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mercoledì 31 dicembre 2014

Iran: Confermati i test per il primo "drone kamikaze".


In questi gironi il generale Ahmad Reza Pourdastan, comandante capo dell'Islamic Republic of Iran Army, (noto anche con la sigla IRIA; ovvero l'eserito di terra dell'Iran), ha annunciato che il suo esercito ha portato a termine la costruzione di un drone capace di lanciarsi su un obiettivo nemico posizionato al suolo oppure in mare, facendosi esplodere una volta giunto a destinazione. Insomma, in poche parole un vero e proprio velivolo kamikaze pilotato da remoto, che sarà impiegato nella campagna militare attualmente in corso nei pressi dello Stretto di Hormuz. Ad ogni modo come è possibile osservare nell'immagini diffuse sul Web le dimensioni di questo "drone kamikaze" sono abbastanza generose, tanto che le fonti ufficiali si riferiscono ad esso come una "bomba mobile"; tuttavia, seppur nessuna fonte ufficiale ne ha specificato il nome, secondo alcune testate locali, il progetto prenderebbe il nome di Yasir, (oppure Raad). Comunque sia l'iniziativa in questione è stata annunciata dall'esercito iraniano lo scorso anno, che inizialmente aveva definito il mezzo come uno strumento di ricognizione, capace di volare per 10 ore consecutive acquisendo fotografie aeree a 360 gradi; mentre alcuni analisti occidentali lo avevano definito in un primo momento come una copia del velivolo statunitense ScanEagle, (realizzato in collaborazione con Insitu, un'azienda americano acquistata nel 2008 da Boeing), impiegato dai soldati a stelle e strisce proprio per la mappatura del territorio. Comunque sia i primi test sono stati condotti nel giro di 6 giorni, all'interno di un'area vasta oltre 500.000 km vicino allo Stretto di Hormuz: zona d'importanza politica e militare strategica, in quanto rappresenta il passaggio di circa un quinto del petrolio distribuito in tutto il mondo. In ogni caso non è la prima volta che l'Iran ha dichiarato di essere al lavoro su strumenti bellici di questo tipo: il drone più avanzato messo a punto dal Paese è il modello Shahed 129, capace di raggiungere Paesi mediorientali come Israele, percorrendo una distanza massima di 1.700 km grazie ad un'autonomia di 24 ore, ovviamente portando con sé missili ed altre strumentazioni per attaccare sia bersagli fermi che in movimento.

Di seguito alcune immagini del suddetto "drone kamikaze":
http://www.payvand.com/news/13/sep/Iran-unveils-Yasir-drone-2-HR.jpg
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http://www.payvand.com/news/13/sep/Iran-unveils-Yasir-drone-23-HR.jpg
http://www.webnews.it/wp-content/uploads/2014/12/drone.jpg



martedì 30 dicembre 2014

Scoperto il segreto del déjà vu.


Con il termine déjà vu, (in italiano "già visto"), viene indicato quel fenomeno psichico facente parte delle cosiddette paramnesie, e che consiste nell'errata sensazione di aver già visto un'immagine oppure di aver già vissuto un qualche avvenimento o situazione che si sta verificando. Tuttavia una spiegazione plausibile sulle sue cause non si era mai trovata, (o almeno prima di adesso), anche perché si è sempre studiato il déjà vu in condizioni di normalità, senza mai considerare le condizioni patologiche. Infatti di recente alcuni ricercatori dell'Istituto di Bioimmagini e Fisiologia Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche, (noto anche con la sigla IBFM-CNR), in collaborazione con l'Istituto di Neurologia dell'Università degli Studi "Magna Græcia", tramite uno studio pubblicato sulla rivista Cortex, hanno messo a confronto per la prima volta nella storia della medicina il cervello delle persone che presentavano frequenti déjà vu, sia pazienti neurologici affetti da epilessia sia soggetti sani. Al riguardo i ricercatori hanno spiegato: "I pazienti con epilessia sono un modello patologico più noto in letteratura in quanto le illusioni déjà vu sono, in realtà, manifestazioni epilettiche derivanti dalle scariche all’interno del cervello". Mentre Angelo Labate, neurologo associato dell'IBFM-CNR e docente presso l'Università degli Studi "Magna Græcia" ha dichiarato: "L'obiettivo di questa ricerca era quello di scoprire se esiste una base anatomo-fisiologica comune nella genesi del déjà vu tra soggetti sani e pazienti epilettici, che possa spiegare le basi di un fenomeno psichico che, in alcune circostanze, diventa patologico". Ed ha poi proseguito spiegando: "Lo studio ha evidenziato che sia i soggetti malati, sia le persone sane interessate da déjà vu, presentano anomalie a livello morfologico, che coinvolgono però aree cerebrali diverse. I pazienti affetti da epilessia evidenziano anomalie localizzate nella corteccia visiva e nell'ippocampo, cioè nelle aree cerebrali deputate al riconoscimento visivo ed alla memorizzazione a lungo termine. Questa scoperta dimostrerebbe che la sensazione di déjà vu, riportata dai pazienti durante un episodio epilettico, è un sintomo organico di una memoria reale, anche se falsa". Ed ha, infine, concluso dichiarando: "Diversamente, i soggetti sani che vivono questa esperienza presentano piccole variazioni anatomiche in un'area cerebrale, (la corteccia insulare), che ha il compito di convogliare tutte le informazioni sensoriali all'interno del sistema limbico/emotivo. Tale modifica parrebbe dimostrare che nei soggetti sani l'esperienza del déjà vu è in realtà un fenomeno di alterata sensorialità dello stimolo percepito, più che un ricordo alterato: noi pensiamo di aver già visto quel posto, ma in realtà è la sensazione che abbiamo provato nel vederlo che ci richiama uno stimolo mnestico precedentemente associato".


lunedì 29 dicembre 2014

Anonymous Italia contro la Polizia e le frontiere.


