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mercoledì 30 novembre 2016

Netflix: Annunciata ufficialmente la modalità offline.


Come era stato previsto lo scorso mese da diverse indiscrezioni, finalmente quest'oggi Netflix, il colosso dello streaming, ha ufficialmente annunciato l'arrivo di una nuova, utile e tanto desiderata funzione: il download di film e serie Tv per la fruizione offline. In pratica l'annuncio è stato fatto tramite un breve comunicato stampa, nonché con un aggiornamento pubblicato sul blog ufficiale della piattaforma. Insomma, si tratta di un passo in avanti che i responsabili di Netflix hanno deciso di fare per rispondere, (oltre che alle richieste di molti utenti che da tempo chiedevano l'introduzione di questa nuova feature), alle esigenze degli utenti sempre in viaggio, oppure a coloro che non dispongono di una connessione sufficientemente prestante per sostenere uno streaming continuo. Naturalmente, come tutte le novità, anche la modalità offline non sarà disponibile sin da subito per tutti i contenuto e necessiterà di un rollout progressivo; anche se a dire il vero alcune delle serie più amate, (tra cui: "Orange Is the New Black", "Black Mirror", "Narcos" e "The Crown"; tutte produzioni proprietarie dell'azienda americana), sono disponibili per la visione offline già a partire da oggi. Ad ogni modo, anche se le funzioni per il download saranno offerte senza nessun costo aggiuntivo rispetto al proprio piano d'abbonamento, senza nessun limite al numero di contenuti che è possibile scaricare e con la possibilità di scegliere tra una qualità standard oppure alta, il tutto sarà possibile solo tramite l'applicazione per tablet e cellulari, sia Android che iOS; o almeno così è per il momento: non è chiaro se in futuro questa nuova funzione sarà introdotta in tutte le versioni di Netflix. In ogni caso per usufruire della nuova feature in questione sarà sufficiente aggiornare la relativa applicazione all'ultima versione e selezionare la relativa icona di scaricamento, (il classico piccolo tasto raffigurante una freccia che punta verso il basso), ove disponibile. Comunque sia quello scelto dal colosso dello streaming è certamente uno dei passi più importanti affinché Netflix diventi sempre più una piattaforma di intrattenimento a tutto tondo: la possibilità di fruizione offline di film e serie Tv si rivolge soprattutto a tutti gli appassionati che, pur in possesso di un abbonamento, non possono approfittare dei loro show preferiti con un collegamento diretto alla Rete. Difatti a partire da oggi sarà finalmente possibile approfittare del catalogo offerto da Netflix anche in treno, in aereo, in vacanza o in tutti quei luoghi dove non è disponibile un accesso alla Rete o dove questo risulta purtroppo ancora poco stabile, come i Paesi emergenti.


Di seguito alcuni screenshot:
...ed il video di annuncio pubblicato su Facebook:



Fazland presenta l'eBook "On Demand Economy Revolution".


La "on-demand economy" è una forma di economia digitale sempre più diffusa in cui, (come si può intuire dallo stesso nome), domanda ed offerta si incontrano su piattaforme informatiche online sfruttando i vantaggi delle nuove tecnologie della Rete. Quindi per indagare sul fenomeno, Fazland, piattaforma online di servizi on demand, ha deciso di realizzare una guida scaricabile intitolata "On Demand Economy Revolution", indagando sull'impatto su professionisti ed aziende, in termini di fatturato e volumi di produzione. In pratica l'analisi è stata effettuata nel corso del mese di Settembre 2016 ed ha analizzato le quasi 10.000 richieste indirizzate dagli utenti a liberi professionisti e aziende sulla piattaforma messa a disposizione dalla stessa Fazland. In sostanza, lo studio in questione ha analizzato la diffusione attuale, appunto, dell'on-demand economy in Italia, dove i settori maggiormente coinvolti sono quello relativo alla casa con ben l'88% di richieste di preventivo a professionisti specializzati attraverso la suddetta piattaforma, al quale segue il settore riguardante gli eventi. Per entrare un po' più nel dettaglio, nel settore casa è spiccata l'area traslochi con il 26% di richieste di preventivo; mentre per il settore eventi al primo posto si è posizionata l'organizzazione di eventi con il 31%. Tra l'altro da questa analisi è emerso anche che gran parte delle richieste di preventivo, (ovvero il 92%), viene indirizzata alle aziende, mentre l'8% ai liberi professionisti. Ma non è tutto, secondo l'analisi effettuata da Fazland, un'azienda grazie ad una piattaforma di on-demand economy può ottenere oltre 60.000 € in più sul fatturato semestrale ed un libero professionista circa 3.600 € in più a semestre. Inoltre nel suddetto studio è stato rilevato che il maggior numero di preventivi viene richiesto in Nord Italia, (con il 43%), seguito dal Centro, (con il 32%), ed infine il Sud, (con il 25%). Ad ogni modo, secondo le previsioni, l'utilizzo delle piattaforme di on-demand economy non solo ridurrà la disoccupazione, ma contribuirà all'aumento del PIL mondiale del 2% l'anno entro il 2025. Comunque sia per chiunque fosse interessato, la parte iniziale della guida "On Demand Economy Revolution", (ossia le prime 5 pagine), è scaricabile gratuitamente; mentre per approfondire in maniera dettagliata lo studio ed ottenere informazioni circa la stagionalità delle richieste ed i singoli servizi richiesti è possibile inserire il proprio nome e la propria e-mail e procedere, infine, all'acquisto ed al download dell'eBook al seguente link: https://www.fazland.com/on-demand-economy-ebook.

In collaborazione con BizUp e Fazland.



martedì 29 novembre 2016

Scoperto un nuovo numero primo, il 7° in ordine di grandezza.


