno mai si sognerebbe di ingannarli. Ecco perché abbiamo sentito il bisogno di spiegare perché riteniamo prive di merito le accuse della denuncia».


domenica 22 settembre 2013

Scoperta la proteina responsabile della progressione del cancro al seno.


Un recente studio firmato da Claudia Bagni, docente dell'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata"
, nonché ricercatrice al VIB/KU di Lovanio, (un centro di ricerche in scienze della vita con sede nel Belgio), ha scoperto il meccanismo attraverso il quale la stessa proteina responsabile della Sindrome dell'X Fragile, la più comune forma di ritardo mentale ereditario, contribuisce anche alla progressione del tumore alla mammella. In pratica per raggiungere questo importante obiettivo, (pubblicato sulla rivista scientifica internazionale EMBO Molecular Medicine), il gruppo della professoressa ha collaborato sia con diversi centri di ricerca ed ospedali italiani, (tra i quali l'Istituto FIRC di Oncologia Molecolare di Milano ed l'Università Campus Bio-Medico di Roma), sia esteri in Belgio ed Inghilterra, dimostrando che la proteina conosciuta con il nome di FMRP, (o FMR1), agisce come una sorta di "interruttore molecolare" in grado di controllare i livelli di altre proteine che risultano coinvolte in diversi stadi della progressione del tumore al seno; come, per esempio, la diffusione delle cellule cancerose nel sangue e l'invasione di altri organi a formare le metastasi. Al riguardo Claudia Bagni ha spiegato: "Il cancro alla mammella è la forma più comune di cancro nella popolazione femminile. Questo tipo di cancro può avere delle recidive anche a distanza di molti anni dopo il trattamento, sfociando poi metastasi che si diffondono in tutto il corpo. Noi abbiamo dimostrato che esiste una relazione stretta tra i livelli della proteina FMRP nel tessuto tumorale e la capacità delle cellule cancerose di diffondersi in altri organi. Mi auguro che questa nostra scoperta possa portare alla messa a punto di nuovi test per predire la probabilità di metastatizzazione nel cancro alla mammella". Infatti durante il suddetto studio i ricercatori hanno trovato livelli molto alti della proteina FMRP in un'ampia percentuale di tumori al seno altamente invasivi, (tramite il cosiddetto approccio del "tissue microarray"), ed hanno anche studiato l'effetto della modulazione dei livelli di FMRP sulle cellule cancerose, utilizzando dei topi da laboratorio per lo studio del cancro, nei quali l'aumento dei livelli della proteina FMRP nel tumore primario portava ad una veloce e massiva diffusione delle cellule cancerose nella circolazione sanguigna ed allo sviluppo di metastasi nei polmoni. Mentre viceversa la riduzione dei livelli della proteina in questione portava ad una riduzione della formazione delle metastasi. Per di più un altro dato interessante emerso da questo studio è stato che le persone affette dalla Sindrome dell'X Fragile, patologia nella quale la proteina FMRP e del tutto assente, presentano una probabilità minore di sviluppare il tumore alla mammella, come pure un'insolita protezione contro l'invasività e l'aggressività di questo ed altri tipi di cancro. Oltretutto il ruolo dell'FMRP in passato è stato ampiamente studiato nel cervello, (dove l'assenza di questa proteina porta, appunto, alla suddetta sindrome), ma si tratta della prima volta che viene presa in considerazione la relazione diretta con la progressione del cancro al seno. Infatti in tal proposito Claudia Bagni ha proseguito dichiarando: "Precedenti studi hanno evidenziato che pazienti affetti dalla Sindrome dell'X Fragile hanno un minor rischio di sviluppare il cancro, ma ancora si sa poco in merito agli eventi molecolari alla base di questa sorta di effetto protettivo. Noi abbiamo dimostrato che alti livelli di FMRP nei tumori alla mammella sono legati ad un più elevato rischio di sviluppare il cancro e soprattutto ad un più alto rischio di diffusione delle cellule tumorali ad altri tessuti dell'organismo". Ed ha, infine, concluso affermando: "I nostri risultati suggeriscono che l'FMRP possa agire come un regolatore principale di un ampio gruppo di molecole coinvolte in varie fasi della progressione del cancro alla mammella. Ci auguriamo che i livelli della proteina FMRP possano essere usati in futuro come un indice di aggressività in questo tipo di cancro per stabilire al meglio la probabilità di una futura diffusione delle metastasi in altri organi come i polmoni".


sabato 21 settembre 2013

Secondo l'hacker Pod2g, "Apple può leggere le chat di iMessage".