In questi giorni la divisione italiana della popolare legione Anonymous è tornata all'attacco prendendo di mira i server della Polizia di Stato e rendendo pubblici parecchi documenti privati. In pratica una prima fase dell'attacco si è verificata contro la Polizia Penitenziaria il giorno di Natale, durante il quale gli hacker sono riusciti ad entrare in possesso di diverse e-mail riservate e vari documenti. Al riguardo, come di consueto, è stato pubblicato sul loro blog ufficiale un breve comunicato in cui gli hacker hanno spiegato: «Siamo ancora qua, a curiosare nei vostri server, nelle vostre e-mail, i vostri portali, verbali e molto altro. Manuali per il controllo dei documenti, metodi di clonazioni dei bancomat, clonazione POS, manuali per il controllo dei passaporti dei permessi di soggiorno ecc... ecc...». Mentre una seconda fase si è svolta nella giornata di ieri, con la quale gli hacker di Anonymous Italia si sono voluti schierare contro le frontiere e sono entrati in possesso di altri documenti, (per un totale complessivo di più di 1.500 file). Ovviamente, anche questa volta, gli hacker hanno rivendicato l'attacco sul loro blog, dove è stato pubblicato anche un altro comunicato nel quale si può leggere: «Le forze dell'ordine, serve dei padroni si affannano per difendere i confini e l'autorità degli stati e chiamano falsari coloro i quali manomettono o producono in proprio documenti atti a certificare l'appartenenza a questa o quella nazione; ma il vero crimine è lo stato stesso e criminali sono gli aguzzini in divisa che lo difendono. Immondi potenti usurpatori, è a causa dei vostri confini e dei vostri maledetti stati che in ultima analisi i nostri fratelli immigrati Africani, ed i Rom, in Italia vengono trattati come schiavi, ed è sempre a causa dell'immonda autorità statale che sostiene l'oppressione poliziesca che gli afro-americani di America vengono massacrati senza motivo dalla forze dell'ordine. Anonymous con questa operazione pubblica più di 1.500 file della Polizia italiana, tra cui quelli che spiegano gli accorgimenti che gli agenti seguono per individuare i documenti falsi». E successivamente gli hacker di Anonymous Italia hanno proseguito citando il testo dell'antico canto "Quando l'anarchia verrà", e scrivendo «"Quando l'Anarchia verrà tutto il mondo sarà trasformato e dei governi sarà un ricordo di infame passato. L'aborrito confin sparirà così pure il prete ed il soldato"». E subito dopo hanno scritto: «Facciamo notare che gli stessi tutori dell'ordine ai quali abbiamo sottratto i documenti che qui pubblichiamo si premurano di specificare: "Il contenuto del presente VOLUME, è RISERVATO alle Forze dell'Ordine, ogni indiscrezione corre il rischio di vanificare il lavoro di ricerca svolto"; è dunque con l'augurio che la presente operazione vanifichi il lavoro dei poliziotti, che proponiamo all'attenzione dell'opinione pubblica il materiale sopra citato». Ed, infine, gli hacker hanno concluso scrivendo: «Secondo Anonymous, ogni essere umano nasce sul pianeta Terra è cittadino del pianeta Terra ed ovunque sul pianeta Terra ha diritto di movimento, perciò ribadiamo il diritto alla cittadinanza universale.

(m) Diritto di cittadinanza universale:

L'unica nazione degli esseri umani è la Terra per questo gli esseri umani sono cittadini/e/* del mondo.

 

  • m1 - Per questa ragione deve essere istituita la cittadinanza universale quindi ogni essere umano ovunque si trovi sul pianeta deve poter godere dei diritti riportati in questa dichiarazione oltre al diritto di voto e tutti gli altri diritti fondamentali propri della maggior parte delle costituzioni degli stati rappresentativi.
  • m2 - Cancellazione della semi schiavitù. In molti stati, anche così detti democratici gli indigenti vedono il loro diritto alla vita, cioè a non morire, gravemente leso. Tuttavia molti di essi godono teoricamente di tale diritto. Per tutti/e costoro rivendichiamo il già trattato diritto all'esistenza. Vi sono tuttavia esseri umani che non vedono, nemmeno teoricamente, riconosciuto il proprio diritto alla vita. Sono di fatto gli immigrati in modo "irregolare" in uso come in Francia, in Italia ed in molte parti del pianeta dove costoro si trovano costretti a lavorare in modo massacrante senza alcuna garanzia, sottopagati discriminati e relegati in abitazioni fatiscenti. Le leggi permettono ad ogni "cittadino" di denunciarli come clandestini. Spesso i "clandestini" sono sottoposti a lunghi periodi di internamento in veri e propri campi di concentramento, sovraffollati e sporchi. Le condizioni dei "clandestini" non differiscono da quelle degli afro-americani liberati nel 1865 dopo la Guerra di Secessione statunitense. Questi/e non erano più schiavi ma nuove leggi, alcune delle quali valide fino agli anni '60 del '900, ne impedivano il voto sancendo un regime di apartheid. Il Ku Klux Klan, tollerato anche dal presidente Wilson, uccideva indisturbato gli afro-americani. Costoro erano di fatto ancora schiavi, liberi solo di lavorare fuori dalle piantagioni, sottopagati, per le industrie. Una condizione davvero troppo simile a quella degli odierni immigrati senza diritto. Gli stati che consentono questo scempio della dignità umana perdono ogni autorità morale di fronte ai propri "cittadini". Gli immigrati irregolari sono, ovviamente, esseri umani e devono quindi poter godere del diritto all'esistenza. La semi-schiavitù è intollerabile, perciò invitiamo ogni essere umano a combatterla con tutti i mezzi non violenti a disposizione, ed esigiamo che gli stati si battano da subito contro il semi-schiavismo.
  • m2.1 - Il diritto alla cittadinanza universale è un forte incentivo alla abolizione della semi-schiavitù, infatti per il citato diritto ogni essere umano vede riconosciuti ovunque sul pianeta Terra il diritto all'esistenza e ciò consentirebbe di potersi spostare ovunque potendo usufruire, ad esempio, dell'assistenza sanitaria gratuita, di una abitazione gratuita, dei mezzi economici e materiali per vivere, del diritto di lavorare o meno. In ultima analisi il diritto alla cittadinanza universale facilita gli spostamenti diminuendo l'attaccamento degli esseri umani verso il proprio stato di residenza, ciò renderebbe assai più diffusa e tollerata la condizione di migrante».



domenica 28 dicembre 2014

In futuro anche le cure potrebbero essere Wi-Fi ed NFC.


