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giovedì 31 dicembre 2015

Twitter aggiorna la policy contro gli abusi.


Negli ultimi mesi Twitter ha lavorato molto sodo per combattere la piaga del bullismo e degli abusi perpetrati attraverso la piattaforma e grazie all'interessamento Dick Costolo, il vecchio amministratore delegato, ha iniziato a lavorare per offrire ai suoi utenti nuovi strumenti volti a segnalare con maggiore facilità attività di bullismo, contestualmente alla creazione di un team dedicato alla salvaguardia degli iscritti. Ed a quanto pare Twitter ha deciso di concludere questo 2015 con un ulteriore passo verso la difesa degli utenti con un importante aggiornamento delle regole d'utilizzo. In pratica si tratta di modifiche già apportante al regolamento e che evidenziano come Twitter non tollererà più comportamenti destinati a molestare, intimidire, oppure utilizzare la paura per mettere a tacere la voce di un altro utente. Insomma, non è un cambiamento non clamoroso rispetto al vecchio regolamento, ma deve comunque essere visto come un passo importante verso un sistema a "tolleranza zero" verso gli atti di abuso perpetrati all'interno del Social Network dai 140 caratteri. In sostanza, entrando un po' più nel dettaglio, l'aggiunta più significativa riguarda una nuova sezione del regolamento che vieta un "comportamento odioso" che prenda di mira gli utenti in base alla loro razza, nazionalità, orientamento sessuale, genere, identità di genere, età, disabilità o malattia. Inoltre questa norma vieta anche la creazione di account multipli con lo scopo primario di creare un danno verso gli altri in base a tali categorie. Ad ogni modo, sebbene queste nuove regole rappresentino un passo importante per Twitter, le stesse avranno poco valore se il Social Network dai 140 caratteri non saprà applicare le giuste azioni facendole rispettare rigorosamente. Motivo per il quale la speranza finale è che Twitter intensifichi davvero il controllo all'interno della sua piattaforma per consentire di eliminare finalmente ed una volta per tutte l'odioso fenomeno dell'abuso.


mercoledì 30 dicembre 2015

Scoperte fibre di amianto nel "DAS" prodotto dal 1963 al 1975.


A quanto pare in passato nel "DAS", (la famosa pasta sintetica per modellare prodotta in Italia a partire dal 1963 dall'Adica Pongo di Lastra a Signa, ormai chiusa dal 1993; ed attualmente prodotta dalla FILA, che ne ha acquistato i diritti nel 1994), erano presenti fibre di amianto che possono aver causato esposizione alla sostanza cancerogena in un'ampia varietà di utenti di 40 anni fa, compresi i bambini, insegnanti, artigiani e per coloro che erano addetti alla produzione. In pratica questo è quanto è emerso da una recente ricerca condotta da alcuni ricercatori dell'Istituto per lo Studio e la Prevenzione Oncologica, (noto anche con la sigla ISPO), dell'Azienda Sanitaria di Firenze e dell'Università degli Studi di Firenze, grazie anche al contributo fornito da alcuni ex-dipendenti dell'Adica Pongo, e pubblicata dalla rivista scientifica "Scandinavian Journal of Work Environment & Health". Inoltre i ricercatori sono riusciti a reperire le fatture dell'acquisto dell'amianto, (oggi depositate nell'Archivio di Stato di Torino insieme alla documentazione del produttore: l'Amiantifera di Balangero), e successive sofisticate analisi di laboratorio sui prodotti originali ne hanno confermato la presenza. Al riguardo l'attuale azienda produttrice ha diffuso una nota nella quale si può leggere: «FILA ci tiene a precisare che il prodotto in commercio in Italia ed all'estero è perfettamente sicuro e pienamente conforme alle normative vigenti. Lo studio condotto dall'ISPO sulla possibile presenza di fibre di amianto nella composizione del DAS si riferisce, come correttamente specificato, alla pasta sintetica che veniva prodotta e commercializzata dall'Adica Pongo tra il 1963 ed il 1975». Mentre Stefano Silvestri, igienista del lavoro dell'ISPO, ha spiegato: "Dato che il DAS è stato commercializzato in Italia ed esportato in altri Paesi europei, i nostri risultati suggeriscono che ai pazienti affetti da mesotelioma che non riferiscono di essere stati esposti ad amianto per motivi professionali, dovrebbero essere chiesto se in passato hanno usato la pasta sintetica. Questa scoperta dimostra che gli usi dell'amianto nel passato non siano stati ancora del tutto chiariti e che non vi fossero limiti al suo impiego essendo presente persino nei giocattoli. Lanciamo un forte appello alle autorità affinché vengano effettuati test accurati su articoli di importazione, tra cui i giocattoli, quando provengano da paesi in cui l'amianto non è ancora vietato". Tra l'altro se è vero che il rischio di esposizione all'amianto è sicuramente avvenuto durante l'utilizzo del DAS, (il quale oltre che come giocattolo, è stato strumento di insegnamento nelle scuole, da artigiani, da restauratori di ceramica ed artisti), è anche vero che ciò potrebbe essere avvenuto durante il processo di preparazione della pasta, quando nei primi anni veniva venduto in polvere da miscelare con acqua ed anche durante la rifinitura degli oggetti quando si erano essiccati. In sostanza la ricostruzione storica del prodotto ha permesso di stabilire che circa 55 milioni di confezioni di DAS contenenti amianto sono stati prodotti e venduti sul mercato sia nazionale che sia internazionale, (infatti veniva esportato in Olanda, Inghilterra, Norvegia e Germania), nell'arco di 13 anni, con un numero di "consumatori" di diversi milioni. Ad ogni modo, come già spiegato, per i primi 3 anni, il DAS è stato commercializzato in polvere da miscelare con acqua e successivamente in pasta pronta all'uso, ma a partire dal 1976 l'amianto fu sostituito dalla cellulosa. Comunque sia è probabile che qualcuno possieda ancora dei manufatti modellati tra il 1963 ed il 1975 ed, anche se questi di per sé non rappresentano un rischio per la salute di chi li possiede, è raccomandabile non rompere questi oggetti ed in particolare di non ridurli in polvere, perché le fibre di amianto potrebbero ancora disperdersi nell'aria con il rischio di essere, infine, inalate.


MOTÖRHEAD: Svelati i dettagli della morte di Lemmy Kilmister.