Da qualche giorno Apple ha lanciato il suo nuovo iOS 7, con un importante carico di novità e una particolare attenzione alla sicurezza; ed a quanto pare gli utenti hanno accolto positivamente il sistema operativo ridisegnato da Jony Ive. Tuttavia a breve Apple potrebbe avere qualcosa di cui preoccupasi; infatti di recente Pod2g, nickname di uno dei più noti hacker e ricercatore in ambito della sicurezza Apple, (conosciuto soprattutto per essere autore di alcuni "jailbreak" per iOS), ha annunciato che durante l'edizione 2013 dell'HackInTheBox, conferenza dedicata al mondo della cosiddetta "informatica underground", (che quest'anno avrà luogo in Malesia dal prossimo 14 Ottobre al prossimo 16 Ottobre), darà dimostrazione di come il protocollo utilizzato dall'azienda di Cupertino per il proprio servizio iMessage non è così inviolabile come dicono. Infatti, secondo l'hacker, la Apple può leggere le conversazioni, anche se ha ammesso di non sapere se l'azienda lo faccia o meno. Ma se così fosse sarebbe in contraddizione con quanto dichiarato da Apple stessa, che afferma che il sistema di crittografia "end-to-end" utilizzato in iMessage permette di scambiare messaggi in modo del tutto sicuro. Inoltre nel documento relativo alla privacy dei consumatori viene spiegato che l'azienda non può in alcun modo leggere i messaggi scambiati dagli utenti, appunto, perché crittografati. Ad ogni modo lo studio di una possibile "scappatoia" di iMessage sarà uno dei punti dell'HackInTheBox, considerando che, secondo gli ultimi dati, l'applicazione di messaggistica di casa Apple viene utilizzata ogni giorno per l'invio di oltre un miliardo di messaggi. Ad ogni modo se durante la suddetta conferenza si dovesse dimostrare che, come afferma Pod2g, il procedimento di lettura da parte di Apple è possibile, anche quest'ultima potrebbe dover rivedere i suoi protocolli di sicurezza. Mentre se contrariamente la dimostrazione dovesse fallire, Apple avrebbe una certificazione anche dal mondo degli hacker sull'inviolabilità della privacy dei suoi sistemi. Oltretutto, sempre secondo quanto ha spiegato l'hacker francese, il lavoro di ricerca è stato molto complesso con non poche difficoltà e che è durato alcuni mesi: con il suo team ha studiato a fondo il protocollo di iMessage, (ovviamente di informazioni online riguardo questo aspetto tecnico non se ne trovano, poiché quello di Apple, diversamente da quelli open sourceè un sistema proprietario che non permette di vedere il codice di programmazione). In ogni caso il gruppo ha effettuato un "reverse engineering" del sistema, il che significa che partendo dal software sono riusciti a risalire al codice d'origine. Al riguardo ha spiegato: "È probabile che Apple possa aver scritto intenzionalmente un codice che le permetterebbe la lettura dei messaggi, ma nessuno può saperlo. Potrebbe essere stato fatto con intensione oppure potrebbe essere soltanto il prodotto di una propria infrastruttura software. Di sicuro il protocollo dietro iMessage è molto complesso e solo Apple ed agenzie governative potrebbero riuscire a violarlo". Ed ha concluso affermando: "Non ne ho idea di cosa potrebbe dire Apple quando vedrà la nostra ricerca, ma sono curioso e non vedo l'ora di sentire come si difenderà". Comunque sia se questo annuncio sia una sorta di mossa pubblicitaria per l'hacker stesso ed il suo team, (magari per solleticare agenzie e servizi), oppure un vero teaser per una ricerca reale, ancora non lo si sa. Quello che è certo è che la risposta di Apple arriverà molto probabilmente nei giorni dell'HackInTheBox, quando lo studio in questione sarà presentato.


venerdì 20 settembre 2013

Anche Google decide di cambiare logo e ridisegnare la propria interfaccia.