Ai giorni d'oggi in molti caso la medicina agisce solo quando il problema viene alla luce, non riuscendo sempre a prevenire un disturbo, (basti pensare a chi soffre di pressione alta e deve assumere pillole periodicamente, magari per tutta la vita; oppure a chi ha bisogno di curare un'infezione temporanea e vorrebbe sapere, giorno dopo giorno, se il farmaco è realmente efficace), ma tuttavia a quanto pare ciò è destinato a cambiare abbastanza presto grazie ad un nuovo metodo che permetterebbe di curarsi istantaneamente, risolvendo così varie disfunzioni fisiche nel momento in cui vengono rilevate. O almeno questo è l'obiettivo del dottor John Rogers, il quale con il suo team di ricercatori dell'Università dell'Illinois a Urbana-Champaign ha avuto un'idea degna dei migliori film di fantascienza. In pratica si tratta di piccoli dispositivi da impiantare sottopelle, in grado di monitorare lo stato di salute e se necessario somministrare automaticamente i farmaci da assumere: come ha spiegato lo stesso team, la "magia" è resa possibile da due impianti che comunicano tra di loro in modalità wireless, sfruttando sia il Wi-Fi che l'NFC. In sostanza un dispositivo esterno invia un segnale all'apparecchio impiantato sottopelle utilizzando un'onda radio che viaggia su una frequenza di 80 MHz; a quel punto l'impianto corporeo, formato da due strati di materiale setoso biodegradabile, comincia a rilasciare il medicinale. Infatti all'interno di questo dispositivo sottocutaneo, tra i due strati di seta, c'è una piccola quantità di magnesio che alla ricezione del segnale si riscalda e comunica allo strato superiore la necessità di rilasciare il farmaco. Mentre quando l'ultimo livello non contiene più il farmaco, un ulteriore segnale provoca l'evaporazione dell'impianto stesso, che scompare senza lasciare alcuna traccia. Tra l'altro il rilascio della medicina può avvenire sia su richiesta di un soggetto esterno, (come nel caso di cure periodiche), sia quando l'impianto biodegradabile comunica a quello centrale uno squilibrio di alcuni valori. Ad esempio, quando una persona è incline ad ammalarsi stagionalmente può decidere di farsi impiantare un dispositivo sottocutaneo così da tenere sotto controllo i livelli che indicano l'arrivo dell'influenza: a quel punto basterà premere un pulsante perché entri in circolo un farmaco adatto a curare la febbre. Al riguardo nella prefazione dello studio pubblicato sul sito del Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, (nota anche con la sigla PNAS), si può leggere: "L'integrazione tra alcuni materiali e nuove tecnologie ha permesso la creazione di dispositivi biomedicali pienamente funzionali, che possono essere assorbiti senza recare danno all'organismo quando il loro compito è terminato". Ad ogni modo il prototipo per il momento è stato testato sui topi per la cura di un'infezione da stafilococco e non è chiaro quando si potrà vedere qualcosa di simile anche sull'essere umano. Anche se, secondo i ricercatori i vantaggi del metodo seta-magnesio sono molti: prima di tutto la presenza di un dispositivo interno biodegradabile che può evaporare all'occorrenza; poi una quantità irrilevante di magnesio nella zona sottocutanea, pari a 28 microgrammi, decisamente minore dei 350 milligrammi prodotti dall'uomo ogni giorno. Tuttavia, se sotto il profilo strettamente medico sembrerebbe filare tutto liscio, restano alcuni dubbi su come questo apparecchio possa difendersi da eventuali attacchi hacker. Difatti poco più di un anno fa, durante la conferenza Black Hat 2013, gli esperti di sicurezza avevano mostrato alcuni metodi con cui violare diversi dispositivi medici, sfruttando le loro funzionalità wireless. Quindi non è da escludere che qualche hacker riesca da interporsi tra l'impianto di gestione e quello sottopelle; in questo modo dati sensibili e informazioni personali potrebbero divenire improvvisamente di dominio pubblico, oppure i criminali informatici potrebbero essere in grado di manipolare il livello di somministrazione dei farmaci, mettendo così in serio pericolo la vita dei pazienti. Per questi motivi è probabile che prima di essere utilizzato, il dispositivo impiantabile del dottor John Rogers debba, infine, essere approvato dagli organi internazionali non solo dal punto di vista medico ma anche in relazione al livello di sicurezza che sarà in grado di garantire.


sabato 27 dicembre 2014

Autismo: Un farmaco molecolare potrebbe combatterlo.


A quanto pare l'autismo potrebbe essere curato grazie all'utilizzo di un apposito farmaco molecolare; o almeno questo è quanto ha fatto sapere un recente studio italiano, coordinato da Giuseppe Testa, (responsabile del Laboratorio di Epigenetica delle Cellule Staminali dell'Istituto Europeo di Oncologia o IEO e recentemente divenuto docente di biologia molecolare al Dipartimento di Scienze della Salute dell'Università Statale di Milano), e pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Genetics, il quale potrebbe aprire la strada all'uso di farmaci molecolari non solo per la cura, appunto, dell'autismo, ma più in generale delle malattie mentali del neurosviluppo. In pratica i ricercatori dell'IEO hanno scoperto come la disfunzione nell'attività di alcuni geni, provocata da alterazioni del loro "dosaggio", (ovvero da quante copie di quel gene siano presenti nelle cellule), alteri fin da subito lo sviluppo del cervello, del cuore e delle strutture del viso; insomma di tutti i principali organi coinvolti in malattie genetiche che associano disabilità mentale e/o autismo a varie anomalie a carico di numerosi organi. Tra l'altro lo studio in questione si è avvalso della collaborazione del gruppo di ricerca diretto dal dottor Giuseppe Merla, dell'Unità di Genetica Medica presso l'Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, che ha anche fornito un numero rilevante di campioni provenienti dalla propria Biobanca Telethon. Ma non solo: lo studio è stato reso possibile anche grazie al prezioso sostegno delle associazioni famiglie di pazienti affetti dalla sindrome di Williams-Beuren, ed ai finanziamenti da parte dell'European Research Council, del Ministero della Salute, della Fondazione Telethon e del Consiglio Nazionale Ricerche, (noto con la sigla CNR), tramite quello che è stato chiamato "Progetto Bandiera Epigen". Ad ogni modo durante questa ricerca gli scienziati hanno studiato principalmente due malattie causate da alterazioni speculari nel cosiddetto "dosaggio genico", vale a dire la perdita o la duplicazione di 26 geni che stanno sul cromosoma 7.  In sostanza la perdita di una copia di questi geni causa la sindrome di Williams, malattia particolarmente interessante perché, a fronte di un ritardo mentale risparmia però in gran parte il linguaggio e dà luogo ad una forma di ipersocialità o socievolezza, quella che i primi clinici chiamavano "personalità da cocktail party". Mentre la duplicazione di questi stessi geni è stata da pochi anni associata all'autismo il quale presenta sintomi diametralmente opposti: socialità compromessa, fino al cosiddetto "ritiro autistico", associata, appunto, a gravi deficit nelle capacità linguistiche. Inoltre tra questi 26 geni, uno in particolare, (chiamato GTF2I), gioca un ruolo chiave come "fattore di trascrizione", ossia come gene che a sua volta regola la funzione di molti altri geni, accendendoli o spegnendoli. Al riguardo Giuseppe Testa ha spiegato: "Abbiamo scoperto che il gene GTF2I non agisce da solo, ma in associazione con un importante enzima, chiamato LSD1, che è coinvolto anche in molti tipi di tumore e contro il quale si sono cominciati a sviluppare, anche qui all'IEO, molti nuovi farmaci. Ebbene, siamo riusciti a dimostrare che la somministrazione di farmaci contro LSD1 è in grado di ripristinare il corretto funzionamento di alcuni circuiti molecolari, anche in presenza di un dosaggio anomalo di GTF2I, aprendo de facto la strada allo studio di come questi inibitori farmacologici possano essere un giorno impiegati anche contro l'autismo e più in generale contro le malattie mentali del neurosviluppo. Difatti proprio sui neuroni riprogrammati a partire dalla cute dei pazienti reclutati per il nostro studio, partirà ora lo screening farmacologico per nuovi composti". Ed ha poi proseguito dichiarando: "Il nostro lavoro è la più grande ricerca mai condotta finora, per qualsiasi malattia genetica, su cellule staminali riprogrammate e rappresenta un notevole avanzamento nell'intero campo del cosiddetto "disease modeling", vale a dire la creazione di modelli, (o avatar), di malattie umane. È un ambito che sta esplodendo in biomedicina, e che si basa sulla riprogrammazione di cellule della cute di pazienti affetti dalle più svariate malattie a base genetica, (incluse malattie frequentissime come Parkinson, Alzheimer, schizofrenia, diabete, SLA ecc...), in cellule staminali pluripotenti, cioè riportate ad uno stadio analogo a quello delle cellule embrionali da cui hanno origine tutti i nostri organi e tessuti. Da queste cellule è poi infatti possibile derivare, (in vitro), tutti i tipi di cellule del nostro corpo, studiare i meccanismi di malattia e testare nuovi farmaci anche in tessuti umani che erano restati finora praticamente inaccessibili alla sperimentazione, come, appunto, i neuroni del cervello. Inoltre l'ampiezza del campione ed il rigore del nostro studio, hanno permesso di concludere che il numero di pazienti coinvolti, ed il numero di linee di staminali riprogrammate da ciascun paziente, sono fondamentali per scoprire i meccanismi molecolari alla base della malattia". Oltretutto un'altra scoperta inaspettata è stata che le alterazioni del "dosaggio genico" provocano anomalie fin dai primissimi stadi dello sviluppo, e più si va avanti nel differenziamento nei vari tessuti, più questi difetti vengono amplificati. In tal proposito lo stesso Giuseppe Testa ha, infine, concluso affermando: "L'impatto è notevole non solo per le due malattie in questione, ma anche per tutto il campo del "disease modeling", perché vuol dire che già dalle cellule staminali riprogrammate dai pazienti, prima ancora di averle differenziate, potremo già capire quali sono le alterazioni più importanti di molte malattie".


venerdì 26 dicembre 2014

PSN ed Xbox Live attaccati e messi offline a Natale.