Mentre continuano ad arrivare messaggi di cordoglio da parte di artisti vari, (e non solo), in queste ore sono stati resi pubblici i dettagli della morte di Lemmy Kilmister, bassista, cantante e leader dei Motörhead, nonché leggenda indiscussa del rock, avvenuta ieri a causa di un tumore parecchio aggressivo. In pratica a svelarli è stato Todd Singerman, manager della band londinese, il quale durante un'intervista concessa a Sky News ha spiegato: "Nessuno ne aveva idea, abbiamo appreso Sabato, due giorni fa che aveva il cancro e che i dottori gli avevano dato dai 2 ai 6 mesi di vita. È morto ieri mentre telefonavo a Phil ed a Mikkey, per dire loro di venire a dargli un ultimo saluto mentre era ancora in forze. Era tornato dal tour ed abbiamo fatto un grande party al Whisky a Go Go per il suo compleanno. I suoi amici sono venuti ed hanno suonato. Due giorni dopo, non si sentiva bene e quindi lo abbiamo portato all'ospedale, ma lo hanno dimesso con tanto di certificato di chiara salute; anche se poi hanno deciso di continuare gli accertamenti. Originariamente i medici pensavano si trattasse di un ictus minore, ma dopo una TAC gli hanno diagnosticato un tumore aggressivo al cervello ed al collo… due giorni più tardi il medico ci ha detto che era terminale. Si sentiva abbastanza giù di tono... Non si sarebbe aspettato di morire così. Quel cancro era l'ultima cosa che ci saremo aspettati che potesse avere. Pensandoci, è stato da ogni dottore in tutto il mondo e nessuno se n'era accorto. È stato uno shock massivo". Ed il manager ha poi aggiunto: "Ero con lui da 25 anni e tutti i giorni erano mezzo gallone di Jack Daniel's, due-tre pacchetti di sigarette ed altri suoi vizi. Ogni giorno. Di recente era passato ad aranciata e vodka, e tuttora io non riesco a capire come, secondo lui, fosse più salutare. Ricordo questa grande citazione: «Lemmy dei Motörhead fa sembrare Keith Richards dei Rolling Stones una Golden Girl». Questo ragazzo ha vissuto ogni giorno, senza fermarsi mai. Era l'ultima vera rock star rimasta". Mentre in una seconda intervista rilasciata alla rivista Rolling Stone, lo stesso Todd Singerman ha dichiarato: "Lemmy ha preso la notizia meglio di tutti noi. Il suo unico commento è stato: «Oh, solo due mesi, eh?». Ed il medico gli ha risposto: «Sì, Lemmy, non ti sto prendendo per il culo. È un brutto male, e non c'è niente che chiunque possa fare. Sarei un bugiardo a dirti che c'è una possibilità»". Tra l'altro il manager ha, infine, fatto sapere che Lemmy Kilmister era anche a favore di raccontare tutto quello che stava succedendo ai fan; anche se la notizia era ovviamente triste. Ma purtroppo il frontman se ne andato prima che il comunicato stampa potesse essere pubblicato.

*(Aggiornamento del 20/01/2016): Stando al certificato di morte reso pubblico in questi giorni da TMZ, le cause ufficiali della morte di Lemmy Kilmister sono state: un cancro alla prostata assieme ad un'aritmia cardiaca ed un'insufficienza cardiaca congestizia.

Di seguito il suddetto certificato di morte:



MOTÖRHEAD: Mikkey Dee conferma "È la fine della band".


Dopo la morte di Lemmy Kilmister, bassista, cantante e leader dei Motörhead, nonché leggenda indiscussa del rock, avvenuta ieri a causa di un tumore molto aggressivo, il batterista Mikkey Dee ha confermato al magazine svedese Expressassen che, come era facilmente prevedibile, la band londinese cesserà di esistere. Al riguardo ha dichiarato: "I Motörhead sono finiti, ovviamente. I Motörhead erano Lemmy. Ma la band continuerà a vivere nei ricordi di tanti. Non faremo più tour o altro. Non ci saranno altri album. Ad ogni modo il marchio sopravvive e Lemmy vive nei cuori di tutti". Ed ha poi aggiunto alcune piccole informazioni in più in merito agli ultimi show tenuti dal frontman, che da tempo era in cura a causa del diabete, dichiarando: "Nell'ultimo periodo Lemmy ha dato tutte le sue energie anche se dopo era molto, molto stanco. È incredibile che sia anche solo riuscito a suonare e finire il tour europeo. È stato solo 20 giorni fa. Incredibile! Sono estremamente grato degli anni che abbiamo passato assieme e per quanto ci siamo divertiti". Inoltre anche il chitarrista Phil Campbell, l'altro membro dei Motörhead, ha voluto rendere omaggio all'amico scomparso, affermando: "Il mio caro amico e fratello è morto ieri. La mia vita non sarà più la stessa. Grazie a tutti per i messaggi di cordoglio. PLAY IT LOUD!".


martedì 29 dicembre 2015

The Big Bang Theory: In tribunale per i diritti di "Soffice Kitty".


A quanto pare "Soffice Kitty", la famosa ninnananna che nella serie The Big Bang Theory fa star meglio ed addormentare Sheldon come un angioletto quando è malato, potrebbe far passare qualche notte insonne alla CBS. Difatti recentemente il network che negli Stati Uniti trasmette la sitcom di successo da 9 stagioni è stato citato per violazione dei diritti del componimento della suddetta canzoncina, riproposta più volte nello show e diventata talmente popolare da diventare addirittura oggetto di una campagna marketing, la quale ha visto la commercializzazione di diversi prodotti, (tra cui t-shirt, peluche e tazze da caffè). In pratica tali accuse sono state mosse da Margaret Perry ed Ellen Chase, figlie della poetessa Edith Newlin scomparsa nel 2004 e che nel 1937 scrisse la canzone "Warm Kitty", (il cui testo è stato leggermente modificato per essere appositamente utilizzato in The Big Bang Theory), pretendendo che la CBS paghi ciò che spetta loro, (come si può leggere nella denuncia presentata ieri al tribunale di Manhattan), e sostenendo che: "Il testo di Soffice Kitty è uno degli aspetti più noti e popolari della serie ed è diventato una firma e caratteristica emblematica dello spettacolo ed una parte centrale della promozione dello show. Inoltre ha svolto un ruolo importante nella creazione e raffigurazione di uno dei personaggi principali del programma". Tuttavia per il momento la Warner Bros. Television, casa produttrice di The Big Bang Theory, non ha commentato la vicenda; mentre la Willis Music Co., un publisher musicale con sede in Kentucky, ha fatto sapere che lo studio televisivo è correttamente e legalmente autorizzato ad usare la canzone. Infatti al riguardo Kevin Cranley, presidente della suddetta società, ha, infine, spiegato: "Nel 1937 abbiamo pubblicato un libro intitolato "Songs for the Nursery School" e venduto decine di migliaia di copie. Si tratta di un libro con oltre 150 canzoni per bambini. Il libro è stato scritto da Laura Pendleton McCarteney. Al suo interno, a pagina 27, c'è "Warm Kitty". La Warner Bros. ed io abbiamo lavorato congiuntamente affinché lo show ne avesse i diritti, ed è da allora che la canzone è stata utilizzata. Gli autori la volevano perché uno di loro la ricordava da quand'era bambino. Hanno anche cambiato leggermente le parole, ma non sono del tutto sicuro del motivo".