È composto da oltre 4 milioni di cifre, ci è voluto un gran lavoro di squadra per scoprirlo e non si tratta soltanto di uno dei numeri primi più grandi noti finora, (in particolare per adesso è il per lunghezza), ma rappresenta anche un elemento determinante per risolvere il problema di Sierpinski, il quale propone di trovare il più piccolo numero possibile che ne soddisfi la relativa equazione: più facile a dirsi che a farsi e infatti la ricerca va avanti da oltre 50 anni e probabilmente ci vorrà ancora molto tempo prima di arrivare alla soluzione. Tuttavia questo nuovo numero, risolvendo la suddetta equazione, ha permesso di ridurre a 5 i candidati per la soluzione definitiva. Ovviamente viene viene spontaneo chiedersi come sia possibile che un numero così spaventosamente grande possa essere d'aiuto per trovare il più piccolo numero possibile in una certa serie. In sostanza il fatto è che questo nuovo numero primo si esprime come 10.223 x 2^31172165 + 1, il che significa che 10.223 non è un numero di Sierpinski e permette di depennarlo dalla lista dei possibili candidati. Ma non è tutto: l'altro aspetto interessante è che il risultato è frutto di una collaborazione di massa, (altrimenti nota come "crowdsourcing"), che ha ridotto decisamente i tempi di ricerca: il nuovo numero primo in questiono, infatti, è stato trovato durate il progetto denominato "Seventeen or Bust" in soli 8 giorni tramite il sito PrimeGrid, ovvero una grazie piattaforma di condivisione che mette a disposizione uno speciale software, il quale può essere installato da chiunque voglia dare il proprio contributo alla ricerca di nuovi numeri primi. Ad ogni modo per quanto riguarda i numeri primi in generale, è interessante rilevare che non vengono scoperti in ordine: quello appena trovato è, appunto, il in ordine di grandezza, mentre il primo in classifica, (per il momento), è un numero primo di Mersenne composto da circa 22 milioni di cifre. Tra l'altro l'utilizzo più noto e diffuso dei numeri primi è la crittografia: per nascondere un messaggio matematicamente si usa un processo noto come fattorizzazione. Comunque sia la tesi di base vuole che moltiplicare due numeri primi tra loro sia molto facile, ma trovare i fattori a partire dal risultato può risultare difficilissimo, qualora i numeri primi usati in partenza siano abbastanza grandi.


lunedì 28 novembre 2016

Instagram introduce le notifiche agli screenshot.

Un esempio di notifica.

Nelle scorse settimane il team di sviluppatori al lavoro su Instagram ha rilasciato una serie di aggiornamenti per il popolare "Social Network dell foto", tra cui quello che ha introdotto i video in diretta, (come su Facebook), e le foto ed i video che si autodistruggono, (in stile Snapchat). Tuttavia in questi giorni, nonostante sul blog ufficiale della piattaforma non sia stata riportata alcuna notizia, è stato lanciato un nuovo aggiornamento sia per Android che per iOS il quale ha introdotto un'altra funzionalità "ereditata" dall'applicazione di messaggistica: le notifiche agli screenshot. In pratica, come è stato riportato nel corso del weekend da numerose testate giornalistiche, dopo quest'aggiornamento Instagram invierà una notifica quando un utente effettuerà uno screenshot dei messaggi privati: una notizia che ha subito allarmato diversi utenti preoccupati di far sapere ai propri amici di aver effettuato lo screenshot di una foto pubblicata sulla piattaforma. Tuttavia, come sottolineato dalle varie fonti, al momento la notifica arriverà solo nel caso in cui l'utente deciderà di salvare lo screenshot all'interno di un Instagram Direct, vale a dire i messaggi privati della piattaforma. In sostanza, proprio come avviene su Snapchat, d'ora in poi anche su Instagram sarà possibile sapere se l'utente al quale si sia inviata una foto o video tramite messaggio privato abbia effettuato uno screenshot. Naturalmente, come già anticipato, va sottolineato che, (almeno per il momento), tale notifica di screenshot arriverà solo per i messaggi diretti che si autodistruggono: nessun avviso sarà inviato nel caso in cui un utente abbia effettuato lo screenshot di un'immagine pubblicata. Tra l'altro, effettuando uno screenshot di un contenuto pubblicato sul Feed, un avviso segnalerà di condividere il contenuto originale tramite l'URL dello scatto piuttosto che salvare la foto ed, infine, ricondividerla su Instagram o altre piattaforme.


domenica 27 novembre 2016

Google a giornalisti ed accademici: "Aggressori sostenuti dal governo stanno cercando di rubare le vostre password".


Il messaggio di avvertimento che in questi giorni Google sta inviando a diverse personalità del giornalismo e del mondo accademico americano è abbastanza chiaro: "Aggressori sostenuti dal governo starebbero cercando di rubare la tua password". In pratica tra queste personalità ci sono: Paul Krugman, economista ed editorialista del New York Times, Michael McFaul, professore universitario ed ex-diplomatico, Ezra Klein, direttore di Vox, Julia Ioffe, Jonathan Chait e Jon Lovett, firme di punta di Politico Magazine, del New York Times Magazine e di Atlantic Magazine, i quali hanno tutti pubblicato sui Social Network il monito sotto forma di banner inviato loro dal colosso californiano. Al riguardo un portavoce di Google, interpellato dal sito Ars Technica, ha spiegato che messaggi di questo tipo, (una pratica iniziata nel 2012), potrebbero far riferimento ad intrusioni negli account avvenute diversi mesi fa: la procedura standard è di ritardare ogni tipo di comunicazione agli utenti per dare la possibilità agli esperti informatici di studiare le intromissioni; insomma, si tratta di una prassi messa in atto soltanto in caso di tentativi non riusciti. Tra l'altro, secondo quanto riportato dallo stesso Ars Technica, si potrebbe trattare di una serie di aggressioni agli account Gmail appartenenti ad organizzazioni non governative, ai cosiddetti "Think Tanks" e ad università statunitensi messe in atto poche ore dopo l'elezione di Donald Trump come 45° Presidente degli USA. Inoltre, sempre secondo le prime indiscrezioni, (tra cui anche gli esperti dell'azienda di sicurezza informatica Volexity), queste sarebbero operazioni realizzate da alcuni hacker sostenuti dal governo russo: un gruppo di pirati informatici soprannominato "The Dukes", dal nome del malware Power Duke, il quale viene utilizzato per accedere, appunto, alle caselle di posta elettronica: la tecnica impiegata è quella del cosiddetto "Spear Phishing", ossia e-mail compromesse inviate da account plausibili e conosciuti a soggetti specifici. Ad ogni modo, come già anticipato, le personalità oggetto dell'attacco in questione sono proprio esponenti del mondo accademico più liberal; senza dimenticare giornalisti che in passato avevano investigato e scritto su Donald Trump ed i suoi collaboratori e amici. Ad esempio, la stessa Julia Ioffe aveva realizzato diversi articoli sulla nuova first lady Melania Trump, mentre lo stesso Ezra Klein, dirige una testata apertamente critica contro il neo presidente degli Stati Uniti, e, come ha fatto sapere il Washington Post, negli ultimi mesi entrambi avevano ricevuto diversi messaggi ed e-mail minatorie. Comunque sia questo attacco riguarda solo gli USA, ma non è da escludere che questi hacker possano essere "ingaggiati", infine, per prendere di mira anche giornalisti ed accademici nel resto del mondo.