A quanto pare quello appena passato sarà un Natale da dimenticare per tutti i possessori di una PlayStation o una Xbox a causa di un attacco cracker che ha messo offline le due grandi reti di gioco di casa Sony e Microsoft, lasciando così gli utenti nell'impossibilità di accedere a molti servizi come il multiplayer nei giochi o l'uso di applicazioni di intrattenimento e tantissimo altro ancora. Naturalmente le proteste, le lamentele e le polemiche all'interno dei vari Social Network si sono diffuse molto rapidamente, soprattutto con il perdurare dei disagi. Ad ogni modo a rivendicare gli attacchi è stato un gruppo di pirati informatici che si fa chiamare "Lizard Squad": si tratta di un gruppo di cracker già molto noto alle cronache di Internet, ma che tuttavia si riteneva ormai sciolto, (o quasi), in quanto di recente erano stati arrestati 3 membri grazie all'azione del gruppo hacker denominato Finest Squad il quale aveva svelato le loro generalità permettendo la possibilità di un intervento da parte delle autorità. Comunque sia tra le azioni più famose effettuate da Lizard Squad si possono facilmente ricordare le interruzioni sempre del PlayStation Network, (noto anche con la sigla PSN), ed un attacco alla Blizzard avvenuti nel mese di Agosto. Insomma, si tratta di un gruppo che si è sempre focalizzato soprattutto sui network dei videogiochi e che alcune settimane fa aveva annunciato di voler portare a termine un importante attacco previsto proprio per il giorno di Natale. Ed pare che siano passati dalle minacce ai fatti, perché, come già spiegato, nella giornata di ieri con degli attacchi del tipo DDOS sono riusciti a mandare totalmente offline sia Xbox Live che PSN. Ovviamente sia Sony che Microsoft hanno fatto di tutto per intervenire prontamente ed iniziare a lavorare per risolvere i problemi di accesso ai propri network, ma, nonostante gli impegni dei tecnici, pare proprio che i problemi non siano stati ancora del tutto risolti; infatti ancor'oggi alcuni utenti segnalano l'impossibilità di effettuare login ai suddetti network. Ad ogni modo a dare una mano agli sfortunati videogiocatori che nella giornata di Natale non hanno potuto utilizzare le loro console c'è stato, oltre allo stesso Finest Squad, anche il gruppo di hacker Anonymous Protection che ha annunciato di essersi adoperato per bloccare le azioni di Lizard Squad; anche se pare proprio che, (come ha spiegato lo stesso gruppo di cracker su Twitter), ad interrompere gli attacchi sia stato Kim Dotcom, (il famoso imprenditore ed informatico tedesco, fondatore dell'ormai sepolto Megaupload ed attuale fondatore di MEGA), il quale ha deciso di trattare con Lizard Squad offrendo a ciascuno di loro un buono per l'abbonamento annuale del valore di 99$ con 500GB di memoria disponibili sul suo MEGA, (per un totale di 3.000 buoni), riuscendo, infine, così a farsi ascoltare.


Di seguito i tweet informativi di PlayStation ed Xbox:

...ed i vari tweet di Lizard Squad e Kim Dotcom:



giovedì 25 dicembre 2014

Scoperto che una luce blu mentre si mangia può ridurre l'appetito.


A quanto pare la visione di una luce tendente al blu o all'azzurro mentre si sta mangiando ha l'effetto di ridurre l'appetito; o almeno questo è quanto ha fatto sapere un recente esperimento condotto e portato a termine da scienziati dell'Università dell'Arkansas, i quali hanno dimostrato come l'appetito degli uomini, (per le donne questo escamotage sembrerebbe non funzionare), si riduca sensibilmente, appunto, con il suddetto tipo di stimolazione luminosa. In pratica i ricercatori statunitensi, coordinati da Han-Seok Seo, hanno pubblicato su Appetite un'analisi condotta su 112 persone, (di cui 62 maschi e 50 donne), lasciati a digiuno per una notte ed ai quali è stata poi offerta la stessa colazione il mattino successivo: 2 omelette al formaggio e prosciutto e 8 tortine. Inoltre le persone sono stati distribuiti in tre stanze diverse illuminate rispettivamente con una luce bianca, una gialla ed, appunto, una blu; mentre al termine della colazione, i volontari dovevano compilare un questionario nel quale esprimere la loro soddisfazione in termini generali e di appetibilità dei singoli piatti. Tra l'altro i ricercatori hanno provveduto a pesare in maniera precisa i resti delle pietanze offerte ad ognuno dei partecipanti. Ad ogni modo per quanto il giudizio di tutti sull'appetibilità dei cibi offerti non variasse sostanzialmente fra i tre gruppi, i risultati hanno mostrato che a variare era la quantità di cibo mangiata a seconda della stanza in cui i volontari avevano fatto colazione. Nello specifico: chi aveva mangiato nella stanza illuminata di blu aveva mangiato molto meno rispetto alla media, anche se l'effetto è stato evidente, appunto, solo per gli uomini. Al riguardo lo stesso Han-Seok Seo ha, infine, spiegato: "La colorazione bluastra che assume il cibo con questo tipo di illuminazione riesce a ridurne la quantità assunta ma non l'appetibilità perché nel cervello scatta un meccanismo che ha radici evolutive ed insinua il dubbio inconscio che non si tratti di un alimento sano e commestibile. Ciò inibisce l'appetito e quindi se ne mangia automaticamente di meno, anche se il suo aspetto è normale. Tuttavia è possibile che con il tempo l'effetto si affievolisca per una sorta di abituazione recettoriale ed il cervello capisca che si tratta solo di un fenomeno visivo, liberando l'appetito. Mentre per il riconoscimento dei cibi la donna ha sviluppato soprattutto l'olfatto e quindi non risente allo stesso modo dello stimolo visivo e la colorazione azzurra è su di lei pressoché ininfluente. Peraltro il senso olfattivo dei maschi è meno sviluppato e quindi si basano di più sull'informazione visiva".


mercoledì 24 dicembre 2014

WhatsApp: Svelate alcune immagini non ufficiali riguardanti le chiamate vocali.