Di seguito alcune scene della serie in cui viene cantata "Soffice Kitty":



MOTÖRHEAD: Lemmy Kilmister muore all'età di 70 anni.


Nelle ultime ore in Rete la notizia è iniziata a diffondersi a macchia d'olio ed adesso è ufficiale: Lemmy Kilmister, leggendario frontman, bassista e fondatore dei Motörhead nonché una delle più grandi icone del rock di tutti i tempi, purtroppo è morto all'età di 70 anni, (compiuti da poco: il 24 Dicembre scorso). In pratica, come già noto, il frontman negli ultimi anni aveva affrontato alcuni seri problemi di salute che lo avevano costretto, (oltre a cancellare diverse volte un tour), a prestare più attenzione e ridimensionare il suo uso di alcool e sigarette. Tuttavia nonostante negli ultimi tempi Lemmy Kilmister fosse migliorato molto, le sue precarie condizioni di salute lo avevano più volte portato all'interruzione o all'annullamento di alcuni show. Tra l'altro nella sua ultima intervista rilasciata ad inizio mese a Classic Rock aveva comunicato che non aveva intenzione di mollare; infatti aveva affermato: "Ne ho piene le palle della gente che mi chiede: "Stai per morire?". È una vecchia domanda ormai. Sto bene e sto facendo del mio meglio. Ci sono giorni buoni ed altri meno buoni, ma sto bene. L'ultimo tour negli Stati Uniti è andato benissimo. Quando passi i 70 anni tutto va a rotoli. Tutti credono che invecchiare sia una cosa da poco, ma non è così, se consideri tutto quanto. Quando arriva è uno shock ma io non voglio arrendermi". Ma, nonostante lo spirito combattivo, il suo fisico non ha retto ad un brutto e molto aggressivo male diagnosticatogli proprio in questi giorni e Lemmy Kilmister si è spento il 28 Dicembre 2015 e con lui se ne va un pezzo di Storia. A darne conferma, (oltre ai vari artisti che hanno espresso il loro cordoglio), è stata la stessa band attraverso un comunicato pubblicato sulla loro pagina ufficiale, nel quale si può leggere: «Non c'è un modo semplice di dirlo… il nostro grande e nobile amico Lemmy è morto oggi dopo una breve battaglia contro un cancro estremamente aggressivo. È venuto a conoscenza della malattia il 26 Dicembre e si trovava a casa, seduto di fronte al suo videogame preferito, con la sua famiglia. Non possiamo nemmeno iniziare ad esprimere il nostro dolore e la nostra tristezza, non ci sono parole. Aggiungeremo altro nei prossimi giorni ma per ora vi preghiamo… ascoltate i Motörhead ad alto volume, gli Hawkwind ad alto volume, e la musica di Lemmy ad alto volume. Fatevi un drink o due e raccontate di lui. Celebrate la VITA di questo grande, fantastico uomo come lui stesso ha fatto. AVREBBE VOLUTO ESATTAMENTE QUESTO». Ed il comunicato si conclude, infine, con le parole: «Born to lose, lived to win»; tratte dall'omonimo brano della band londinese.

Di seguito il suddetto comunicato ufficiale:

There is no easy way to say this…our mighty, noble friend Lemmy passed away today after a short battle with an extremely...
Posted by Official Motörhead on Lunedì 28 dicembre 2015



lunedì 28 dicembre 2015

Realizzato il primo "chip fotonico ibrido".


Di recente alcuni ricercatori dalla University of Colorado Boulder, in collaborazione con quelli della University della California, Berkeley e del Massachusetts Institute of Technology, (meglio noto come MIT), hanno fatto sapere di essere riusciti a realizzare il primo "chip fotonico ibrido", vale a dire un chip che, per trasferire i dati a velocità molto elevate, usa la luce al posto dell'elettricità, consumando una minima quantità di energia. I pratica i dettagli su questa nuova tecnologia, che potrebbe consentire la progettazione di computer ed infrastrutture di rete più potenti di quelli attuali, sono stati pubblicati proprio in questi giorni sulla rivista Nature. In sostanza, come noto, i processori tradizionali, (integrati in tutti i dispositivi moderni), usano circuiti elettrici per comunicare tra loro e trasferire le informazioni: all'aumentare della velocità, le connessioni diventano un cosiddetto "collo di bottiglia", in quanto limitate dalla larghezza di banda e dalla densità di potenza. Tuttavia, anche se a quanto pare queste limitazioni possono essere superate, appunto, con l'impiego di sistemi elettronici-fotonici, finora sono stati realizzati pochi dispositivi fotonici a causa delle difficoltà incontrate durante il processo produttivo. Invece i ricercatori della University of Colorado Boulder sono riusciti a sviluppare un circuito ibrido, combinando 70 milioni di transistor con 850 componenti ottici di input/output sullo stesso chip; insomma si tratta del primo microprocessore al mondo che utilizza la luce per comunicare con il mondo esterno. Tra l'altro, grazie alla possibilità di inviare flussi di dati in parallelo, codificati con diversi colori, e di sfruttare la luce infrarossa con lunghezza d'onda inferiore al micrometro, il nuovo chip offre una densità di larghezza di banda pari a 300 gigabit al secondo per millimetro quadrato, ossia 50 volte maggiore di quella disponibile con gli attuali processori sul mercato. Inoltre un altro importante vantaggio di questi "chip fotonici ibridi" è rappresentato dal processo produttivo: lo stesso utilizzato per realizzare i tradizionali chip basati sull'elettricità. Ad ogni modo, anche se il chip in questione misura 3×6 millimetri ed integra solamente 2 core, ha, infine, tutti i requisiti necessari a rivoluzionare il settore dell'informatica con sistemi elettronici-fotonici, andando ad eliminare una volta per tutte quel famigerato "collo di bottiglia" nelle comunicazioni tra i componenti di un circuito, rendendole di conseguenza parecchio più veloci.

Di seguito il video dimostrativo:




domenica 27 dicembre 2015

Scoperto un possibile legame tra ansia e demenza.