Di seguito l'intero messaggio di avvertimento inviato da Google:
https://pbs.twimg.com/media/Cx9FjruXUAA068S.jpg



sabato 26 novembre 2016

Realizzato un cerotto per sconfiggere l'allergia alle arachidi.


A quanto pare un team di ricercatori della Icahn School of Medicine at Mount Sinai sta lavorando ad un modo per sconfiggere l'allergia alle arachidi affidandosi ad un semplice cerotto e di recente ha pubblicato i primi dettagli della sperimentazione sul Journal of Allergy and Clinical Immunology. Al riguardo Hugh Sampson, coautore dell'articolo, ha spiegato: "Il trattamento, chiamato EPIT da immunoterapia epicutanea, è risultato sicuro e ben tollerato nell'arco di un follow-up annuale". Mentre Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, (noto anche con la sigla NIAID), ha commentato: "Per evitare potenziali reazioni allergiche pericolose per la vita, le persone con allergia alle arachidi devono essere sempre attente a ciò che mangiano ed agli ambienti in cui entrano, cosa che a lungo andare può essere stressante". In pratica entrando un po' più nel dettaglio il cerotto in questione riesce ad indurre una tolleranza immunitaria per le arachidi sufficiente a proteggere da un'ingestione o dall'esposizione accidentale: la sua efficacia è stata sperimentata su 74 volontari allergici alle arachidi con età compresa fra 4 e 25 anni, ad alcuni dei quali è stato somministrato un cerotto a base di placebo, ad altri quello a base di proteine di arachidi. Ad ogni modo trascorso un anno di terapia, i ricercatori hanno verificato che il 47% dei pazienti trattati con il cerotto "anti-allergico" erano in grado di consumare una quantità di proteine di arachidi 10 volte superiore all'inizio dello studio rispetto al 12% dei soggetti trattati con placebo. In tal proposito lo stesso Hugh Sampson ha dichiarato: "I maggiori benefici del trattamento sono stati osservati nei bambini tra 4 ed 11 anni. Questi risultati aprono la strada ad ulteriori studi sull'immunoterapia epicutanea come un nuovo approccio per il trattamento dell'allergia alle arachidi". Tra l'altro altre 2 recenti ricerche, entrambe pubblicate sul New England Journal of Medicine, si sono occupate dell'argomento: nella prima, diretta dall'allergologo George Du Toit del Guy's and St Thomas' NHS Foundation Trust, due gruppi di bambini affetti da eczema grave o allergia all'uovo sono stati randomizzati a consumare o meno arachidi prima degli 11 mesi di età; così facendo i ricercatori hanno scoperto che a 5 anni i bambini che avevano mangiato le noccioline mostravano un rischio ridotto di allergia all'alimento. Al riguardo gli autori dello studio hanno spiegato: "Durante il follow-up abbiamo chiesto a circa 550 bambini ad alto rischio di allergie nei quali erano state introdotte le arachidi nel primo anno di vita di evitarne l'assunzione per ulteriori 12 mesi"; mentre lo stesso George Du Toit ha concluso affermando: "Anche se non sappiamo quanto tempo ci vuole per sviluppare tolleranza, dovremmo incoraggiare il consumo di arachidi nei bambini ad alto rischio per almeno 4 anni a partire dagli 11 mesi di età". Comunque sia durante il secondo studio, firmato da Michael Perkin della St. George's, University of London, il campione era composto da 1.300 neonati allattati al seno, randomizzati all'introduzione di cibi allergenici a 3 e a 6 mesi di età. In questo modo gli scienziati hanno scoperto che la prevalenza di allergie alimentari era più bassa nei bambini che avevano ricevuto precocemente gli alimenti allergenici rispetto agli altri. In tal proposito Gary Wong della Chinese University of Hong Kong ha, infine, commentato: "È necessario rispondere a molte domande prima che l'introduzione precoce degli alimenti allergenici diventi una strategia efficace a livello di popolazione. Nel frattempo, sembra che il consumo precoce piuttosto che ritardato di alimenti a rischio sia efficace nella prevenzione primaria delle allergie alimentari".

Di seguito alcune immagini del suddetto cerotto:
http://www.lerevenu.com/sites/site/files/styles/img_lg/public/field/image/patchviaskin_2.jpg?itok=iE0vKz8y
http://viralportal.net/wp-content/uploads/2015/12/article-2185409-1470EA38000005DC-954_468x212.jpg
http://www.tumavu.fr/wp-content/uploads/2015/09/dbv-technologies.jpg



venerdì 25 novembre 2016

ImageGate: Attenzione al ransomware "Locky" che si diffonde attraverso Facebook.