A quanto pare sono in arrivo grandi novità anche da Mountain View; infatti, dopo Bing e Yahoo!, anche Google, (a tre anni di distanza dall'ultima modifica), ha deciso di lanciare un nuovo logo e di ridisegnare l'interfaccia della propria home page, la quale a breve diventerà per quanto possibile ancora più asciutta, pulita, ed essenziale. In pratica, come nel caso di YouTube, il logo perderà l'ombreggiatura, (e quindi quell'accenno di profondità), a favore di uno stile 2D, (che ormai sembra contraddistinguere tutti i nuovi loghi delle grandi aziende del Web: a partire da Windows 8 e finendo dal recentissimo iOS 7, nuovo sistema operativo di casa Apple, rilasciato qualche giorno fa). Al riguardo i responsabili del colosso californiano hanno fatto sapere che lo scopo del restyling sarebbe quello di standardizzare il modo in cui gli utenti interagiscono con i servizi offerti attraverso smartphone, tablet e computer, dando loro un approccio uniforme. Infatti, oltre al logo, il motore di ricerca in questione, da sempre porta d'accesso privilegiata ai contenuti del Web, ha deciso di ridurre il numero di opzioni che gli utenti vedranno direttamente, ai quali invece potranno accedere tramite dei menù secondari. In sostanza scomparirà la barra nera in alto, che ad oggi viene adoperata per accedere ai vari servizi, (Google+Ricerca, Immagini, Maps, Play, YouTube, News, Gmail, Drive, Calendar ed Altro). In questo caso il restyling prevede un raggruppamento in alto destra con pochi link: Google+, (ovviamente), Gmail, Immagini e subito dopo una sorta di pulsante/mosaico che, una volta cliccato, farà apparire una sorta di piccola finestra, nella quale saranno presenti i restanti servizi, ognuno dei sarà accompagnato dalla relativa icona. Tuttavia qualche dubbio in merito al decentramento di questi ultimi, in particolar modo del servizio News e Maps, è sorto: "sono fra i più popolari ed utilizzati, perché nasconderli a vantaggio del proprio Social Network, che pure sembra in netta crescita negli ultimi mesi?"; infatti attualmente su Google+ si contano oltre 350 milioni di utenti attivi al mese e 500 registrati. In ogni caso non finisce qui; infatti dal quartier generale di Google hanno fatto sapere che simili modifiche saranno pian piano "sviluppate" ed integrate nei vari prodotti. In particolare un post su un blog ufficiale di Google, firmato da Eddie Kessler, tech lead e manager, spiega che il colosso intende sottolineare l'esperienza dell'utente sui propri servizi, per prevenire "distrazioni". In tal proposito Sarah Rotman Epps, analista della Forrester Research, durante un'intervista della BBC ha dichiarato: "Questa è la stagione degli aggiornamenti tecnologici, gratuiti o a pagamento poco cambia, tutti vogliono apparire nuovi e freschi prima della stagione natalizia". Mentre altri esperti del settore hanno messo in evidenza come il taglio secco dei collegamenti direttamente raggiungibili serva, appunto, a dare ancora più "benzina" al social di casa Google. Comunque sia gli esperti di Mountain View hanno, infine, fatto sapere che il logo, di cui si era vista qualche anticipazione in questi giorni, non sarà una novità assoluta, in quanto era già stato sfruttato per usi interni ed esterni su carta intestata, inviti, e-mail ed altre comunicazioni.

Di seguito alcune immagini relative al restyling di Google:



giovedì 19 settembre 2013

Scoperto che la cosiddetta "acqua santa" risulterebbe infettata da batteri fecali ed altri batteri nell'86% dei casi.