A quanto pare chi è ansioso rischia più degli altri di sviluppare una forma di demenza; o almeno questo è quanto ha fatto sapere di recente uno studio condotto da alcuni ricercatori della University of Southern California e pubblicato su Alzheimer's & Dementia: The Journal of the Alzheimer's Association. In pratica, stando a quanto affermano ai dati emersi dalla suddetta ricerca, le persone ansiose hanno un rischio pari a 1,5 volte superiore di vedersi diagnosticare anche la demenza; mentre chi soffre, (o ha sofferto, in qualsiasi momento della propria vita), di livelli molto elevati di ansia ha il 48% di possibilità in più di sviluppare anche un declino cognitivo, rispetto a coloro che non hanno mai sofferto di tale problema. Inoltre, sempre secondo lo studio in questione, l'ansia finisce spesso per essere considerata un tratto della personalità di un soggetto, poiché talvolta lo accompagna praticamente per tutta la vita. Ad ogni modo si tratta di dati ricavati a seguito di un'analisi di 1.082 gemelli omozigoti, i quali sono stati seguiti per un lungo periodo di ben 28 anni. Entrando un po' più nel dettaglio durante tale ricerca i volontari hanno affrontato una serie di test ogni 3 anni e sono stati sottoposti ad uno screening per la demenza. Così facendo i ricercatori californiani hanno scoperto che i gemelli che avevano sviluppato la demenza mostravano anche una maggior propensione all'ansia ed era quelli con una storia di elevati livelli di ansia alle spalle, rispetto ai gemelli sani. In particolare, (come già spiegato), i soggetti che hanno segnalato di soffrire di ansia sono risultati una volta e mezza più a rischio di ammalarsi di demenza. Tuttavia, anche se in precedenza altre ricerche hanno collegato la demenza con problemi psicologici come la depressione e nevrosi, questo è stato il primo studio a stabilire un legame, appunto, tra ansia e demenza. Al riguardo Andrew Petkus, principale autore dello studio, ha spiegato: "L'ansia, soprattutto negli anziani, è stata relativamente poco studiata rispetto alla depressione. La depressione sembra più evidente in età adulta, ma di solito è episodica. L'ansia, però, tende ad essere un problema cronico per tutta le vita ed è per questo che le persone tendono a liquidare l'ansia come parte della personalità di qualcuno". Comunque sia, secondo i ricercatori, una delle possibili ragioni per le quali l'ansia favorisce la demenza è che i soggetti che ne soffrono tendono ad avere livelli più elevati di alcuni ormoni legati allo stress, tra cui il cortisolo. Difatti un livello cronicamente alto di questo ormone può provocare danni ad alcune parti del cervello, ed in particolare all'ippocampo, il quale è responsabile dei processi mnemonici, ed alla corteccia prefrontale, (responsabile a sua volta del pensiero). In ogni caso, a seguito di tale scoperta i ricercatori si augurano in futuro di riuscire a comprendere se, trattando il problema dell'ansia, si possa, infine, ridurre anche il rischio di demenza.


SwiftKey Symbols, la tastiera smart per bambini autistici.


Qualche settimana fa SwiftKey, compagnia famosa per le sue tastiere intelligenti per smartphone e tablet, ha lanciato SwiftKey Symbols, vale a dire un'applicazione che cerca di migliorare le capacità comunicative dei giovani, (e non), affetti da Disturbo dello Spettro Autistico o altre disabilità di comunicazione. In pratica, nonostante gli store di Apple ed Android contano già diverse applicazioni dedicate proprio ai bimbi affetti da sindrome autistica, SwiftKey Symbols è diversa da tutte le altre: è la prima applicazione di questo genere che applica la cosiddetta "tecnologia predittiva", (ovvero quella che già viene utilizzata sugli smartphone quando il sistema prevede le parole che stanno per essere scritte), al mondo dell'autismo. Difatti l'applicazione in questione mostra una serie di simboli, divisi per categorie, che il bambino può selezionare e mettere in ordine per formare una frase completa, che verrà poi letta da una voce sintetizzata. Tra l'altro gli utenti possono anche aggiungere le proprie immagini e simboli, importandole direttamente dallo smartphone o dal tablet; tuttavia la vera marcia in più di SwiftKey Symbols risiede nella sua capacità di imparare: se, ad esempio, ogni Giovedì alle ore 11:00 il bambino ha lezione di musica, l'applicazione ricorderà i simboli selezionati in quel momento, per poi riproporli nella successiva occasione, risparmiando tempo ed aiutando i bambini con difficoltà di apprendimento a comunicare più velocemente e più facilmente. Come se non bastasse, il software è stato sviluppato in modo da riuscire anche a distinguere tra i diversi periodi della giornata, proponendo i simboli più adatti al momento ed al luogo in cui ci si trova, (dalla colazione mattutina al momento della buonanotte). Nonostante ciò però SwiftKey Symbols non è del tutto perfetta: l'unica piccola, (se pur importante), pecca è che attualmente non sono supportate alcune lingue, tra cui anche l'Italiano. Ad ogni modo, come già anticipato, Swiftkey Symbols è stata già resa disponibile gratuitamente, anche se per il momento solo per dispositivi Android.

Di seguito alcuni screenshot:
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venerdì 25 dicembre 2015

WhatsApp: Basta un messaggio di oltre 4.000 emoji e l'applicazione va in tilt.


In questi giorni il ricercatore indipendente Indrajeet Bhuyan, (noto per aver scoperto diversi bug potenzialmente pericolosi), ha fatto sapere di aver scovato un nuovo bug riguardante WhatsApp, (la popolarissima applicazione di messaggistica istantanea), per niente complicato da sfruttare e che potrebbe essere in grado di mandare in crash ripetutamente l'applicazione. Insomma, un po' come la famosa stringa in arabo unicode in grado di mandare in tilt i messaggi su iOS e gli 8 caratteri capaci di causare il blocco improvviso di alcune versioni di Skype. Tuttavia in questo caso non servono codici complessi o hack particolarmente elaborati, ma solo molta pazienza: è sufficiente inviare un messaggio composto da oltre 4.000 emoji, (anche tutti uguali; cosa abbastanza semplice da creare, utilizzando il copia ed incolla), per far sì che il destinatario si ritrovi con WhatsApp costantemente in crash, ogni qual volta che aprirà la conversazione contenente il messaggio "incriminato". A quel punto per il malcapitato non ci sarà altra soluzione se non quella di cancellare l'intera conversazione, (o, in casi più estremi, disinstallare e reinstallare l'applicazione), per potersi riappropriare dell'applicazione. Tra l'altro, come già anticipato, lo scorso anno lo stesso Indrajeet Bhuyan aveva scoperto un bug simile che mandava in errore WhatsApp ogni volta che si riceveva un messaggio di oltre 2.000 caratteri, (con un particolare font). Naturalmente i responsabili dell'applicazione di messaggistica istantanea erano prontamente intervenuti correggendo questa vulnerabilità tramite l'introduzione di un limite della lunghezza dei messaggi, ma a quanto pare si sono dimenticati di estendere il blocco anche agli emoji. Ad ogni modo si è scoperto che questo nuovo bug manda in crash WhatsApp a causa del riempimento del buffer con le immagini e del conseguente overflow. Inoltre al momento pare che solo i dispositivi Android, (nello specifico dalla versione 4.4 in su), e la versione desktop per Firefox, Chrome, Safari ed Opera siano affetti da questo problema. Mentre non è ben chiaro se il problema affligga anche i dispositivi iOS e Windows Phone; anche se alcuni utenti hanno fatto sapere che una volta ricevuti gli oltre 4.000 emoji, l'applicazione si sia bloccata per qualche secondo, per poi riprendere, infine, il suo normale funzionamento.