In questi ultimi giorni sono aumentate le segnalazioni riguardanti alcuni malware piuttosto pericolosi che vengono diffusi attraverso Facebook. In pratica i ricercatori della Check Point Software Technologies Ltd. hanno scoperto che alcuni cybercriminali sfruttano il Social Network in Blu per forzare gli utenti a scaricare immagini in cui è nascosto una porzione di codice infetto: quando la vittima clicca sul link ricevuto tramite Messenger viene avviato il download del ransomware "Locky". Inoltre in precedenza un altro ricercatore di sicurezza aveva individuato un particolare file SVG, pubblicato sempre su Facebook e che contiene del codice JavaScript infetto: un clic sull'immagine porta l'utente ad un sito con interfaccia simile a YouTube ed al download di un'estensione per Google Chrome necessaria per vedere i video. Tra l'altro anche questo falso codec scarica ed installa sul computer delle vittime il suddetto ransomware "Locky". Tuttavia in questo caso i responsabili del Social Nework in Blu si sono messi subito all'opera ed hanno bloccato la diffusione di link e file e l'estensione è stata rimossa dal Chrome Web Store; anche se c'è da dire che purtroppo il problema è ritornato sotto altra forma. Al riguardo la stessa Check Point ha fatto sapere che l'exploit in questione sfrutta una configurazione errata del sistema di protezione implementato da Facebook: per ingannare l'utente è sufficiente inviare tramite Messenger una normale immagine JPG, la quale, se viene cliccata, scarica sul browser un file HTA, che a sua volta, se viene avviato, installa il ransomware "Locky"; a questo tutti i file presenti sul Pc vengono cifrati e l'unico modo per sbloccare l'accesso è pagare un riscatto. Ad ogni modo questa tecnica di "infezione" è stata denominata "ImageGate" dai responsabili di Check Point e finora ha avuto un discreto successo, dato che molti utenti si fidano di Facebook. In tal proposito Oded Vanunu, Head of Products Vulnerability Research di Check Point, ha spiegato: "Dato che sono sempre di più le persone che passano il proprio tempo sui Social Network, gli hacker hanno iniziato a concentrarsi su come riuscire ad insidiarsi in queste piattaforme. Gli hacker sanno benissimo che in genere questi siti sono "white listed", e per questo cercano sempre nuove tecniche per servirsi dei Social Media come host per le proprie attività malevole. Per difendere gli utenti contro le minacce più avanzate, i ricercatori di Check Point fanno di tutto per capire dove questi criminali colpiranno la prossima volta". In ogni caso per difendersi da tali attacchi l'azienda israeliana ha consigliato di non cliccare su nessun link sospetto e di non eseguire file con estensione HTA, SVG e JS; mentre nel caso in cui si sia già cliccato su un'immagine infetta ed il browser abbia iniziato a scaricare un file, sarebbe buona norma non aprirlo, in quanto qualsiasi Social Network dovrebbe permettere di visualizzare le immagini senza scaricare alcun file sul computer. Comunque sia i responsabili della Check Point hanno fatto sapere che pubblicheranno una descrizione tecnica dettagliata su questo vettore d'attacco solo dopo che la vulnerabilità in questione verrà risolta, in modo da evitare, infine, che gli hacker traggano vantaggio da queste informazioni.

Di seguito un video dimostrativo pubblicato dalla Check Point:



giovedì 24 novembre 2016

Frodo e Gimli, i pesci preistorici in miniatura.

Rappresentazione artistica del mini-pesce Frodoichthys.

Si chiamano Frodo e Gimli, (come i personaggi de "Il Signore degli Anelli"), e si tratta di 2 nuovi generi di pesci preistorici in miniatura scoperti nella Cina meridionale: più antichi dei dinosauri, sono vissuti circa 240 milioni di anni fa nei mari del Triassico medio e da adulti raggiungevano una lunghezza massima di appena 4 centimetri. In pratica i loro fossili sono stati e descritti in un articolo pubblicato sul Neues Jahrbuch für Geologie und Paläontologie da un gruppo di ricerca italo-cinese a cui ha partecipato anche il paleontologo Andrea Tintori del Dipartimento di Scienze della Terra "Ardito Desio" dell'Università degli Studi di Milano. Ad ogni modo l'idea di prendere in prestito i nomi dei personaggi della saga di John Ronald Reuel Tolkien è nata dall'osservazione dei fossili recuperati: i mini-pesci del genere "Frodoichthys" appaiono più delicati, un po' come lo hobbit Frodo Baggins; mentre quelli del genere "Gimlichthys" mostrano delle ossa con una superficie fatta di scaglie con forti spine sul margine posteriore, una vera e propria corazza degna del nano guerriero Gimli. Al riguardo lo stesso Andrea Tintori ha spiegato: "Questi 2 nuovi generi fanno parte dei cosiddetti neotterigi, cioè delle forme di pesci più avanzate per quei tempi: si situano proprio alla base dei grandi rami evolutivi che porteranno alle ittiofaune attuali. Tuttavia i pesci in miniatura non erano un'eccezione nel Triassico medio, anzi talvolta potevano costituire anche il 25% delle specie presenti. Il Triassico medio era un vero e proprio calderone ribollente di novità nei mari, non solo per i pesci ma pure per i tanti rettili marini che raggiunsero anche dimensioni ragguardevoli, ben oltre i 10 metri". Perciò per Frodo e Gimli diventare piccoli fu forse una soluzione per sfuggire ai grandi predatori; in tal proposito il paleontologo ha, infine, concluso dichiarando: ''Potrebbe essere una buona strategia ma le ricerche per comprendere a fondo il fenomeno di una miniaturizzazione così spinta continuano, anche studiando la situazione attuale nei mari tropicali costieri, dove però gli esemplari piccoli sono solo i giovani. I veri "miniature fishes" oggi sono quasi sempre nelle acque dolci di ambienti molti ristretti e tranquilli, come le risaie ed i piccoli corsi d'acqua del sud-est asiatico".


mercoledì 23 novembre 2016

Scoperto che l'insalata "in busta" può favorire la Salmonella.