A quanto pare la prossima evoluzione di WhatsApp, popolarissima applicazione di messaggistica istananea, potrebbe essere rappresentata, (oltre che da un probabile sbarco sul desktop), dall'integrazione delle chiamate vocali: un rumor che circola in Rete ormai da diverso tempo, mai confermato dal team di sviluppo, ma il cui debutto sembra essere sempre più imminente. Ed adesso a dimostralo ci sono anche alcuni screenshot condivisi dalla redazione del sito AndroidWorld.nl; anche se naturalmente non trattandosi di immagini ufficiali per il momento il tutto non è da prendere come assoluta verità. In pratica, nascosti nella versione beta di un prossimo aggiornamento per dispositivi Android della suddetta applicazione, gli screenshot in questione permettono di dare uno sguardo in anteprima alla funzionalità VoIP che dovrebbe essere, appunto, implementata in WhatsApp tra non molto tempo. In sostanza dando una prima occhiata è possibile vedere come una chiamata persa venga indicata nella cronologia della chat con una piccola freccia rossa che punta in basso a sinistra, (mentre per una chiamata in ingresso la freccia è azzurra e punta sempre in basso a sinistra e quella di una chiamata effettuata è verde e punta in alto a destra), in modo del tutto simile a quanto avviene in un comune dialer. Mentre continuando a guardare le immagini si può vedere l'interfaccia con cui iniziare una chiamata, quella di una chiamata in corso, con apposito pulsante rosso per terminare la conversazione e relativa durata in alto a destra, ed anche quella relativa ad una telefonata in ingresso, da accettare toccando sull'apposita icona verde oppure rifiutare tramite il pulsante per l'invio di un messaggio posto al di sotto. Ma non è tutto: le altre immagini sono relative alla cronologia delle chiamate, (sia ricevute che effettuate), ed a quelle che riguardano un contatto specifico. Ad ogni modo non è da escludere nemmenoche venga introdotta anche la possibilità di registrare le conversazioni per riascoltarle in un secondo momento; anche se nei suddetti screenshot al momento non ve n'è traccia. Comunque sia in merito ad un eventuale costo aggiuntivo Facebook, (che nel mese di Febbraio ha annunciato l'acquisizione di WhatsApp per la modica cifra di 19 miliardi di dollari), ha dichiarato più volte di voler mantenere l'applicazione del tutto gratuita, (ovviamnete fatta eccezione dell'abbonamento annuale da 0,89 euro), e priva di inserzioni pubblicitarie; il che potrebbe, infine, tradursi in un'integrazione del tutto gratuita di queste chiamate vocali, offrendo così uno strumento in più per la comunicazione agli utenti del servizio, appunto, senza costi aggiuntivi.


Di seguito i suddetti screenshot:
 http://cdn3.androidworld.nl/1d1b21a171/media/thumbnails/18/b4/18b475de7c4afa09b4990e890162dc31.png
 http://cdn3.androidworld.nl/1d1b21a171/media/thumbnails/35/1a/351aa84978ef32f4ec20016c76cd0c2d.png
 http://cdn3.androidworld.nl/1d1b21a171/media/thumbnails/00/56/00560a89de0ad42d6b991c7e90bb96c2.png
 http://cdn3.androidworld.nl/1d1b21a171/media/thumbnails/a2/b4/a2b44e59e31e6a2d1abe941d2fe049ef.png
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martedì 23 dicembre 2014

Progetto HAVOC: La NASA vorrebbe creare una "città galleggiante" sulle nuvole di Venere.


Anche se da sempre, (o quasi), Marte viene considerato il migliore pianeta candidato per un'eventuale esplorazione umana, (essendo abbastanza vicino alla Terra), in realtà, secondo molti, sarebbe più facile raggiungere Venere, il quale tra l'altro viene considerato il "gemello della Terra", in quanto i due pianeti hanno dimensioni e massa molto simili. Tuttavia è stato dimostrato che sotto altri aspetti è piuttosto differente dal nostro pianeta e per questo viene considerato come uno dei più inospitali del Sistema Solare; infatti Venere possiede un'atmosfera composta da anidride carbonica e molto più densa di quella terrestre, con delle nuvole di acido solforico, una temperatura della superficie di quasi 500 °C ed una pressione pari a 92 atmosfere. Ma ciò nonostante a quanto pare la NASA starebbe pensando ad una possibile soluzione: navi spaziali che fluttuano al di sopra delle suddette nuvole. In pratica tra il 1961 ed il 2006 sono state lanciate numerose sonde che hanno permesso di studiare Venere in dettaglio, alcune solo dallo spazio, altre direttamente dalla superficie: il record di durata spetta alla sonda russa Venera 13 che è sopravvissuta per 127 minuti, prima di cedere ed essere distrutta dalle condizioni proibitive del pianeta. Ad ogni modo adesso Dale Arney e Chris Jones, due scienziati del NASA Langley Research Center, hanno calcolato che, ad un altezza di circa 50 Km dalla superficie, Venere risulta abbastanza ospitale, in quanto ci sono valori di pressione, gravità e radiazioni, appunto, simili a quelli presenti sulla Terra; mentre la temperatura è di circa 75 °C, ovvero solo, si fa per dire, 17 °C in più rispetto al record registrato sul nostro pianeta. Insomma, per farla breve la NASA starebbe lavorando sul progetto HAVOC, (acronimo di High Altitude Venus Operational Concept), il quale prevede un'ipotetica missione esplorativa dell'atmosfera superiore di Venere, utilizzando dei dirigibili ad elio alimentati dall'energia solare. Quest'ultima, considerata la vicinanza al Sole, è circa 40 volte maggiore di quella che può essere sfruttata sulla Terra; tra l'altro un'evntuale equipaggio umano potrebbe rimanere sul pianeta per circa 30 giorni e con le missioni successive la durata dovrebbe aumentare ad un anno. Comunque sia l'obiettivo finale del progetto HAVOC, (che si svolge in 5 fasi), sarebbe quello di creare una "cloud city", vale a dire una colonia permanente di persone che vivrà all'interno di una "città galleggiante", appunto, al di sopra delle nuvole di Venere.


lunedì 22 dicembre 2014

Boeing Black, il primo smartphone che può "auto-distruggersi".


A quanto pare BlackBerry starebbe collaborando con Boeing per mettere a punto il primo smartphone basato su una piattaforma Android ad alta sicurezza ed in grado di "auto-distruggersi" nel caso dovesse finire nelle mani sbagliate. O almeno questo è quanto ha fatto sapere di recente lo stesso John Chen, amministratore delegato dell'azienda canadese, durante una conferenza stampa con gli analisti per comunicare i risultati economici del trimestre; anche se ha mantenuto un alto grado di riservatezza in merito ai prodotti. In pratica questo nuovo smartphone, (a cui per il momento è stato assegnato il nome Boeing Black), sarà dual SIM ed è stato dotato anche di una porta di espansione modulare per connettersi ai satelliti e di sensori biometrici per la cifratura dei dati: se qualcuno cercherà di aprirlo o di forzarlo, la memoria si cancellerà completamente ed il telefonino diventerà immediatamente del tutto inutilizzabile; insomma, per farla breve uno strumento utile per spie militari, uomini politici e magari in futuro anche per fedifraghi di entrambi i sessi. Inoltre pare che su questo smartphone, ideato e progettato per garantire il massimo della sicurezza in caso di manomissione, Boeing ci stia lavorando da diverso tempo, (secondo le indiscrezioni si tratterebbe di almeno 2 anni di lavoro), e di recente ha rilasciato alcune informazioni in merito a tale progetto sul proprio sito. Ad ogni modo seppur lodando la collaborazione con il gigante USA nella costruzione di aerei, nonché secondo fornitore nel settore della difesa, John Chen non ha voluto, (comprensibilmente), rivelare maggiori informazioni sul prodotto. Infatti durante la suddetta conferenza stampa ha deciso di tagliare corto affermando: "Quello che vi ho detto è l'unica cosa che mi hanno permesso di dire". Mentre un porta voce del colosso americano ha spiegato: "Boeing ha decenni di esperienza nel fornire ai clienti della difesa delle comunicazioni sicure. Stiamo lavorando con BlackBerry per garantire che il BES12 sia compatibile ed ottimizzato per l'uso da parte dei dispositivi mobili ultra-sicuri usati dalla comunità della Difesa e della Sicurezza". Comunque sia, come già anticipato, la progettazione di Boeing Black rappresenta la più recente mossa da parte di BlackBerry per garantire l'inviolabilità dei cellulare. Non a caso la società canadese è tenuta in alta considerazione proprio per i suoi standard in materia di sicurezza aziendali: ad un evento organizzato a San Francisco il mese scorso, John Chen ha annunciato anche una partnership con Samsung per integrare la piattaforma BES 12 nel progetto di sicurezza Knox.