Di seguito un esempio pubblicato dallo stesso Indrajeet Bhuyan:




giovedì 24 dicembre 2015

FGF21, l'ormone che riduce la preferenza per dolci ed alcool.


Anche quest'anno il Natale è arrivato e tra brindisi, panettoni, pandori, cioccolatini, dolci e dolcetti vari della tradizione, durante questo periodo si rischia sempre una super-indigestione di alcool e zuccheri. Tuttavia a quanto pare di recente due studi, uno dell'Università dell'Iowa e l'altro dello University of Texas Southwestern Medical Center at Dallas, entrambi pubblicati sulla rivista Cell Metabolism, hanno scoperto che nell'organismo umano è presente un sistema di regolazione che aiuta a tenersi lontani da tutti questi "vizi natalizi" e del rischio di esagerare. In pratica si tratta dell'FGF21, un particolare ormone prodotto dal fegato durante il consumo di dolci ed alcolici, il quale, se presente in alte concentrazioni, riduce, appunto, la voglia ed il consumo di zucchero ed alcool, parallelamente al calo del livello di dopamina, ossia il neurotrasmettitore che gioca un ruolo molto importante nei comportamenti associati a premi e ricompense. In sostanza, anche se precedenti studi avevano già messo in luce l'impatto di alcuni ormoni sull'appetito, nessuno di questi era risultato agire su specifici nutrienti, (come carboidrati, proteine o grassi). Mentre l'FGF21 è stato il primo ormone prodotto dal fegato che si è mostrato possedere tali effetti e che potrebbe aiutare a migliorare la dieta dei pazienti con problema di diabete mellito di tipo 2 ed obesità. Difatti al riguardo Steven Kliewer, professore di Biologia molecolare e Farmacologia del suddetto ateneo texano, nonché co-autore senior del secondo studio, ha affermato: "Questa è la prima volta che un ormone prodotto dal fegato ha mostrato di influenzare la preferenza per zucchero ed alcool nei mammiferi". Inoltre durante tali studi si è notato che, nei topi, il fegato produce l'ormone in questione in risposta al consumo di zucchero, per poi entrare nella circolazione sanguigna dove manda un segnale al cervello cui "impone" lo stop alla voglia di zucchero. Tra l'altro l'FGF21 è associato allo stress da cambiamenti che avvengono nell'ambiente, (dalle diete estreme all'esposizione a temperature fredde), e, come già spiegato, è prodotto nei mammiferi quando consumano carboidrati. Comunque sia da oltre 50 anni si sa che il fegato è un importante regolatore del consumo e preferenza per alcuni cibi e considerato che questo ormone viene prodotto a livello epatico, secondo i ricercatori, si può supporre che il suo scopo sia quello di migliorare la qualità della dieta, evitare il consumo di cibo spazzatura o proteggere il fegato dall'eccesso di alcool. In ogni caso qualunque sia la sua origine, a seguito della scoperta dei suoi effetti unici, si è già valutato di trasformarlo in farmaci per il trattamento di obesità e diabete mellito di tipo 2. Infatti in tal proposito lo stesso Steven Kliewer ha spiegato: "I nostri risultati sollevano la possibilità che la somministrazione di FGF21 possa influenzare la preferenza verso i nutrienti ed essere usato per trattare l'alcolismo". Naturalmente serviranno, infine, ulteriori studi per arrivare a sfruttare i suoi effetti in campo farmacologico.

Di seguito un'immagine che riassume un po' il tutto:
http://img.medicalxpress.com/newman/gfx/news/hires/2015/19-studyidentif.jpg



mercoledì 23 dicembre 2015

The Big Bang Theory: La 10ª stagione potrebbe essere l'ultima.


A quanto pare The Big Bang Theory, una delle sit-com più guardata ed amata d'America, (e non solo; arrivata in Italia alla 7ª stagione, in onda ogni Mercoledì su Italia 2 alle 21:30), potrebbe avere i giorni contati: nonostante lo scorso anno la CBS con il rinnovo per ben 3 stagioni le abbia assicurato un futuro almeno fino al 2017, la 10ª stagione (che andrà in onda negli USA, appunto, tra l'autunno 2016 e la primavera 2017), potrebbe essere quella conclusiva. O almeno questo è quanto hanno ammesso in questi giorni Steve Molaro e Chuck Lorre, (rispettivamente lo showrunner/produttore esecutivo ed il co-autore della serie Tv in questione), durante un'intervista concessa alla rivista The Hollywood Reporter. Difatti al riguardo lo stesso Steve Molaro ha dichiarato: "Non posso parlare del futuro, o in nome del cast, né posso sapere a che punto saremo, ma è certamente possibile che la serie possa andare oltre le stagioni ordinate. Tuttavia la realtà è che forse la 10ª stagione sarà il punto di arrivo. Ma la vera risposta è che non ne ho la certezza assoluta. Tutto quello che per il momento posso fare è focalizzare l'attenzione un episodio dopo l'altro per fare in modo che ognuno di essi sia il migliore possibile. Ne mancano ancora così tanti da fare. Anche se per ipotesi la 10ª stagione fosse l'ultima, non mi concentrerei su quello. Sarebbe una cosa da affrontare più in avanti". Mentre Chuck Lorre, (che nel frattempo sta riflettendo su cosa fare per il 200° episodio), si è mostrato un po' più restio, limitandosi ad affermare: "Non avrei mai immaginato di arrivare a 9 stagioni, ed eccoci qui. Non posso presumere di sapere quanti anni manchino perché sarebbe ridicolo se provassi ad indovinare. È già andata ben oltre i miei sogni più sfrenati, quindi finché tutti continueranno a divertirsi e noi saremo fieri dello show varrà la pena di proseguire". Ad ogni modo in risposta a tutti coloro che sostengono che The Big Bang Theory abbia già attraversato svariati momenti cruciali e che il materiale narrativo si stia esaurendo, Steve Molaro ha, infine, risposto: "Ci sono ancora molti personaggi che non abbiamo ancora mostrato e che mi entusiasmano, e nella prossima stagione e mezza avremo la possibilità di farci qualcosa. Ad esempio, non abbiamo mai incontrato la mamma di Penny, il papà di Leonard, la nonnina di Sheldon ed il papà di Howard... queste sono grosse opportunità che ci attendono".


martedì 22 dicembre 2015

"Errore 451", il codice HTTP della censura.