Mangiare insalata fa bene, ma a quanto pare quella già pronta e confezionata in buste di plastica potrebbe rappresentare un grave rischio per la salute; o almeno questo è quanto ha fatto sapere una recente ricerca della Leicester University, pubblicata sulla rivista Applied and Environmental Microbiology, la quale ha rivelato che questo tipo di insalata può favorire lo sviluppo di infezioni come la Salmonella. In pratica, secondo quanto hanno scoperto gli scienziati, l'ambiente umido dei sacchetti, insieme al nutrimento rappresentato dalle foglie di insalata, crea un terreno fertile per la crescita di batteri: i ricercatori inglesi sono rimasti "scioccati" dalla facilità con cui i germi si riproducono in queste condizioni, perfino quando le confezioni di insalata sono conservate in frigorifero; motivo per il quale hanno consigliato a tutti consumatori di insalata confezionata di mangiarla il giorno stesso in cui è stata acquistata. Ad ogni modo non si tratta della prima volta che circolano allarmi nei confronti di verdure che hanno trasmesso infezioni: un virus che ha fatto ammalare 2.000 persone in Inghilterra nel 2011 venne associato a dei cavoli infetti, mentre quest'anno, sempre in Inghilterra, ci sono stati 2 morti per un'infezione causata da alcune foglie di insalata. Tuttavia, anche se in passato varie indagini hanno dimostrato che l'insalata può diffondere batteri, questa nuova ricerca ha indicato che tale rischio, quando è conservata in un sacchetto di plastica, è molto più alto. Difatti lo studio in questione, condotto dalla dottoressa Primrose Freestone, mostra che un'iniziale contaminazione di 100 batteri di Salmonella in foglie di insalata aumenta a 100.000 batteri dopo 5 giorni dal confezionamento nelle buste di plastica. Al riguardo la stessa autrice dell'indagine ha affermato: "Si tratta di una dose più che sufficiente per provocare un'infezione. I germi così creati sono talmente potenti che nemmeno lavare l'insalata, (cosa che peraltro molti non fanno), è sufficiente ad eliminarli". Ed ha poi proseguito precisando: "La nostra ricerca non suggerisce di evitare completamente le confezioni di insalata nei sacchetti di plastica, ma solo di non tenerla troppo a lungo nel frigo, comprare la data con la più lontana scadenza e, se possibile, mangiarla lo stesso giorno dell'acquisto". Per di più in tal proposito Jeri Barak, esperta del Food Research Institute, University of Wisconsin-Madison, ha affermato: "Soltanto fra lo 0% ed il 3% dei prodotti di questo tipo sono solitamente contaminati al punto da causare infezioni"; mentre Andreas Kimon Karatzas, un altro esperto in materia dell'Università di Reading, ha, infine, concluso dicendo: "Sarebbe consigliabile comprare verdure fresche, non tagliate o chiuse in confezioni, e di lavarle anche quando sono state già lavate prima della vendita".


martedì 22 novembre 2016

Il video che "paralizza" qualsiasi iPhone ed iPad.


A quanto pare è sufficiente inviare il link di un particolare filmato di circa 5 secondi a qualsiasi contatto in possesso di uno smartphone o un tablet con sistema operativo iOS per rendere il dispositivo completamente inutilizzabile e l'unico modo per recuperarlo sarà un hard reset. In pratica non si tratta di malware né di altre tipologie di codice maligno, ma solo di un intoppo che con molta probabilità è legato a come la piattaforma di Apple gestisce un video corrotto. Per entrare un po' più nel dettaglio, una volta ricevuto ed aperto il link, si avvia la riproduzione del suddetto filmato, (nello specifico un mp4 intitolato "IMG_0964.mp4" ed il cui link nel messaggio è "macdigger.ru", il quale a sua volta reindirizza al sito "psv4.vk.me"), che ad un primo sguardo non ha nulla di sospetto: si presenta con della musica allegra in sottofondo ed in primo piano la parola "Honey". Insomma, potrebbe sembrare tutto nella norma, se non fosse per il fatto che basterà attendere pochi secondi, (solitamente da 10 a 30), per vedere il dispositivo prima rallentare e poi improvvisamente "paralizzarsi" e non funzionare più. Ad ogni modo i test condotti dai vari utenti hanno messo in luce che il problema riguarda un bug del sistema operativo presente in tutte le versioni di iOS, (almeno dalla 5.1 in poi), compresa la più recente 10.2, che può mettere a rischio l'incolumità dei device, soprattutto se viene inviato con l'intento di provocare disagi. Tuttavia al momento non è chiaro quale sia l'esatta dinamica innescata dal file in questione e cosa porti al crash: si sospetta abbia a che fare con la modalità di gestione dei filmati corrotti da parte del browser Safari; non a caso il problema si presenta esclusivamente quando il video viene condiviso come link e non come file. Ad ogni modo, come già detto, l'unico modo per recuperare il dispositivo, se colpito da questo bug, è quello di resettarlo con una procedura che non implica l'eliminazione dei dati ma solo un riavvio forzato del dispositivo: per tutti gli iPhone è necessario tenere premuti il tasto di accensione ed il pulsante Home contemporaneamente fino a quando il dispositivo si riavvia, mentre per il nuovissimo iPhone 7 bisogna tenere premuti i tasti accensione e volume giù ed una volta fatto, lo smartphone dovrebbe tornare funzionare senza problemi. Naturalmente non è da escludere che nei prossimi giorni Apple possa decidere di intervenire con una patch correttiva per risolvere il problema, anche se difficilmente l'update sarà rilasciato per le versioni più datate del sistema operativo; motivo per il quale il consiglio è ovviamente quello di non inviare/aprire il video in questione. Inoltre andrebbe detto che il filmato incriminato non crea alcun problema sui dispositivi Android, mentre alcuni utenti hanno fatto sapere di aver assistito ad un comportamento anomalo anche su macOS Sierra in esecuzione sui MacBook Pro. Comunque sia questa non si tratta della prima volta che i dispositivi di casa Apple vengono colpiti da un problema che ne causano il blocco: lo scorso anno c'era la stringa in arabo unicode che riusciva a mandare in crash l'iPhone se inviata su iMessage, mentre all'inizio di quest'anno un altro link poteva bloccare completamente gli iPhone se aperto da Safari, (e non solo).

Di seguito un video che mostra e spiega il tutto:



lunedì 21 novembre 2016

Kapustkiy, il 17enne che ha bucato il sito della Funzione Pubblica e diffuso le credenziali di circa 9.000 dipendenti.