Si sa, quando l'acqua è sporca può essere fonte di contagi, infezioni e malattie; e ciò vale anche quella contenuta nelle acquasantiere poste all'ingresso delle chiese, che a quanto pare non è proprio delle più pulite. Infatti la cosiddetta "acqua benedetta", (o "santa"), frutto di una santificazione ad opera di un prete o un vescovo ed utilizzata per battesimi, benedizioni di case, di oggetti vari ed anche di persone, e che si presenta come un'acqua dai poteri "sovrannaturali", (capace addirittura di esorcizzare gli eventuali posseduti dal demonio), in realtà potrebbe far più male che bene; almeno dal punto di vista medico. In pratica questo è quanto è stato suggerito da un recente studio condotto dai ricercatori dell'Istituto di Igiene e Immunologia Applicata presso l'Università di Medicina di Vienna, i quali hanno testato una serie di campioni d'acqua "naturale" prelevata da 21 sorgenti in Austria e 18 fonti di Vienna. In sostanza queste analisi hanno rilevato che in alcuni campioni d'acqua si potevano trovare fino a 62 milioni di batteri per millilitro d'acqua, suggerendo che quest'ultima non fosse per niente potabile. Ma tuttavia la sorpresa più sconcertante è stata fatta quando i ricercatori hanno deciso di analizzare, appunto, l'acqua utilizzata nelle cerimonie religiose, scoprendo che quest'ultima, (utilizzata, per esempio, dai partecipanti alla messa per inumidire fronte, naso e labbra, prima di entrare in chiesa), nell'86% dei casi era infettata da batteri fecali come il famigerato Escherichia Coli, (noto anche come E. coli), gli enterococchi ed il Campylobacter. Perciò se ne deduce che venendo a contatto con le mucose, oltre che con le mani, (che a loro volta poi possono toccare bocca ed altre parti del corpo "vulnerabili"), si rischia un'infezione anche seria. Infatti le infezioni di questo genere possono causare diversi problemi, (tra cui nausea, febbre, vomito, diarrea, crampi e dolori addominali), che, se non curati a dovere ed in tempo, potrebbero sfociare in patologie più gravi ed portare perfino alla morte. Per di più un altro dato riscontrato dai ricercatori dell'Università di Medicina di Vienna è stato che più una chiesa o una cappella era frequentata, più l'acqua "santa" risultava contaminata: questo probabilmente perché ci sono molte mani che ne vengono a contatto quando si trova nell'acquasantiera. Ad ogni modo i risultati completi dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Water and Health e suggeriscono, appunto, che nella maggior parte dei casi l'acqua benedetta potrebbe non essere così "curativa" come dicono; anzi, semmai, il contrario. Dunque se da un lato bisognerebbe fare attenzione a dove si mettono le mani dopo averla toccata, dall'altro sarebbero quantomeno necessari maggiori controlli per tutelare la salute di coloro che decidono di frequantare la chiesa, i quali per il momento possono semplicemente sperare sul buono stato di funzionamento del loro sistema immunitario.



mercoledì 18 settembre 2013

YouTube: In arrivo video offline per smartphone e tablet ed un nuovo logo.