Come risaputo, il protocollo HTTP utilizza una serie di codici numerici per restituire ai browser messaggi provenienti dai server contenenti le risorse Web: si tratta di una lunga serie di codifiche, (molte delle quali note ed ampiamente riconosciute). Tuttavia adesso un nuovo codice potrebbe aggiungersi a questo quadro, (ed in particolare ai cosiddetti "4xx Client Error"): quello relativo alle risorse vietate per motivi legali, rendendo così esplicita l'eventuale improvvisa impossibilità di reperire un particolare file. Infatti dopo "Errore 400: La richiesta non può essere soddisfatta a causa di errori di sintassi", "Errore 401: Risorsa accessibile soltanto sotto autorizzazione" ed il più conosciuto  "Errore 404: Risorsa non trovata", (oltre ovviamente a tutti gli altri), a breve arriverà "Errore 451: Impossibile raggiungere la risorsa in quanto il suo accesso è vietato per motivi legali", il quale andrebbe a sostituire in un certo qual modo "Errore 403: Accesso Negato". Tuttavia al momento questo nuovo codice non è ancora ufficiale e campeggia soltanto all'interno di una bozza di proposta, avanzata anni fa da Tim Bray, (co-autore dell'XML), firmata dall'Internet Engineering Steering Group a titolo di "An HTTP Status Code to Report Legal Obstacles" e che è già stata depositata presso l'Internet Engineering Task Force, (noto anche con la sigla IETF). In pratica l'approvazione definitiva di tale bozza costituirebbe un'importante risposta del mondo del Web alle pressioni che provengono dal mondo esterno: la censura, i problemi di copyright e molto altro ancora hanno fatto sì che il Web diventasse una risorsa molto meno ampia rispetto alle sue ambizioni iniziali, fermando la pubblicazione di alcune risorse per motivi dettati da regole spesso differenti di Paese in Paese. In poche parole esplicitare il fatto che una determinata risorsa non sia più disponibile per motivi legali equivarrebbe a scaricare le colpe sul Paese in oggetto. Ma d'altro canto è a questo che servono le codifiche di errore previste dal protocollo: capire la natura del problema per tentare di risalirne i meccanismi fino alla formulazione di una soluzione. Insomma, lo stesso principio che sembra voler essere applicato anche alla problematica dei fermi di natura legale: l'utente sappia regolarsi e, quando incrocia un errore 451, sappia soprattutto quale ne è l'origine. Ad ogni modo subito dopo la suddetta proposta è scattata anche l'ipotesi, (poi confermata dallo stesso Tim Bray), secondo cui il numero della codifica non sia per niente casuale, ma sia un chiaro riferimento a "Fahrenheit 451", il vecchio romanzo di fantascienza scritto da Ray Bradbury ed improntato sul concetto di censura. Difatti nel romanzo viene descritta una società distopica in cui leggere o possedere libri è considerato un reato, per contrastare il quale è stato istituito un apposito corpo di vigili del fuoco impegnato a bruciare ogni tipo di volume alla temperatura di 451 gradi Fahrenheit, (ovvero quella si ritiene essere la temperatura di accensione della carta e che nel Sistema internazionale corrisponde a circa 506 K o 233 °C). Comunque sia, come già detto, la soluzione di Tim Bray, qualora venga implementata, aiuterà a chiarire la confusione attorno ai siti censurati, anche se sarà opzionale e richiederà l'implementazione da parte degli sviluppatori. Infatti al riguardo lo stesso imprenditore ha, infine, spiegato: "È facile immaginare che alcune autorità legali vogliano evitare la trasparenza. Impedendo non solo l'accesso a determinate risorse, ma anche la divulgazione dell'esistenza di queste restrizioni".


lunedì 21 dicembre 2015

Anche Facebook abbandona i video Flash e passa all'HTML5.

  
All'inizio dell'anno era toccato a YouTube ed in questi giorni anche Facebook ha annunciato che d'ora in poi tutti i video caricati al suo interno saranno visualizzati attraverso un player basato su HTML5 e non più su Flash. In pratica il Social Network in Blu ha deciso di abbondonare quasi del tutto l'utilizzo del plugin sviluppato da Adobe all'interno della sua piattaforma: un passo obbligato per consentire agli utenti di poter disporre della migliore esperienza d'uso possibile mettendoli al sicuro da tutte le vulnerabilità che colpiscono Flash. D'altro canto recentemente anche la stessa Adobe ha finalmente ammesso che è ora di guadare oltre Flash, (in quanto rappresenta un prodotto ormai superato), invitando gli sviluppatori a prendere strade alternative. Ad ogni modo prima di apportare tale modifica Facebook ha sperimentato a lungo l'utilizzo di HTML5 per la fruizione dei filmati al suo interno in modo da eliminare ogni possibile problema che potesse impedire agli utenti una corretta visualizzazione dei contenuti. Difatti al riguardo i responsabili del Social Network in Blu hanno fatto sapere che all'inizio dei test si presentavano alcuni problemi con l'utilizzo della nuova piattaforma sui PC meno recenti notando, contestualmente, anche una certa lentezza generale nel loro caricamento. Tuttavia adesso, dopo lunghi ed accurati test, Facebook si è detto pronto ad offrire a tutti una medesima eccellente esperienza d'uso basata su HTML5. Naturalmente, come già anticipato, Flash non sarà abbandonato del tutto: sebbene i video utilizzeranno un player basato su HTML5, i migliaia di giochi presenti all'interno della piattaforma continueranno ad utilizzare la tecnologia di Adobe e non saranno assolutamente cancellati. In tal proposito gli stessi responsabili di Facebook hanno spiegato: "Continueremo a lavorare insieme ad Adobe per fornire agli utenti un'esperienza sicura ed affidabile per i giochi sulla nostra piattaforma, ma abbiamo già avviato il rollout del nuovo player in HTML5 per i video, disponibile di default su tutti i browser". Comunque sia con la scelta di Facebook di passare al nuovo linguaggio di markup, Flash continua a perdere sempre di più appeal e gli utenti hanno sempre molti meno motivi per voler utilizzare questa vecchia tecnologia, sempre più problematica e soprattutto rischiosa per la sicurezza.


domenica 20 dicembre 2015

Sony: Dal 2020 batterie allo zolfo per garantire il 40% in più di autonomia.