Nel corso dello scorso weekend il sito del Dipartimento della Funzione Pubblica, l'istituzione governativa italiana che si occupa di digitalizzare la pubblica amministrazione, è stato vittima di un ragazzo di 17 anni che, sfruttando un errore nella configurazione dei sistemi, è riuscito a bucare il portale ed a trafugare i dati di circa 45.000 dipendenti pubblici, di cui solo circa 9.000 sono finiti su Pastebin. In pratica a compiere tale attacco ai danni del sito Mobilita.gov.it, (ancora in manutenzione), è stato un "hacker" noto con lo pseudonomo "Kapustkiy", un ragazzo di 17 anni le cui origini restano ignote, (c'è chi dice sia russo, chi dice sia neerlandese, chi coreano e chi ucraino, ma considerato che il dominio del suo indirizzo e-mail risulta essere ".ch", potrebbe essere svizzero; anche se non è detto che lo sia), che da tempo prende di mira le vulnerabilità dei siti istituzionali di tutto il mondo per sottolineare la mancanza di sicurezza nei sistemi informatici di questi siti web. Al riguardo lo stesso ragazzo tramite Twitter ha spiegato: "La cosa divertente di tutta questa storia è che non sono nemmeno un hacker, ma i media continuano a sostenerlo". Difatti Kapustkiy si definisce "Il Bruce Lee di Internet, Security Pentester e Cyber Detective": un ragazzo che tramite la tecnica basilare SQL Injection è riuscito, appunto, ad accedere ad un database contenente le credenziali di 45.000 utenti del Dipartimento di Funzione Pubblica, sotto la Presidenza del Consiglio. Ad ogni modo, come ha spiegato in più occasioni, l'obiettivo del 17enne non è quello di diffondere le informazioni sensibili in Rete, (infatti anche in questo caso si è limitato a pubblicare solo una parte delle informazioni trafugate e che, tra l'altro, poi ha cancellato), ma quello di evidenziare il problema ai responsabili del sito, sperando che migliorino la sicurezza informatica di queste piattaforme. Tra l'altro sia prima che dopo l'attacco informatico il giovane Kapustkiy ha inviato una serie di e-mail ai funzionari della pubblica amministrazione per informarli della vulnerabilità, ma, stando a quanto riportato, sembrerebbe che non abbia ricevuto alcuna risposta dai responsabili del sito. Comunque sia sull'argomento è intervenuto Andrea Rigoni, consulente NATO e di vari governi in tema di cybersicurezza, il quale ha, infine, spiegato: "Questo è sintomo di quanto sia scarsa la cultura informatica per la sicurezza dei dati pubblici in Italia. È come se un ladro non professionista, minorenne, fosse riuscito a introdursi in un palazzo del governo, armato solo di grimaldello, dove ci sono documenti riservati. E non sia scattato nessun allarme anche se il ladro si è messo a gridare per attirare l'attenzione delle guardie".

Di seguito alcuni tweet di Kapustkiy in merito all'attacco:



domenica 20 novembre 2016

BLACK SABBATH: Tony Iommi non esclude show isolati dopo il tour d'addio.


Negli scorsi giorni Tony Iommi, chitarrista dei Black Sabbath, in una recente intervista concessa ad Ultimate Classic Rock in merito al futuro della band dopo l'attuale tour d'addio aveva affermato: "Forse. Come ho già detto, comporrò. Forse farò qualcosa con gli altri ragazzi, forse in studio, ma nessun tour". Ed in questi giorni durante un'intervista concessa a "Talk Is Jericho", podcast condotto da Chris Jericho, è tornato a parlare del "The End Tour", che terminerà il 4 Febbraio 2017, confermando che per i Black Sabbath è davvero arrivata la fine; anche se non ha escluso la possibilità di tenere alcuni show isolati in futuro. Difatti al riguardo lo stesso Tony Iommi ha spiegato: "Non escluderei uno show isolato come il Download Festival, se dovesse presentarsi l'occasione. È possibile. O anche fare un nuovo album perché si starebbe tutti nello stesso posto. Ma non so se succederà mai. Non voglio smettere di suonare. Per quanto mi riguarda il problema sono i tour. Andrebbe bene fare degli spettacoli isolati, ma non va bene stare fermi per un mese e poi di nuovo in giro per 6 settimane e lo abbiamo fatto per così tanto tempo ormai. I Black Sabbath sono sempre stati la mia vita e tutto, matrimoni compresi, è sempre ruotato attorno a loro, quindi sarà strano smettere. L'ultimo show sarà strano, sicuramente. Non so cosa proveremo e poi chissà… Ci chiedono: «Cosa farete dopo?». Per me se non si tratta tour mondiali, va bene. È il viaggiare che non sopporto". Ed ha, infine, concluso parlando anche della sua salute e del linfoma, diagnosticatogli nel 2012, per il quale è stato in cura negli ultimi anni, (ed ancor'oggi, con controlli ogni 6 settimane), e che è ormai in fase di remissione, spiegando: "Quando mi sono ammalato, ho cominciato a sentirmi vulnerabile. Prima di quello, potevo fare qualunque cosa. Quando mi è stato diagnosticato il cancro, ho cominciato a perdere fiducia: mi dicevano che non avrei dovuto volare, fare questo o quello. Ecco cos'ha portato alla fine di tutto, perché i tour estensivi finiscono per segnarti".

Di seguito la suddetta intervista durante il podcast "Talk Is Jericho":



sabato 19 novembre 2016

Dimostrato che la luce può "telecomandare" il cervello e modificare i comportamenti.