A quanto pare YouTube sarebbe in procinto di implementare una novità importante nella propria applicazione ufficiale dedicata a smartphone e tablet dotati di un sistema operativo iOS ed Android. Infatti tra le funzionalità che saranno introdotte con i prossimi aggiornamenti ci sarà anche quella che consentirà agli utenti di scaricare un video nella memoria interna del dispositivo, in modo da poterlo vedere in un secondo momento anche se disporre necessariamente di una connessione Internet. In pratica l'annuncio è arrivato direttamente dalle pagine del "Blog dei Creativi" della piattaforma, nelle quali si può leggere: «Questa nuova feature permetterà agli utenti di scaricare i filmati e salvarli nei loro dispositivi per un breve periodo, così da poterli vedere anche senza connessione ad Internet. In questo modo i fan potranno guardare i vostri video senza essere interrotti. La funzionalità farà parte dei nostri futuri aggiornamenti, il cui obiettivo principale è offrire alle persone maggiori opportunità per godere di quanto offerto da filmati e canali presenti su YouTube, anche su mobile». Tuttavia al momento non si fa riferimento ad una specifica piattaforma quindi è presumibile che il debutto della novità interessi fin da subito sia la versione Android che quella per iOS. Anche se rimangono dei dubbi sull'entità del "breve periodo" di cui parla Google nel suddetto post; la cosa certa è che dopo un certo periodo di tempo, non meglio precisato, il file salvato sul proprio dispositivo in qualche modo sarà reso inutilizzabile oppure si "auto-distruggerà". Ad ogni modo il debutto di tale funzione è previsto per il prossimo mese di Novembre, perciò nelle prossime settimane dovrebbero essere fornite ulteriori informazioni. Di certo la nuova feature verrà accolta a braccia aperte dagli utenti, soprattutto da coloro che solitamente viaggiano molto. Infatti sarà permesso, ad esempio, effettuare il download di uno o più interi video prima di uscire di casa, per poi visualizzarlo durante uno spostamento in treno o su un altro mezzo pubblico, senza che questo vada a utilizzare il traffico dati messo a disposizione dal proprio operatore. Insomma pare proprio che a casa YouTube sia tempo di importanti novità, il quale ha svelato che prossimamente accoglierà anche un nuovo logo ridisegnato, e che sarà destinato in primis alle applicazioni mobile. In sostanza questo restyling dirà addio ad elementi tridimensionali, riflessi e sfumature, in favore di un semplice stile 2D che gioca tutto sul contrasto fra i colori bianco e rosso: un po' come per le icone di Windows 8. Infatti il logo avrà al centro il classico simbolo del pulsante "Play" caratterizzato da una leggerissima ombreggiatura, accompagnato da un font sottile scelto per il nome del sito. Tuttavia non si tratta di una vera e propria novità, considerato che già la scorsa settimana il logo ridisegnato era apparso all'interno dell'applicazione ufficiale di YouTube, ma adesso è stato mostrato direttamente da Google sui profili ufficiali di Facebook e Twitter. In pratica l'obiettivo di tale decisione sembra piuttosto chiaro: associare il marchio YouTube all'azione di riprodurre un contenuto multimediale, appunto, mettendo ben in evidenza il tasto Play, (con un chiaro richiamo allo store Google Play), anche se questo significa far passare in secondo piano il nome. In ogni caso per tutti coloro che si sono "affezionati" al vecchio logo, i vertici della piattaforma hanno, infine, rassicurato che: "Il nostro logo attuale rappresenta una parte importante di YouTube e non sarà abbandonato. Stiamo cercando di incrementare l'utilizzo del "pulsante Play" nelle applicazioni e come icona".

Di seguito il suddetto nuovo logo:
http://hitech.vesti.ru/pics/l/563/7.jpg



martedì 17 settembre 2013

Netflix ammette che per il suo catalogo di serie Tv si "affida" ai siti pirata.