Con il passare degli anni gli smartphone sono diventati sempre più sottili e potenti, ma, nonostante l'utilizzo di vari accorgimenti hardware/software per incrementare la loro efficienza energetica, l'autonomia delle batterie è rimasta praticamente la stessa. O almeno così è stato finora: Sony, secondo un recente report pubblicato dal quotidiano The Nikkei, avrebbe trovato la soluzione per aumentare, appunto, la durata delle batterie, utilizzando un composto a base di zolfo. In pratica la società nipponica è sempre stata uno dei maggiori produttori mondiali di batterie, (sin dal lontano 1991, quando realizzò la prima batteria agli ioni di litio), ma nel corso degli anni ha perso la leadership in questo mercato. Ed a quanto pare adesso starebbe provando a riguadagnare la vetta con una nuova tecnologia che potrebbero risolvere gli attuali problemi delle attuali batterie agli ioni di litio, (usate in milioni di dispositivi elettronici, molti dei quali smartphone). In sostanza, come già anticipato, Sony ha scelto di sostituire il litio con un composto di sali di zolfo che consente di ottenere un incremento dell'autonomia fino al 40% con una singola carica. In realtà le batterie allo zolfo sono già state considerate in passato, ma tuttavia sono state scartate in quanto nel tempo l'elettrodo tende a dissolversi durante l'elettrolita, causando così una diminuzione della capacità. Ad ogni modo pare proprio che l'azienda giapponese si sia messa al lavoro per riformulare l'elettrolita in modo da eliminare il suddetto effetto collaterale ed abbia avviato i test per verificare la sicurezza del prodotto. Comunque sia le previsioni sulle prestazioni sono abbastanza incoraggianti: un iPhone 6s dotato di una di queste batterie allo zolfo di Sony potrebbe offrire un'autonomia di circa 14 ore di navigazione. Tra l'altro si tratta di un prodotto che non promette solo sostanziali incrementi in autonomia ma anche un minor ingombro: si parla di un 30% in meno in termini di dimensioni delle celle. Naturalmente, considerando che, (come già spiegato), il più grosso ostacolo da fronteggiare da parte di Sony è l'alto indice di degradazione delle celle, per vedere le prime batterie allo zolfo sul mercato bisognerà, infine, attendere almeno fino al 2020.


sabato 19 dicembre 2015

Scoperto che l'allenamento intenso può peggiorare la qualità del sonno e l'umore.


A quanto pare un periodo anche breve di allenamento molto intenso può peggiorare la qualità del sonno e l'umore degli atleti,  indipendentemente dalla loro dieta; o almeno questo è quanto ha fatto sapere di recente uno studio britannico condotto da alcuni ricercatori della School of Sport, Exercise and Health Sciences della Loughborough University su atleti professionisti, come parte di un progetto più ampio incentrato sugli effetti dell'allenamento sul sistema endocrino, su quello immunitario e sui cosiddetti "marcatori precoci di sovrallenamento". In pratica i ricercatori inglesi hanno analizzato gli effetti di 2 periodi di 9 giorni di duro allenamento su 13 ciclisti molto allenati: oltre a monitorarne l'umore, le ore di sonno notturno e le loro prestazioni, (prima, durante e dopo il periodo di esercizio fisico intenso), hanno misurato anche il consumo di carboidrati per rilevare l'eventuale ruolo della dieta nei disturbi del sonno osservati. Così facendo è stato scoperto che, (come si può leggere sul Journal of Sports Sciences, rivista in cui stato pubblicato lo studio in questione): «Solo 9 giorni di allenamento intenso sono sufficienti a portare ad un declino significativo e progressivo della qualità del sonno, nonostante il maggior numero di ore trascorse a letto, con un aumento dei risvegli notturni ed un peggioramento della capacità di allenarsi». Inoltre, a seguito del suddetto studio, gli atleti hanno riportato anche un peggioramento dell'umore, con maggiori livelli di tensione, rabbia, stanchezza, confusione, depressione e stress; mentre per quanto riguarda la dieta, il consumo di carboidrati ha ridotto soltanto alcuni di questi effetti. In sostanza, secondo gli autori della ricerca, di questi risultati dovrebbero tenere conto soprattutto tutti coloro che, ad esempio, in periodo di gare, si dedicano con maggior frequenza a duri allenamenti. Al riguardo il professor Mike Gleeson, responsabile dello studio in questione, nonché alla guida dell'Inflammation Exercise and Metabolism Research Group, (ossia il laboratorio che si occupa degli effetti dell'allenamento intenso e dell'alimentazione sulla risposta immunitaria dell'organismo), ha spiegato: "Un ciclo di allenamento di successo prevede un sovraccarico, con uno stato di affaticamento acuto, seguito però da un periodo di riposo. I risultati sono così degli adattamenti e dei miglioramenti in termini di prestazioni. Tuttavia, se all'allenamento con sovraccarico non segue un riposo sufficiente, può verificarsi il sovraffaticamento, con il conseguente calo delle prestazioni ed aumento della probabilità di ammalarsi". Insomma, secondo il professore, un eccesso di attività fisica può debilitare il fisico, mentre se è svolta regolarmente ed è di moderata intensità può fortificare il sistema immunitario, aiutando il fisico a combattere i malanni della stagione invernale e riducendo, infine, di un terzo il rischio di contrarre infezioni delle vie aeree superiori.


venerdì 18 dicembre 2015

Hideo Kojima dice ufficialmente addio a Konami ed inizia una collaborazione con Sony.


La notizia che tra Hideo Kojima e Konami non corresse più buon sangue circolava sul Web già da parecchio tempo, ma le indiscrezioni sono aumentate sempre più quando all'inizio del mese, durante la premiazione di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain come miglior titolo della stagione nella categoria action-adventure in occasione dei The Game Awards, lo stesso autore di videogame non è potuto salire sul palco a causa di un'imposizione da parte della stessa società nipponica. Tra l'altro le crescenti tensioni fra le due parti hanno già portato alla cancellazione di un progetto molto interessante come Silent Hills, il nuovo capitolo della storica serie prodotto e diretto in collaborazione con Guillermo del Toro e nel quale era stato coinvolto anche l'attore Norman Reedus, (noto fra l'altro per essere l'interprete di Daryl Dixon in The Walking Dead); senza contare la demo P.T., inizialmente distribuita su PlayStation Store e poi eliminata. Ad ogni modo in questi giorni il tutto è stato ufficializzato: l'avventura che l'ha unito per lungo tempo Hideo Kojima e Konami è giunta al termine. In pratica si tratta di una separazione storica nel mondo dei videogame che è avvenuta a seguito della scadenza di un contratto di collaborazione stipulato molto tempo fa tra le due parti. In sostanza ad annunciarlo è stato lo stesso Hideo Kojima attraverso il suo profilo Twitter  dove ha pubblicato un tweet in cui si può leggere: «Il mio contratto da dipendente con Konami è scaduto il 15 Dicembre, quindi la giornata di oggi rappresenta per me un nuovo inizio. Sono determinato ad essere coinvolto in attività creative per il resto della mia vita. Vedremo cosa accadrà». Comunque sia il team Kojima Productions resterà in vita, ma opererà in modo del tutto indipendente da Konami; mentre Hideo Kojima prenderà parte ad una collaborazione con Sony. Difatti, attraverso un video/annuncio caricato sul canale YouTube di PlayStation, (in cui sono presenti Andrew House, amministratore delegato della azienda nipponica, e lo stesso Hideo Kojima), è stato reso noto che il primo progetto videoludico in cantiere per l'autore di videogame giapponese sarà un'esclusiva per PlayStation 4. Naturalmente per adesso non è stato rilasciato alcun dettaglio in merito alla natura del progetto, anche se l'obiettivo dichiarato sembra essere piuttosto chiaro: "Spingersi oltre i limiti per quanto riguarda l'innovazione ed accendere l'interesse degli utenti in tutto il mondo". Insomma, pare proprio che al momento Hideo Kojima abbia legato saldamente il proprio nome a quello di Sony: una partnership che potrebbe rivelarsi, infine, molto importante per il futuro del gruppo nipponico.