Di seguito alcune immagini del Boeing Black:
http://images.dailytech.com/nimage/boeingblack.jpg
http://tctechcrunch2011.files.wordpress.com/2014/02/myce-boeing-black-android-smartphone.png?w=738
http://static.rappler.com/images/boeing-black-specs-20140227.jpg
http://1.bp.blogspot.com/-WH2yxv6KLzY/UxAixhf-3DI/AAAAAAAACA0/-TfacQgM6M0/s1600/Boeing+black+smartphone2.gif
 ...e le specifiche del prodotto:



domenica 21 dicembre 2014

Scoperto che la scarsa ventilazione nelle palestre potrebbe stimolare lo sviluppo dell'asma.


L'arrivo dell'inverno e del freddo spinge coloro che vogliono mantenersi in forma a scegliere le palestre, ma a quanto pare questo potrebbe non essere l'opzione migliore; o almeno questo secondo uno studio condotto dai ricercatori dell'Università di Lisbona e dell'Università tecnica di Delft, (nei Paesi Bassi), generalmente le palestre hanno una scarsa ventilazione nelle aree dedicate all'allenamento. Il che favorisce la formazione di un microclima costituito dalle tossine prodotte dall'organismo umano, da polvere e da microrganismi nocivi che potrebbe stimolare lo sviluppo dell'asma. In pratica durante questa ricerca gli scienziati hanno testato diversi centri sportivi, scoprendo livelli d'inquinamento indoor con punte preoccupanti durante le ore di maggior afflusso: al di là del monossido di carbonio e dell'ozono, le sostanze più pericolose sono le particelle denominate COV, ossia i Composti Organici Volatili. Fra questi c'è anche la formaldeide che viene rilasciata dai pavimenti rivestiti di moquette, dai prodotti per la pulizia e dai macchinari per gli esercizi. Al riguardo i ricercatori hanno affermato: "La maggior parte dei centri fitness che abbiamo studiato usava una ventilazione meccanica, ma in tutti il tasso di ventilazione non era soddisfacente". Ma non è tutto: un'altra recente meta-ricerca, pubblicata sulla rivista specializzata Environmental Science and Technology, sostiene che uscire all'aria aperta ed entrare in contatto con la natura è necessario per ottenere benefici reali dall'attività sportiva intrapresa. Difatti, sempre secondo questa ricerca, gli effetti prodotti dall'attività fisica aumenterebbero nel caso di un allenamento all'aperto e non effettuati nel chiuso di una palestra o della propria sala hobby. In questo caso un gruppo di ricercatori del Peninsula College of Medicine and Dentistry, (noto anche con la sigla PCMD), nel Regno Unito ha analizzato un totale di 11 studi e di 833 soggetti in collaborazione con lo European Centre for the Environment and Human Health, (conosciuto anche con la sigla ECEHH). In sostanza i risultati di tale ricerca hanno mostrato che fare attività fisica all'aperto predispone a risultati migliori, con un senso di rivitalizzazione più evidente: le persone si sentono più energiche, meno depresse e nervose. Oltretutto chi è abituato ad allenarsi all'aperto è anche più disposto ad effettuare più sedute di allenamento rispetto a chi rimane al chiuso, anche se ovviamente andrebbe stabilita l'esatta differenza fra i due metodi di fitness. In tal proposito Michael Depledge, presidente del comitato consultivo dell'ECEHH, nonché cordinatore della ricerca, ha, infine, spiegato: "Circa il 75% della popolazione europea vive in ambienti urbani. La nostra ricerca, che raccoglie dati da una grande varietà di fonti, conferma che è molto importante passare più tempo in un ambiente naturale per contrastare gli esiti negativi della vita moderna, come l'obesità e la depressione. Ci auguriamo di poter condurre ulteriori ricerche sull'argomento".


sabato 20 dicembre 2014

Chthonic, il trojan che prende di mira i sistemi di banking online ed i loro clienti.


Si chiama Trojan-Banker.Win32.Chthonic, (o abbreviato Chthonic; da non confondere con l'omonima band melodic black metal taiwanese), e si tratta di un nuovo virus scoperto di recente dagli analisti di sicurezza di Kaspersky Lab, i quali l'hanno subito definito come "un'evoluzione del famigerato trojan ZeuS". In pratica finora questo nuovo virus ha creato problemi a più 150 banche e 20 sistemi di pagamento in 15 Paesi diversi e sembra che prenda maggiormente di mira le istituzioni finanziarie situate negli Stati Uniti, in Spagna, in Russia, in Giappone ed in Italia. In sostanza Chthonic sfrutta le funzioni del computer, (tra cui la webcam e la tastiera), per rubare le credenziali dei clienti del banking online; tra l'altro i criminali possono anche connettersi da remoto al computer e controllarlo per effettuare transazioni. Tuttavia le principali armi di Chthonic sono i cosiddetti "injector web" i quali permettono al trojan di inserire il suo codice e le sue immagini nelle pagine bancarie caricate dal browser del computer, consentendo così ai cybercriminali di ottenere il numero di telefono, le password temporanee ed i PIN, nonché tutti i dettagli del login e delle password inserite dall'utente. Ad ogni modo le vittime vengono infettate tramite link o documenti con estensione .DOC allegati a delle e-mail che una volta aperte installano una backdoor per il codice nocivo. Oltretutto l'allegato contiene un documento RTF creato appositamente per sfruttare la vulnerabilità CVE-2014-1761 legata ai prodotti Microsoft Office: una volta scaricato, il codice dannoso che contiene un file di configurazione criptato viene "iniettato" nel processo msiexec.exe e nel dispositivo vengono installati numerosi moduli nocivi. Comunque sia, come già anticipato, fino ad ora i responsabili di Kaspersky Lab sono riusciti a scoprire diversi moduli in grado di raccogliere informazioni di sistema, rubare le password salvate, registrare i tasti digitati, permettere l'accesso da remoto e registrare video e suoni tramite la webcam o il microfono, (qual'ora siano presenti). Inoltre è stato scoperto che nel caso di una delle banche giapponesi prese di mira, Chthonic è stato in grado di nascondere le notifiche della banca e installare uno script che permette agli hacker di effettuare diverse transazioni usando gli account delle vittime. Mentre i clienti delle banche russe colpite, non appena effettuano il login, vengono accolti da pagine di siti bancari falsi: in questo caso il trojan crea un iframe che copia la finestra originale del sito, mantenendo le stesse dimensioni. Ad ogni modo Chthonic risulta avere alcune peculiarità in comune con altri trojan: ad esempio, usa lo stesso encryptor e lo stesso downloader dei bot Andromeda, lo stesso schema di criptaggio dei Trojan Zeus AES e Zeus V2 ed una macchina virtuale simile a quella usata nei malware ZeusVM e KINS. Fortunatamente però molti frammenti di codice usati da Chthonic per effettuare le "iniezioni online" non possono più essere utilizzati in quanto le banche hanno cambiato la struttura delle loro pagine ed, in alcuni casi, anche i domini. Al riguardo Yury Namestnikov, Senior Security Researcher presso Kaspersky Lab, nonché ricercatore che ha effettuato un'indagine sulla minaccia, ha, infine, spiegato: "La scoperta di Chthonic conferma che il Trojan ZeuS si sta ancora evolvendo attivamente. I writer dei malware fanno ampio uso delle tecniche più recenti aiutati dalla diffusione del codice sorgente di ZeuS. Chthonic è l'evoluzione di ZeuS: usa il criptaggio di ZeuS AES, una macchina virtuale simile a quella usata da ZeusVM e KINS ed il downloader di Andromeda, per prendere di mira sempre più istituzioni finanziarie e clienti ignari con metodi sempre più sofisticati. Siamo sicuri che in futuro incontreremo nuove varianti di ZeuS e continueremo a registrare ed analizzare ogni minaccia per trovarci sempre un passo avanti rispetto ai cybercriminali".

Di seguito un messaggio d'esempio con exploit CVE-2014-1761:https://kasperskycontenthub.com/securelist/files/2014/12/Chthonic_1.jpg
...gli screenshot della pagina di una banca prima e dopo l'attacco:
https://kasperskycontenthub.com/securelist/files/2014/12/Chthonic_10.jpg
...una falsa finestra di inserimento TAN creata da Chthonic:
https://kasperskycontenthub.com/securelist/files/2014/12/Chthonic_12.jpg
...ed un grafico dei Paesi colpiti e la relativa distribuzione:
https://kasperskycontenthub.com/securelist/files/2014/12/Chthonic_16.jpg



venerdì 19 dicembre 2014

XDCP J0044.0-2033, il "Gioiello dell'Universo" distante 9,5 miliardi di anni luce dalla Terra.


Gli scienziati l'hanno battezzato "Gioiello dell'Universo" e si tratta del più massiccio gruppo di galassie scoperto finora che si trova alla distanza record di 9,5 miliardi di anni luce dalla Terra. In pratica questo gigantesco ammasso di galassie, (il cui nome in codice completo è XDCP J0044.0-2033), è stato l'oggetto due differenti studi condotti dall'Istituto Nazionale di Astrofisica, (noto anche con la sigla INAF), con l'impiego dei satelliti Chandra, (della NASA), ed Herschel, (dell'Agenzia Spaziale Europea o ESA), e risulta talmente massiccio che per "riempirlo" ci vorrebbero 400.000 miliardi di stelle delle dimensioni del Sole. Al riguardo i responsabili dell'INAF hanno spiegato: "Gli studi, da una parte certificano come questo ammasso sia il più massiccio gruppo di galassie scoperto finora alla distanza record di 9,5 miliardi di anni luce da noi. Ma dall'altro evidenziano anche l'età relativamente giovane dell'ammasso, che gli astronomi stimano all'incirca di un miliardo di anni". Ed hanno poi proseguito spiegando: "Inoltre risultano essere giovani anche le galassie al centro di questo ammasso, come mostrano le osservazioni nel vicino infrarosso di Herschel: nelle regioni centrali è infatti presente una forsennata attività di formazione stellare, che non si riscontra in analoghi agglomerati di galassie più vicini a noi, (sia nello spazio che nel tempo), e quindi più evoluti". Mentre Gian Paolo Tozzi, ricercatore dell'INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri, il quale che ha guidato il primo dei due studi su XDCP J0044.0-2033, (in pubblicazione sulla rivista The Astrophysical Journal), ha affermato: "Abbiamo deciso di chiamare l'ammasso "Gioiello dell'Universo" perché mostra tanti "colori" dello spettro elettromagnetico, che per noi astronomi hanno un preciso significato: si va dall'emissione nella banda X da parte del gas caldo che ci permette di misurare la massa totale del cluster, all'emissione infrarossa della polvere riscaldata dall'intensa attività di formazione stellare. Tra l'altro quel nome vuole anche ricordare il luogo in cui il nostro team si è riunito per la prima volta a discutere sui dati di Chandra relativi a questo oggetto celeste, ovvero a Villa Il Gioiello, ovvero dove Galileo Galilei trascorse l'ultimo decennio della sua vita e scrisse alcune delle sue più importanti opere". Ad ogni modo l'osservazione del "Gioiello dell'Universo" nei raggi X da parte di Chandra è durata oltre 4 giorni e si è trattata della più profonda osservazione in questa banda di radiazione mai condotta su un ammasso di galassie più distante di 8 miliardi di anni luce. In tal proposito lo stesso Gian Paolo Tozzi ha spiegato: "Trovare questo enorme ammasso di galassie ad una distanza così elevata e quindi ad un'epoca così remota nella storia dell'universo ci ha sorpreso perché non è facile spiegare come un simile oggetto si sia formato nei primi 4 miliardi di anni dopo il Big Bang. Le informazioni che ci forniscono le indagini su XDCP J0044.0-2033 potranno avere un notevole impatto sulla nostra comprensione di come l'universo si sia formato ed evoluto su larga scala". Tuttavia questo ammasso risulta sorprendente anche per un'altra sua proprietà, emersa dalle osservazioni nell'infrarosso del telescopio spaziale Herschel; infatti al riguardo Joana Santos, anche lei ricercatrice INAF-Osservatorio Astrofisico di Arcetri, che ha guidato il secondo studio su XDCP J0044.0-2033, (in pubblicazione sulla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society), ha fatto sapere: "A differenza degli ammassi più vicini, e quindi più evoluti, nel centro del "Gioiello dell'Universo" le galassie stanno formando stelle ad un ritmo di circa 2.000 nuovi astri all'anno, un dato strabiliante se pensiamo che in genere al centro degli ammassi si trovano vecchie galassie ellittiche che hanno finito di formare stelle già da miliardi di anni. Le nostre indagini ci danno una visione senza precedenti di cosa accade negli ammassi di galassie appena formati". Mentre, secondo i responsabili dell'INAF, studiare questo oggetto celeste nel lontano infrarosso è stato determinante poiché è soprattutto in questa banda della radiazione elettromagnetica che si concentra l'emissione della polvere interstellare presente attorno alle stelle in formazione e che viene riscaldata da esse. In questo modo i ricercatori sono stati in grado di ricostruire la distribuzione e la temperatura di quel materiale e risalire al tasso di formazione stellare nelle galassie dell’ammasso. Infatti in tal proposito hanno evidenziato: "Per apprezzare il valore misurato da Herschel, che, appunto, ammonta a circa 2.000 nuove stelle ogni anno, basti pensare che attualmente in tutta la nostra Via Lattea il tasso della formazione stellare è soltanto di qualche massa solare all'anno". Mentre Joana Santos ha, infine, concluso spiegando: "Questa altissima frequenza con cui si stanno accendendo nuove stelle nel "Gioiello dell'Universo" è una novità assoluta per osservazioni di ammassi galattici di questa dimensione e ci indica che l'ammasso è ancora in una delle prime fasi della sua evoluzione. Comunque sia sappiamo già che con il trascorrere del tempo prima o poi anche le galassie nel centro di XDCP J0044.0-2033 diverranno simili a quelle degli ammassi che osserviamo nell'universo locale, ovvero galassie ellittiche ricche di stelle vecchie e senza più gas diffuso".

Di seguito alcune immagini del "Gioiello dell'Universo":
http://www.nasa.gov/sites/default/files/xdcp004.jpg
http://www.media.inaf.it/wp-content/uploads/2014/12/Herschel_Santos_x0044_rgb-v2.jpg



giovedì 18 dicembre 2014

Creato un chip in grado di produrre DNA.


A quanto pare la produzione artificiale di DNA sarà presto possibile attraverso un particolare chip in silicio; o almeno questo è quanto ha dimostrato di recente uno studio pubblicato sulla rivista Science e condotto dal team del professor Roy Bar-Ziv del Weizmann Institute of Science, (in collaborazione con colleghi dell'Università del Minnesota), il quale ha spiegato: "Il nostro è un nuovo sistema che ci permette di esaminare la maniera in cui i geni vengono accesi o spenti al di fuori della cellula vivente". Infatti normalmente le proteine vengono prodotte dalle cellule sulla base delle precise istruzioni ricavate dalle sequenze di DNA, e la quantità espressa dipende da altri geni. Ad ogni modo il chip in questione sfrutta una tecnica sviluppata dallo stesso team per legare il DNA al silicio attraverso il rivestimento della superficie con una sostanza chimica che si attiva con la luce. In pratica gli scienziati si sono serviti proprio di quest'ultima per creare i punti in cui il DNA si lega e si assembla in raggruppamenti che ricordano una forma simile a quella delle setole di uno spazzolino da denti. Quest'ultimi si trovano all'interno di piccoli compartimenti di forma circolare, ognuno dei quali è legato a loro volta ad un canale attraverso capillari dello spessore di 20 micrometri: ogni canale contiene un liquido estratto da alcune cellule batteriche; insomma tutti ingredienti necessari alla sintesi delle proteine. Comunque sia la sintesi proteica del DNA era già stata resa possibile da altre ricerche, anche se il limite era rappresentato dal decadimento della capacità di reazione dovuta all'accumularsi delle proteine ed al conseguente rallentamento del processo. Per questo motivo la realizzazione di circuiti genetici funzionanti al di fuori delle cellule ha sempre costituito una sfida per gli scienziati. In tal proposito il professor Roy Bar-Ziv ha dichiarato: "Questo chip è in grado di superare il problema eliminando i prodotti di scarto. Se volete ricostituire la natura dinamica dei geni che salgono e scendono, dovete avere un meccanismo per degradare quello che producete". Per di più il chip ingegnerizzato dall'équipe israeliana in futuro potrebbe trovare applicazione nella diagnostica o nello screening dei virus, in quanto consente di mantenere le reazioni in vita per un tempo più lungo. Inoltre chip di questo genere potrebbero essere utilizzati anche per sperimentare nuovi costrutti genetici prima che essi vengano inseriti all'interno di vere e proprie cellule, come, ad esempio, i batteri. Al riguardo Timothy Lu, un biologo sintetico del Massachusetts Institute of Technology, (noto anche con la sigla MIT), ha spiegato: "Se si potessero prototipare rapidamente questi design al di fuori delle cellule per poi semplicemente selezionare le migliori da inserire all'interno delle cellule, il processo sarebbe molto più rapido". In ogni caso il prossimo obiettivo del professor Roy Bar-Ziv e del suo team sarà quello di creare schemi più complessi e reti più grandi, e di riuscire a controllare centinaia di geni diversi in migliaia di cellule artificiali, assicurando la comunicazione e l'influenza reciproca. In tal proposito il professor ha, infine, spiegato le difficoltà di tale impresa affermando: "Il passaggio da un transistor a miliardi non è avvenuto in un giorno".


mercoledì 17 dicembre 2014

Ritrovato in Norvegia "Empty Socks", il primo film natalizio della Disney risalente al 1927.


In questi giorni durate un inventario nella Biblioteca nazionale norvegese di Mo i Rana, (nella Norvegia del Nord), è stato ritrovata una versione quasi completa del primissimo cortometraggio natalizio di Walt Disney ed Ub Iwerks. In pratica si tratta di "Empty Socks" è stato realizzato nel lontano 1927, appartiene alla serie Oswald the Lucky Rabbit, (la quale racconta, appunto, le avventure del coniglio Oswald: predecessore dell'ultra-popolare Mickey Mouse), ed ormai si credeva perduto per sempre. E sebbene potrebbe sembrare strano che la Disney perda qualcosa del suo archivio, in realtà è del tutto comprensibile: Oswald è diventato legalmente dell'azienda statunitense solo nel 2006, dopo una lunga transazione con la Universal; il che ha fatto sì che i 26 cortometraggi dedicati al suddetto personaggio di Walt Disney ed Ub Iwerks per quasi 80 anni non fossero custoditi dalla stessa Disney. Difatti molti di essi sono andati perduti, anche se alle volte riaffiorano fortunosamente come positivi disastrati in antichi archivi: nel caso di "Empty Socks", il rullo era, come già anticipato, nella Biblioteca nazionale norvegese di Mo i Rana, ma dato lo stile grafico, gli archivisti l'avevano inizialmente ritenuto un cartoon della serie Felix the Cat. Tuttavia un ragionevole dubbio li ha spinti a chiedere aiuto a David Gerstein, autore di fumetti che ha scritto diversi fumetti Disney, il quale molto probabilmente avrà fatto un salto sulla sedia dopo aver realizzato di cosa si trattava effettivamente. Al riguardo Kvale Soerenssen, dipendente della suddetta biblioteca che si occupa da molti anni degli archivi, ha dichiarato: "Non abbiamo realizzato subito che si trattasse di un tesoro cinematografico. Il film era diviso in due bobine non chiaramente etichettate". Ad ogni modo prima di questa scoperta, l'unica copia conosciuta di "Empty Socks" era una brevissima sequenza di 25 secondi, custodita per tutti questi anni all'interno del Museum of Modern Art di New York. Tuttavia anche se il cartone animato appena ritrovato dura ben 5 minuti e mezzo, nella parte centrale, (per la precisione tra i 30 ed i 60 secondi), mancano alcune parti. Comunque sia adesso il film quasi completo sarà adeguatamente restaurato e digitalizzato ed una copia sarà inviata alla Disney in modo che venga archiviato accanto alle altre avventure di Oswald.