A quanto pare attraverso la luce è possibile controllare singole cellule nervose e di conseguenza modificare i comportamenti; o almeno questo è quanto ha dimostrato un studio, condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Stanford coordinato da Karl Deisseroth e da Joshua Jennings, presentato ad un convegno della Società Americana di Neuroscienze e riportato sulla rivista Nature, il quale ha applicando dei fasci laser al cervello di topi, inducendo gli animali a bere una bibita a velocità diverse. In pratica Karl Deisseroth è un pioniere della tecnica chiamata optogenetica, che utilizza, appunto, la luce per attivare e disattivare specifici neuroni, ma questa è stata la prima volta che tale tecnica viene usata per controllare un comportamento. Al riguardo Salvatore Aglioti, neuroscienziato dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", ha commentato: "Si tratta di un ulteriore passo in avanti in questo campo e potrebbe aprire la strada al controllo di specifici circuiti che controllano funzioni complesse, come la tendenza all'abuso di sostanze o le relazioni sociali". Più in generale l'obiettivo della ricerca in questione è anche stato utilizzare il laser per ottenere la mappa completa e più precisa possibile delle funzioni controllate dal cervello. In sostanza i ricercatori hanno condotto l'esperimento su topi che erano stati geneticamente modificati in modo da rendere sensibili alla luce i neuroni di una regione del cervello chiamata corteccia orbitofrontale, coinvolta tra l'altro nella percezione e reazione alla ricompensa: i neuroni di questi topi contengono proteine che quando illuminate dal laser attivano le cellule. In tal proposito lo stesso Salvatore Aglioti ha proseguito affermando: "La novità è che i ricercatori americani sono riusciti con la luce laser ad accendere in modo selettivo singoli neuroni, mentre finora si potevano controllare gruppi". Difatti, come già anticipato, così facendo, quando i ricercatori hanno colpito con fasci laser, i singoli neuroni della ricompensa hanno, infine, aumentato il ritmo con cui i topi consumavano un frullato ad alto contenuto calorico.


venerdì 18 novembre 2016

Alzheimer: Scoperta una proteina che può aiutare a recuperare la memoria.


A quanto pare il morbo di Alzheimer può essere efficacemente contrastato grazie alla reintroduzione di una particolare proteina che viene progressivamente cancellata dall'avanzare della malattia. O almeno questo è quanto hanno dimostrano alcuni ricercatori dell'University of New South Wales, (nota anche con la sigla UNSW), che hanno pubblicato sulla rivista Science uno studio che ha ridisegnato in parte i meccanismi di sviluppo della malattia neurodegenerativa in questione. In pratica, come anticipato, gli studiosi, guidati da Lars Ittner, studiando dei tessuti del cervello umano hanno individuato una proteina fondamentale, (conosciuta con il nome "kinasi p38y"), la cui concentrazione va scemando man mano che l'Alzheimer si propaga nel cervello. Non a caso i ricercatori australiani, reintroducendo tale proteina su modello murino, hanno scoperto di di poter ostacolare la perdita di memoria tipica della patologia. Tra l'altro lo studio è risultato essere importante anche perché ha offerto una spiegazione diversa dell'insorgenza della malattia. In sostanza, come noto, due delle caratteristiche principali dell'Alzheimer sono la presenza di placche di proteina beta-amiloide e grovigli di proteina Tau nel cervello: il loro accumulo porta alla morte cellulare, atrofia del cervello e perdita di memoria; anche se esiste uno stadio nel processo della formazione di questi grovigli che finora era stato male interpretato. Difatti prima d'ora si pensava che la proteina beta-amiloide modificasse la proteina Tau, tramite il processo di fosforilazione, il quale porta al suo accumulo in questi grovigli, conducendo poi alla morte cellulare ed alla malattia di Alzheimer. Tuttavia, a seguito del suddetto studio, i ricercatori australiani sono arrivati alla conclusione che, almeno all'inizio, il processo di fosforilazione della proteina Tau sia una forma di difesa attuata dall'organismo nei confronti dei neuroni e che l'accumulo di beta-amiloide rappresenti la risposta della malattia per annullare tale reazione protettiva: si tratta dello stadio in cui i livelli di tossicità finiscono per distruggere i neuroni, causando i deficit cognitivi tipici della malattia. Comunque sia durante la ricerca, gli scienziati dell'UNSW hanno coperto che la kinasi p38y aiuta la fosforilazione protettiva e disturba la tossicità indotta dalla beta-amiloide; anche se, come già spiegato, man mano che la malattia avanza, la proteina si perde, anche se rimane in piccole quantità nel cervello. Al riguardo lo stesso Lars Ittner ha, infine, concluso affermando: "Noi l'abbiamo reintrodotta e stimolata, osservando che previene i deficit di memoria. Ha un vero potenziale terapeutico".


UNICUSANO presenta l'infografica "Cyberbullismo – Un Fenomeno in Evoluzione".


In questi giorni la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi "Niccolò Cusano", (meglio nota con la sigla UNICUSANO), ha effettuato uno studio e sviluppato un'infografica intitolata "Cyberbullismo – Un Fenomeno in Evoluzione", con lo scopo di fare il punto della situazione su un fenomeno di attualità che coinvolge un numero sempre più elevato di giovani tanto da far emergere la necessità di dibattere su un’eventuale nuova normativa a tal proposito. In pratica, come noto, se il bullismo tra i ragazzi prima di Internet avveniva tra i banchi di scuola o al campo di calcio di quartiere, con l'utilizzo delle nuove tecnologie anche da parte dei più giovani, questo fenomeno ha assunto proporzioni più vaste, estendendosi al mondo online, diventando, appunto, cyberbullismo. Ad ogni modo dallo studio dell'UNICUSANO è emerso che a livello mondiale la nazione in cui gli adolescenti dichiarano di essere stati maggiormente vittima di cyberbullismo è la Nuova Zelanda, seguita da Irlanda e Stati Uniti. Mentre l'Italia si trova al 9° posto, con in testa il Nord-Est, dove il 35% degli intervistati afferma di aver subìto atti di bullismo online, (si parla di telefonate, messaggi, chat, siti di Q&A, Social Network, giochi online e forum), qualche volta l'anno e ben il 24% una o più volte al mese: le isole sono le meno colpite con il 12% che afferma di aver subìto atti di cyberbullismo una o più volte al mese ed il 37% qualche volta l'anno. Tra l'altro l'indagine dell'ateneo romano ha analizzato anche i comportamenti con cui i cyberbulli intimoriscono, molestano, mettono in imbarazzo, fanno sentire a disagio o escludono le loro vittime. Difatti, dallo studio è emerso che le offese con soprannomi, parolacce ed insulti rappresentino il comportamento più utilizzato da entrambi i sessi, (nel 12,1% dei casi), seguono le derisioni per l'aspetto fisico o per il modo di parlare, (nel 6,3%), i racconti di storie su terzi, (nel 5,1%), le derisioni per le opinioni, (nel 4,7%), e la violenza fisica, (nel 3,8%). In generale è risultato che i ragazzi usano più violenza fisica delle ragazze, (rispettivamente il 5,3% contro il 2,2%), mentre le ragazze preferiscono deridere per l'aspetto fisico e per le opinioni e raccontare storie su terzi, (rispettivamente il 13,5% contro il 9,5%). In ogni caso l'infografica in questione non si è limitata a riportare dati e numeri, ma ha anche fornito alcuni suggerimenti sul come difendersi: tra cui non fornire dati sensibili online, non accettare appuntamenti con qualcuno conosciuto in Rete, non postare foto in atteggiamenti provocanti, ma anche e soprattutto non rispondere mai alle provocazioni ed agli insulti. Inoltre in caso di emergenza l'infografica suggerisce di salvare gli eventuali messaggi ricevuti, cambiare nickname, numero di telefono o indirizzo e-mail e parlarne con un adulto fidato: in questo caso gli adolescenti intervistati hanno affermato di rivolgersi agli amici, (nel 54% dei casi), ai genitori, (nel 48%), ed agli insegnanti, (nel 19%). Tuttavia sarebbe anche consigliabile chiamare telefonicamente Emergenza Infanzia al numero 114 o il Telefono Azzurro al numero 1.96.96 oppure tramite l'apposita pagina Facebook. Comunque sia l'infografica di UNICUSANO si conclude mostrando una possibile evoluzione della normativa a riguardo: per limitare i danni provocati dal cyberbullismo attualmente è, infatti, in discussione alle Camere una Legge, secondo la quale, chiunque potrà chiedere al gestore di un sito l'oscuramento, la rimozione o il blocco di contenuti che costituiscono cyberbullismo, e nel caso in cui il gestore non provvedesse, il Garante potrà intervenite direttamente entro 24 ore. Naturalmente su questa possibilità sono emersi pareri discordanti, tra cui l'avvocato Lorenzo Nicolò Meazza che ha dichiarato: "Il provvedimento introduce una serie di misure a carattere educativo e formativo finalizzate in particolare a favorire una maggior consapevolezza tra i giovani del disvalore di comportamenti persecutori, che, generando spesso isolamento ed emarginazione, possono portare a conseguenze anche molto gravi su vittime in situazione di particolare fragilità". Mentre di parere contrario si è detto Arturo Di Corinto, attivista, giornalista e saggista esperto di Internet, il quale ha, infine, affermato: "La legge non si occupa più solo di cyberbullismo e minori, ma anche di bullismo ed adulti e può essere usata strumentalmente contro la libertà di espressione in Rete. La definizione di bullismo ingloba reati già perseguibili come la diffamazione e le ingiurie e affida la responsabilità della valutazione delle condotte illecite agli operatori dei siti. Produrrà un aumento del numero dei contenziosi su cui dovrà pronunciarsi il Garante della Privacy, senza nuove risorse".

Di seguito la suddetta infografica:
http://www.unicusano.it/blog/images/infografiche/cyberbullismo.jpg
In collaborazione con BizUp ed UNICUSANO



giovedì 17 novembre 2016

Twitter introduce i QR Codes.


In questi giorni Twitter ha avviato il rollout per l'introduzione di una nuova funzionalità all'interno delle sue applicazioni per Android ed iOS: si tratta del supporto ai codici QR, una funzione simile a quelle già disponibili da tempo su Snapchat e Messenger che consente di aggiungere un utente semplicemente tramite la scansione, appunto, di un QR Code personalizzato, con l'obiettivo di facilitare la possibilità di seguire una persona all'interno della piattaforma. In pratica, per creare un QR Code gli utenti Twitter dovranno entrare nel loro profilo e recarsi nelle Impostazioni, dove troveranno un menu che includerà il supporto alla creazione di questi particolari codici scansionabili: se tale opzione è già presente, basterà cliccarci sopra per ottenere il proprio codice personale. Ad ogni modo una volta ottento il proprio codice QR gli utenti potranno copiarlo per condividerlo ovunque, (questi codici non solo possono essere scansionati all'interno dell'applicazioni per iOS e Android ma possono anche essere scaricati sui dispositivi sottoforma di immagine e quindi stampati o inviati tramite le varie applicazioni di messaggistica istantanea), e chiunque scansionerà questo codice potrà aggiungere rapidamente alle persone seguite il contatto dell'utente a cui appartiene il codice. In sostanza, per entrare un po' più nel dettaglio, visualizzare un QR Code è semplice e veloce: una volta scaricata l'ultima versione di Twitter tramite Play Store o App Store, sarà sufficiente recarsi, appunto, nel menù dell impostazioni ed entrare nella sezione "Codice QR", al cui interno si potrà notare la voce "Il mio codice QR", dove sarà presente propria foto profilo circondata da un codice pronto per essere scansionato; mentre se si desidera copiare il codice di un altro utente che si vuole seguire su Twitter, sarà possibile cliccare su "Scansione QR" ad inquadrare il codice. Ad ogni modo per il momento questa funzione non è ancora disponibile per tutti: per una sua comparsa su tutti i profili, gli utenti del Social Network dai 140 caratteri dovranno pazientare un po', (molto probabilmente qualche settimana), in quanto il rollout di tutte le nuove funzionalità è in genere progressivo. Comunque sia rimane difficile capire se questa funzione risulterà utile agli iscritti a Twitter: si tratta sicuramente di un modo semplificato per consentire ad un utente di creare un collegamento con un altro iscritto, ma difficilmente i QR Codes rappresenteranno la soluzione a tutti i problemi. Difatti, come noto da tempo, il Social Network dai 140 caratteri sta vivendo una forte crisi e sta provando ogni possibile strada pur di uscirne, come, ad esempio, la chiusura, (con possibile vendita), di Vine, il licenziamento del 9% della sua forza lavoro e la chiusura di alcune filiali europee, tra cui quella italiana.

Di seguito alcuni screenshoot:
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