Di recente Kelly Merryman, dirigente di Netflix, (famosa società USA che dal 1997 offre sul Web un servizio di noleggio DVD e videogames, e che dal 2008 offre anche un servizio di streaming on demand tramite un abbonamento di circa 13 dollari al mese, ma che per il momento non è disponibile in Italia), in occasione della presentazione in Olanda della versione locale dei propri servizi, ha dichiarato che per valutate quali serie televisive acquistare e mettere a disposizione dei suoi utenti la società si "affida" un po' paradossalmente ai cosiddetti siti pirata. Infatti pare che Netflix, che per ovvi motivi è da sempre attiva nella lotta contro la pirateria, pur di guadagnarci su si affiderebbe, oltre che ai dati ufficiali sull'audience, anche ai chi invece da sempre combatte per la libera fruizione dei contenuti online. Un esempio di ciò sarebbe la famosa serie Tv Prison Break, (un successo mondiale tra intrighi e fantapolitica ambientata tra i carcerati di diverse prigioni), che, come ha spiegato la stessa Kelly Merryman ad un sito olandese: "è estremamente popolare sui siti di pirateria"; ed è stato per questo motivo che la serie in questione sarebbe stata acquistata e resa disponibile nel vasto catalogo Netflix. Ad ogni modo generalmente il rapporto tra download illegale e produttori di contenuti è perlopiù all'insegna del conflitto, ma evidentemente esiste qualche eccezione. Infatti al riguardo Reed Hastings, amministratore delegato di Netflix, già in passato aveva dichiarato che il suo sito di video streaming avrebbe scoraggiato l'utilizzo di software P2P, come ad esempio BitTorrent, semplicemente perché sarebbe stato più facile da usare. In tal proposito Kelly Merryman ha precisato: "In Canada BitTorrent è calato del 50% da quando Netflix è stato lanciato tre anni fa". Ma questo non significa che non ci saranno più coloro che giustamente preferiranno scaricare gratis. Anzi, ad essere onesti ci sono persino casi in cui la rete "illegale" costituisce un circuito alternativo, capace di salvare una serie non premiata dagli ascolti televisivi tradizionali. Infatti al riguardo Vince Gilligan, creatore della serie statunitense Breaking Bad, ha dichiarato: "La pirateria ha aiutato il nostro spettacolo a sopravvivere, consentendoci di trovare un pubblico abbastanza esteso, malgrado l'audience molto bassa dei primi episodi". Per di più in altri casi il successo di una serie Tv sulle reti P2P può addirittura sostituire la promozione di un prodotto su canali ufficiali. O almeno questo è quanto ha affermato Jeff Bewkes, amministratore delegato della Time Warner, il quale si è detto certo che la pirateria può aver lavorato anche in favore de "Il Trono di Spade", (titolo originale: Game of Thrones), della HBO. Insomma si tratta di una versione tecnologica del vecchio passa parola, né più né meno. In tal proposito Jeff Bewkes durante un'intervista ha spiegato: "Game of Thrones è lo spettacolo più piratato del mondo. E questo è meglio di un Emmy". E dunque è proprio la funzione di marketing e ricerca di mercato che i file pirati ed i loro utenti offrono, a far dire anche agli stessi manager della suddetta società di noleggio e streaming che in fondo l'esistenza dei pirati non è così terribile per il loro lavoro. Infatti alcuni giorni fa anche lo stesso Reed Hastings dichiarava: "Di certo il download pirata va avanti in tutto il mondo, ma una parte di questo serve anche a creare la domanda". Ed in effetti, gli utenti a cui la piattaforma streaming ambisce sono proprio quelli che arrivano dai siti pirata. In ogni caso è anche vero che la fruizione per vie considerate illegali riduce i ricavi, e quindi anche la possibilità di futuri investimenti in nuove produzioni. Infatti da questo punto di vista Netflix, per esempio, ha iniziato ad investire sui contenuti autoprodotti e di recente ha vinto due Emmy Awards per il suo thriller politico House of Cards: si è trattato del primo caso in cui l'Academy of Television Arts and Sciences ha assegnato l'ambito premio ad una web serie. E comunque sia Netflix ha già fatto sapere di aver adottato le adeguate misure per evitare che il serial in questione venga piratato. Insomma, nonostante le ammissioni secondo cui i siti pirata si sono rivelati utili in più occasioni, pare non ci sia modo di superare il rapporto contraddittorio tra download illegale e produzione ufficiale.


lunedì 16 settembre 2013

METALLICA: Il primo trailer ufficiale in italiano e le date d'uscita in Italia del loro film 3D.


Qualche giorno fa la Lucky Red sul proprio canale YouTube ha pubblicato il primo trailer ufficiale in italiano riguardante "Metallica Through The Never", il così tanto atteso film in 3D dei Metallica, registrato a Vancouver ad Agosto del 2012, prodotto dalla Picturehouse Entertainment, diretto da Nimród Antal e che vedrà come protagonisti i membri della band insieme al giovane attore Dane DeHaan, (che, come già noto, interpreterà Trip, un roadie inviato in missione speciale per conto della band, per recuperare una tanica di benzina). Ma non è tutto; infatti la società distributrice ha anche reso pubbliche le uniche due date ufficiali in cui il film, che probabilmente sarà doppiato ad hoc, (o eventualmente sottotitolato), verrà proiettato nei cinema italiani: il prossimo 29 e 30 Ottobre, (sia in 2D che in 3D). Tuttavia, come ha spiegato la stessa Lucky Red, per poter assistere alle suddette proiezioni bisognerebbe prenotarsi sul sito creato appositamente per l'evento: http://www.metallica3d.it/. Anche se a dire il vero, visitando il sito in questione, non si capisce tanto bene dove e/o come farlo, né in quali cinema sarà proiettato il film. Si attendono ulteriori delucidazioni...*

*(Aggiornamento del 20/09/2013): "Metallica Through the Never" sarà proiettato in tutti gli UCI Cinemas italiani. Per maggiori informazioni ed i biglietti potete visitare questo indirizzo.

Di seguito il trailer ufficiale in italiano:



GOCE, un nuovo satellite che starebbe per precipitare sulla Terra.


A quanto pare il prossimo mese un nuovo satellite è destinato a precipitare sulla Terra: si tratta GOCE, (sigla che sta ad indicare Gravity Field and Steady-State Ocean Circulation Explorer), ovvero un dispositivo sviluppato dell'Agenzia Spaziale Europea, (nota anche con la sigla ESA), con lo scopo di analizzare il campo gravitazionale del nostro pianeta. In pratica, lanciato nello spazio nel 2009, era stato ribattezzato dagli addetti ai lavori "Ferrari dello spazio", ma adesso il satellite GOCE ha quasi portato a termine la sua missione e si starebbe preparando al rientro sulla Terra; cosa che, come ipotizzano gli scienziati, dovrebbe accadere il prossimo 15 o 16 Ottobre. Inoltre per cercare di gestirne il rientro, (per quanto la cosa sia possibile), si è già messa all'opera l'Inter-Agency Space Debris Coordination Committee, (spesso nota anche con la sigla IADC), vale a dire il comitato di coordinamento tra le varie agenzie spaziali; mentre all'interno dell'ESA il comportamento del satellite è seguito passo passo dallo Space Debris Office. Per di più il satellite in questione ha un peso pari a 1.100 chilogrammi e, secondo le previsioni, almeno 250 chilogrammi di frammenti, (anche se in realtà per il momento non vi è nulla di certo e potrebbero essere soltanto una cinquantina), sarebbero in grado di superare la disintegrazione provocata dall'ondata di calore, una volta che GOCE impatterà nell'atmosfera, e raggiungeranno la superficie terrestre. Tuttavia, come ha spiegato la stessa ESA, bisogna ricordare che circa il 70% del nostro pianeta è ricoperto da mari ed oceani ai quali andrebbero aggiunte le aree del suolo desertiche e scarsamente popolate. Perciò le probabilità che questi frammenti cadano in zone abitate sono molto basse, ma comunque non del tutto trascurabili; anche perché solitamente nell'ultima fase del rientro il veicolo spaziale diventa incontrollato e quindi non è possibile stabilire con esattezza le eventuali zone interessate: secondo i calcoli preliminari, in questo caso sarebbe una fascia di superficie lunga ben 900 chilometri. Ad ogni modo, lanciato in orbita il 17 Marzo del 2009 dal Cosmodromo di Plesetsk, GOCE aveva lo scopo di misurare con precisione la forza di gravità della Terra e le circolazioni oceaniche, arrivando così a definire l'esatta forma del geoide terrestre, soprattutto grazie all'Electrostatic Gravity Gradiometer, (noto anche con la sigla EGG). Ma tuttavia per attuare queste raffinatissime misure doveva "volare" ad un'altezza di circa 200 chilometri, dove ancora esistono molecole rarefatte dell'atmosfera. Per questo motivo, considerato che la sua forma, (lunga 5,3 metri), doveva tenerne conto, gli scienziati hanno pensato di dargli una forma aerodinamica con tanto di ali che lo facevano assomigliare ad un velivolo dall'elegante linea: motivo per cui venne ribattezzato "Ferrari dello spazio". Oltretutto per mantenersi a quella quota e contrastare le forze aerodinamiche doveva mantenere in azione un propulsore elettrico che annullava le azioni negative dell'atmosfera. In sostanza si trattava di un propulsore d'avanguardia che funzionava con 41 chilogrammi di propellente. Tuttavia attualmente gli ne rimangono solo 2 chilogrammi e una volta esaurito, secondo le previsioni dell'ESA, passeranno tre settimane prima che precipiti inesorabilmente. Quindi ciò dovrebbe accadere tra non molto, ma secondo lo Space Debris Office non bisogna peroccuparsi più di tanto poiché ogni anno cadono sulla Terra senza che ce ne accorgiamo, (o meglio lo sanno solo i controllori), qualcosa come 40 tonnellate di detriti di satelliti, e finora non ci sono stati incidenti, (come nel caso di UARS e ROSAT, caduti sul nostro pianeta tra Settembre ed Ottobre del 2011, senza causare danni). Comunque sia pare proprio che GOCE, (costato 350 milioni di euro), dopo aver svolto con successo la propria missione e permesso un balzo significativo agli scienziati di tutto il mondo intenti nello studio della Terra, adesso stia in procinto di concludere la sua storia, durata 4 anni; speriamo ciò avvenga senza danni.