Di seguito il tweet di Hideo Kojima:
...ed il suddetto video/annuncio:



domenica 13 dicembre 2015

Secondo una nuova ipotesi, sotto la Gioconda ci sarebbe un ritratto nascosto.


Nel corso degli anni di teorie e misteri  riguardanti la Monna Lisa di Leonardo da Vinci ce ne sono stati tantissimi: c'è chi, ad esempio, sostiene che si tratti di un autoritratto dello stesso maestro italiano in versione femminile e chi invece sostiene che gli occhi della misteriosa dama dipinta nasconderebbero delle lettere piccole piccole, volutamente celate in ognuna delle pupille e che un terzo simbolo, (forse due lettere o forse due numeri), sarebbe nascosto anche sotto la prima arcata a destra del ponte che fa da sfondo al ritratto. Ed adesso a tutte le varie ipotesi si va ad aggiungere quella avanzata di recente da Pascal Cotte, fondatore della società di ingegneria elettronica Lumiere Technology di Parigi, secondo il quale, sotto ad uno dei ritratti più celebri al mondo si nasconderebbe il volto di un'altra donna: il vero ritratto di Lisa Gherardini, la nobil donna fiorentina presa come modello per la realizzazione della Gioconda. In pratica per arrivare a tale ipotesi lo studioso francese dal 2004 si è avvalso di una tecnica chiamata Layer Amplification Method, (noto anche con la sigla LAM), che gli ha permesso di proiettare sul dipinto originale una luce intensa, analizzare migliaia di immagini multispettrali, archiviare 3 miliardi di punti dati ed individuare 155 elementi nascosti sotto la vernice, ovviamente non visibili ad occhio nudo. Al riguardo lo stesso Pascal Cotte ha spiegato: "Abbiamo analizzato esattamente cosa c'è tra i vari strati del dipinto, e siamo in grado di ricostruire tutta la cronologia della creazione del quadro". Inoltre, nonostante la Monna Lisa sia stata oggetto di numerosi esami scientifici per più di mezzo secolo attraverso tecniche più recenti, (come le ispezioni a raggi infrarossi e la scansione multispettrale), lo studioso francese si è detto convinto che la sua tecnica sia stata in grado di penetrare più a fondo nella pittura; difatti ha aggiunto: "Siamo in grado di analizzare esattamente ciò che accade all'interno degli strati di vernice e siamo in grado di "sbucciare" il dipinto come una cipolla, ricostruendo la sua storia". Insomma, così facendo si è scoperto che il primo ritratto nascosto sotto la Gioconda, (che Leonardo da Vinci avrebbe iniziato a dipingere intorno al 1503), era più grande, in particolar modo erano più grandi le maniche e le mani, con le dita della mano sinistra più grandi verso il basso. Mentre in un secondo ritratto, Pascal Cotte ha rilevato delle cancellature che sarebbero state eseguite per la mano destra, spilloni per l'acconciatura dei capelli, un pendente con perla ed elementi decorativi a stella: tutti accessori che portano a pensare ad una donna facoltosa, com'era in effetti Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo. In ogni caso in questo secondo ritratto le mani, la balaustra ed il paesaggio risultano essere uguali al dipinto definitivo. Invece in un terzo ritratto, sempre secondo lo studioso francese, Leonardo da Vinci avrebbe tolto spilloni e perle, cambiato la cuffia e l'acconciatura dei capelli e modificato i lineamenti del volto e del naso. Inoltre avrebbe rimpicciolito le labbra, il collo e le spalle; diversi da come appariono nella Monna Lisa del Louvre sarebbero anche le spalline e la gamurra, ossia il vestito a finestrelle con nastri, lungo fino ai piedi, attillato e con le maniche separate dalla veste. Ma non è tutto: Pascal Cotte ha rilevato anche la presenza di una croce in ogni pupilla, utilizzate probabilmente per modificare l'orientamento dello sguardo. Comunque sia gli studi hanno dimostrato come la quarta stesura sia stata quella definitiva, ossia il quadro per come appare ai giorni d'oggi. Ed anche in questo caso le varianti sono state notevoli: differenti sono la testa, la mano destra, la cuffia e la veste coperte da un velo ombroso; cambia anche la prospettiva della figura in quanto il busto non è più frontale ma ruotato di 14 gradi. Insomma, secondo lo studioso francese, la figura femminile emersa dagli strati sottostanti del disegno sarebbe in effetti Lisa Gherardini, una donna diversa però da quella che appare nel dipinto finale; difatti in tal proposito ha concluso dichirando: "I risultati frantumano molti miti ed alterano la nostra visione del capolavoro di Leonardo per sempre. Quando ho finito la ricostruzione di Lisa Gherardini ho scoperto una donna totalmente diversa da Monna Lisa. Non è la stessa donna". Tuttavia in merito a tale scoperta i responsabili del Louvre si sono rifiutati di commentare, limitandosi ha precisare che: "Pascal Cotte non fa parte del team scientifico del museo". Naturalmente sono in molti a rimanere scettici ed a contestare la scoperta dello scienziato; infatti al riguardo Martin Kemp, professore emerito di storia dell'arte presso l'Università di Oxford, ha affermato: "Si tratta di ipotesi insostenibili. Io non credo che ci siano altri ritratti sotto la Gioconda: lo vedo più come un processo di evoluzione verso il lavoro finale. Sono assolutamente convinto che la Gioconda sia Lisa Gherardini". Comunque sia, se la ricostruzione di Pascal Cotte dovesse rivelarsi esatta, sarebbe, infine, necessario ripensare l'intera lettura storica ed artistica del dipinto.

Di seguito un servizio realizzato dalla BBC in merito alla scoperta: