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martedì 31 gennaio 2017

Saccorhytus coronarius, il microscopico antenato dell'uomo.

Rappresentazione artistica del Saccorhytus coronarius.

Si chiama Saccorhytus coronarius e si tratta di un microrganismo marino vissuto circa 540 milioni di anni fa, (all'inizio del Cambriano), dalla fisiologia piuttosto particolare e spaventosa: aveva la forma di un sacchetto con una bocca enorme circondata da una corona, (da qui il nome), composta da diverse file di piccole escrescenze che ricordano dei denti ed era privo di ano. In pratica la sua scoperta è stata possibile durante alcuni scavi in rocce sedimentarie effettuate nella provincia dello Shaanxi grazie al ritrovamento di 45 fossili più piccoli di un chicco di riso che, a quanto pare, apparterrebbero ad una specie finora sconosciuta, imparentata alla lontana con i vertebrati e perciò con l'uomo. O almeno questo è quanto è stato fatto sapere in due recenti studi: uno pubblicato sulla rivista Nature da un gruppo di ricercatori della Northwest University, coordinato da Jian Han; e l'altro pubblicato sulla rivista Nature Ecology & Evolution da un team di scienziati dell'Università di Cambridge, coordinato da Thomas Harvey. In sostanza si tratta di una scoperta che ha contribuito a colmare un vuoto nella linea di una categoria di alcuni organismi chiamati "Deuterostomes", a cui, tra l'altro, appartengono i cordati, gli echinodermi e gli emicordati. Per di più durante il Cambriano, questi organismi si diversificarono in un gran numero di gruppi ed è stato studiando le differenze genetiche delle popolazioni attuali, che i biologi hanno ricostruito la loro storia e compreso quando il gruppo si divise in organismi diversi. Tuttavia finora non era mai stata identificata la "madre", (ossia l'origine della diversificazione), in quanto l'organismo originario era molto piccolo, e di conseguenza in pochi sono riusciti a fossilizzarsi: si pensava addirittura che non se ne potessero mai trovare; motivo per il quale la scoperta in questione risulta essere di grande importanza. Al riguardo lo stesso Jian Han ha spiegato: "Per isolarli dalla roccia circostante abbiamo dovuto elaborare enormi volumi di calcare, (circa 3 tonnellate), e successivamente sottoporli al microscopio elettronico ed alla TAC. Ma alla fine siamo stati in grado di ricostruire l'aspetto di questo antichissimo microrganismo ed il suo modo di vivere: in quell'angolo di mondo, all'inizio del periodo Cambriano, il mare era poco profondo ed il Saccorhytus era così piccolo che probabilmente viveva tra i granelli di sabbia sul fondo del mare". Tra l'altro i fossili rinvenuti fanno pensare a piccole maschere con un buco nel mezzo a fare da bocca, la quale doveva essere circondata da rugosità che probabilmente permettevano all'organismo di catturare piccole prede. Mentre altri piccoli fori che somigliano a occhi e narici, (che secondo alcuni ricercatori si trasformarono poi in branchie nei pesci ed in orecchie per l'uomo), erano probabilmente sistemi per espellere rifiuti: anche perché pare proprio che, come già anticipato, l'organismo in questione non possedesse un ano; caratteristica alquanto insolita per i Deuterostomes. Ma non è tutto: secondo i suddetti studio il corpo del Saccorhytus coronarius era a simmetria bilaterale, (una caratteristica ereditata da molti dei suoi discendenti, compresi gli esseri umani), ed era coperto da una sottile pelle, relativamente flessibile. Questo, sempre secondo i ricercatori, suggerisce che questo essere era dotato di una sorta di muscolatura che gli permetteva di muoversi contraendosi in modo simile a quello dei lombrichi. Tuttavia probabilmente la sua caratteristica più sorprendente era il modo in cui si nutriva: come già detto, il microrganismo aveva una bocca enorme rispetto al resto del corpo e probabilmente mangiava ingoiando pezzi di cibo anche molto grandi o addirittura altre creature per intero. Comunque sia se le conclusioni dei suddetti 2 studi si riveleranno corrette, allora il Saccorhytus coronarius potrà essere considerato come l'antenato comune di moltissime specie ed allo tempo stesso il primo passo sul percorso evolutivo che centinaia di milioni di anni più tardi ha portato all'uomo. In tal proposito Simon Conway Morris, uno dei principali autori della ricerca dell'Università di Cambridge, ha, infine, concluso dichiarando: "Se ad un primo esame i fossili scoperti somigliano a piccoli granelli neri, sotto il microscopio ci hanno lasciato attoniti. Si possono, infatti, osservare molte caratteristiche che hanno permesso una serie di importanti deduzioni. Ovviamente è difficile tracciare una precisa linea di discendenza tra noi uomini ed il Saccorhytus coronarius, tuttavia non c'è dubbio che possiamo realmente considerarlo un nostro antichissimo antenato".

Di seguito alcune immagini dei fossili del Saccorhytus coronarius:
http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/images/nature21072-sf9.jpg
http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/images/nature21072-f1.jpg
http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/images/nature21072-f2.jpg
http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/images/nature21072-f3.jpg



lunedì 30 gennaio 2017

HummingWhale, il nuovo malware all'interno del Play Store.


A quanto pare una nuova minaccia sta mettendo in allerta tutti i possessori di smartphone e tablet dotati del sistema operativo Android: a diffondere l'allarme sono stati i responsabili dell'agenzia di sicurezza CheckPoint che hanno rivelato il ritorno di una versione simile al malware "HummingBad", che nel corso del 2016 ha preso di mira ed ha infettato oltre 10 milioni di dispositivi. In pratica tutti i device colpiti dal malware in questione mettevano in pericolo i dati personali degli utenti, i quali venivano sottratti tramite una serie di banner pubblicitari appartenenti al network Yingmob. Tuttavia, nonostante questo virus sia stato bloccato lo scorso anno, adesso il team di ricercatori di CheckPoint ha lanciato un nuovo allarme riguardante appunto, la diffusione di un nuovo malware analogo, rinominato "HummingWhale". Inoltre i ricercatori di sicurezza hanno scoperto che per il momento le applicazioni colpite da questa nuova minaccia, (il cui elenco è disponibile a fine articolo), all'interno del Google Play Store sono state scaricate già oltre 12 milioni di volte. Tra l'altro attualmente gli esperti di sicurezza di CheckPoint sono ancora al lavoro per individuare eventuali altre minacce attive sullo store così da rimuovere tutti i programmi interessati da questo virus. Ad ogni modo a differenza della precedente versione del malware, il virus "HummingWhale" risulta essere più difficile da intercettare poiché può insediarsi nel codice sorgente di un'applicazione genuina e nascondersi ai controlli dei responsabili del Play Store: una volta installato sullo smartphone l'applicazione infetta, il suddetto malware inizia automaticamente a scaricare alcuni software che attivano banner pubblicitari in grado di far guadagnare i truffatori, il tutto senza che l'utente si accorga assolutamente di niente. Al riguardo gli stessi responsabili di CheckPoint hanno spiegato: "Una volta che si cerca di chiudere il banner, l'applicazione viene caricata su una macchina virtuale e sfruttata come se fosse un dispositivo reale. Questa tecnica crea un'identità falsa, utilizzata dal malware per generare gli introiti verso i criminali". Quindi il consiglio finale sarebbe quello di evitare di scaricare le seguenti applicazioni:

Whale Camera
Elephant Album
File Explorer
Swan Camera
Blinking Camera
Orange Camera 

Ocean Camera 
Hot Cleaner
 SmartAlbums 
Tiny Cleaner 
HiPorn
 Cleaner: Safe and Fast
 Fast Cleaner 
Deep Cleaner
 Rainbow Camera
 Clever Camera 
Topspeed Test2 
FlappyCat 
Smile Camera 
Shell Camera 
Coco Camera 
Wow Camera-Beauty 
Ice Camera 
Light VPN-Fast 
Art Camera 
Easter Rush


domenica 29 gennaio 2017

Facebook: Iniziano i test per la pubblicità su Messenger.


Dopo le varie indiscrezioni dello scorso Febbraio, a quanto pare Facebook ha deciso di iniziare a testare la pubblicità all'interno di Messenger, la sua applicazione di messaggistica istantanea. In pratica si tratta di test limitati ad un ristretto numero di utenti dell'Australia e della Thailandia, i quali consentiranno alle aziende selezionate di iniziare ad inserire i loro annunci all'inizio della schermata principale dell'applicazione. Inoltre, anche se questi annunci, (contenuti all'interno di alcune card), includono le miniature delle immagini accompagnate da un testo ed un link, ed appaiono sotto le conversazioni recenti di Messenger, quello che colpisce maggiormente non è la loro grandezza che va ad occupare buona parte dell'interfaccia dell'applicazione. In sostanza, come noto, ad oggi Facebook offre già altri modi per le imprese per raggiungere i clienti via Messenger, tra cui gli annunci nel News Feed che consentono agli utenti di avviare una sessione di chat con le aziende, oltre che i messaggi sponsorizzati. Ma come se non bastasse, l'applicazione di messaggistica istantanea attualmente dispone di oltre 1 miliardo di utenti mensili, i quali possono essere raggiunti attraverso la pubblicità come questa. Per di più lo stesso Social Network in Blu recentemente ha rilevato che gli utenti inviano alle aziende oltre 1 miliardo di messaggi ogni mese: statistica che mette in evidenza come, forse, le persone potrebbero essere interessate a visualizzare la pubblicità, appunto, all'interno di Messenger. Ovviamente si tratta ancora di test e quindi Facebook potrebbe cambiare direzione qualora gli utenti manifestassero dubbi su questa scelta degli annunci oppure anche se l'interazione con gli annunci, (che naturalmente potranno essere nascosti in qualsiasi momento dagli utenti), posizionati in questo modo risultasse essere bassa. Insomma, come già anticipato, è da tempo che Facebook sta cercando un modo per monetizzare Messenger tramite l'inserimento di annunci pubblicitari, ma questa modalità dovrà essere soppesata con attenzione: messaggi posti in questa maniera, infatti, potrebbero infastidire gli utenti e far passare per spam le pubblicità. Comunque sia sicuramente se ne saprà di più nel corso dei prossimi mesi quando Facebook testerà per bene questa nuova modalità di sponsorizzazione.

Di seguito uno screenshot dei suddetti messaggi pubblicitari:
https://tctechcrunch2011.files.wordpress.com/2017/01/facebookmessengerads.png?w=471&h=680



sabato 28 gennaio 2017

Scoperto che musica ed LSD attivano le stesse aree del cervello.


Se spesso si tende ad attribuire un significato particolare ad una canzone, è perché nel cervello entrano in azione gli stessi recettori a cui si legano le sostanze allucinogene, come l'LSD; o almeno questo è quanto ha scoperto di recente un gruppo di ricercatori dell'Università di Zurigo, coordinati da Katrin Preller, i quali hanno pubblicato i loro risultati sulla rivista Current Biology. In pratica tale scoperta è stata possibile grazie ad un esperimento, condotto su un gruppo di volontari, che ha indagato sul come l'LSD influenza il modo in cui si percepisce l'ambiente e si attribuisce un significato alle cose. Entrando un po' più nei dettagli, durante il suddetto esperimento ad una parte dei volontari è stata somministrata una piccola dose di LSD, seguita da un farmaco chiamato ketanserina, in modo da bloccare la capacità dell'allucinogeno di agire sui recettori dell'ormone dell'umore, (ovvero la serotonina); mentre all'altra parte dei volontari è stato somministrato un placebo. Inoltre dopo l'assunzione di queste sostanze ai soggetti è stato chiesto di ascoltare alcune canzoni: da ciò è emerso che i brani musicali che i partecipanti avevano considerato in precedenza come privi di significato, ne hanno assunto uno particolare sotto l'effetto dell'LSD; effetto che risultava diminuire una volta che i partecipanti assumevano la ketanserina, (la quale inoltre ha cancellato anche gli effetti psichedelici noti dell'LSD su stato di coscienza, umore ed ansia). In sostanza si tratta di una scoperta che potrebbe aiutare a mettere a punto nuove cure per il trattamento di malattie psichiatriche o fobie, che causano anomalie nel significato che si da' alle cose. Al riguardo la stessa Katrin Preller ha spiegato: ''Ora sappiamo quali regioni del cervello e quali recettori sono coinvolti quando percepiamo il nostro ambiente come significativo''. Insomma così facendo i ricercatori svizzeri hanno scoperto che il significato speciale che si attribuisce alle cose è legato agli stessi recettori che si legano all'LSD e, grazie alle immagini ottenute con la risonanza magnetica, hanno, infine, osservato che il meccanismo in questione coinvolge le strutture della linea mediana del cervello, (nota anche come fessura longitudinale), le quali sono le stesse coinvolte nell'esperienza legata al significato che si da' alle cose ed a sé stessi.


venerdì 27 gennaio 2017

Realizzati i primi occhiali "intelligenti" con lenti "universali".

Carlos Mastrangelo, (a destra), e Nazmul Hasan, (sulla sinistra), con in mano gli occhiali in questione.

A quanto pare in un futuro non troppo lontano si potrà dire addio a lenti bifocali e continui cambi di occhiali: di recente alcuni ingegneri dell'Università dello Utah hanno, infatti, messo a punto un paio di occhiali "intelligenti" dotati di lenti a base liquida, capaci di mettere a fuoco in completa autonomia qualunque oggetto vicino o lontano, garantendo così a chi li indossa una visione sempre buona, a prescindere dal suo difetto visivo, (miopia, astigmatismo, presbiopia ecc...). In pratica, come noto, l'occhio umano per sua natura è già dotato di una lente, (il cristallino), capace di modificare la propria forma per adattarsi all'oggetto da mettere a fuoco. Tuttavia in alcuni casi con l'avanzare dell'età, (oppure per una questione ereditaria), una parte di questa abilità può andare persa; motivo per il quale in alcuni casi molte persone hanno bisogno di un paio di occhiali. Quindi, come già anticipato, Carlos Mastrangelo e Nazmul Hasan, i due ricercatori a capo del progetto, (pubblicato sulla rivista OSA e finanziato dai National Institutes of Health e dal National Institute of Biomedical Imaging and Bioengineering), hanno deciso di mettere a punto delle lenti semi-liquide a base di glicerina, racchiuse tra 2 membrane gommose: la membrana posteriore a sua volta è collegata a 3 attuatori meccanici che la spostano avanti ed indietro come fosse un pistone trasparente, modificando così la curvatura della lente in base alla distanza dell'oggetto da mettere a fuoco. Inoltre la montatura, (che tuttavia risulta essere ancora un po' goffa ed ingombrante), ospita una batteria, la cui autonomia può arrivare a più di 24 ore, per alimentare questi attuatori ed un distanziometro, ossia un dispositivo che, come si può facilmente intuire, rileva la distanza degli oggetti grazie ad impulsi di luce infrarossa: si tratta di uno strumento che calcola la lontananza degli oggetti da inquadrare e comunica agli attuatori come curvare le lenti, (la cui curvatura può cambiare ogni 14 millisecondi), per permettere al soggetto di vederli al meglio. Tra l'altro la calibrazione delle lenti in questione avviene attraverso una apposita applicazione per smartphone, non appena il paziente ha ottenuto la prescrizione dell'oculista. Comunque sia anche se per adesso dei questi occhiali "intelligenti" ne esiste soltanto un prototipo, (che è stato presentato al CES 2017 di Las Vegas), Carlos Mastrangelo e Nazmul Hasan hanno già avviato una startup, chiamata Sharpeyes LLC, per commercializzarne, infine, un modello più leggero entro i prossimi 3 anni ad un prezzo compreso tra i 500 ed i 1.000 dollari.

Di seguito un'immagine dei suddetti occhiali "intelligenti":
http://unews.utah.edu/wp-content/uploads/2017/01/Smart-Glasses.jpg
...e di una delle lenti "universali" in essi contenute:
http://unews.utah.edu/wp-content/uploads/2017/01/Adaptive-Lens.jpg



giovedì 26 gennaio 2017

Scoperto che il DNA può essere "contagioso".


A quanto pare la genetica può avere effetti "contagiosi": il DNA di un individuo, infatti, può condizionare non soltanto la sua salute, ma anche quella di chi gli vive accanto, influenzandone, ad esempio, il peso corporeo, i livelli di ansia e le difese immunitarie. O almeno questo è quanto è emerso da un recente esperimento condotto sui topi da alcuni ricercatori dell'European Bioinformatics Institute, (meglio noto con la sigla EBI, con sede ad Hinxton, in Gran Bretagna), i quali hanno "pesato" per la prima volta questi effetti indiretti della genetica. In pratica i risultati di tale ricerca, pubblicati sulla rivista PLOS Genetics, hanno aperto nuove prospettive per lo studio di molte malattie umane complesse in cui sono presenti dei tratti che sembrano inspiegabili alla luce dell'assetto genetico del paziente e che costituiscono la cosiddetta "ereditarietà mancante". Al riguardo Amelie Baud, coordinatrice dello studio in questione, ha spiegato: ''Le persone si condizionano a vicenda per quanto riguarda i comportamenti, la salute ed il benessere, questo lo sapevamo già. Quello che ci mancava era la consapevolezza dell'esistenza di una base genetica legata a questo fenomeno. Se sei un ricercatore che vuole scoprire i legami tra una malattia ed il DNA, è importante analizzare non solo il paziente, ma anche il contesto sociale in cui vive''. In sostanza, come già anticipato, i ricercatori britannici hanno provato a fare ciò per la prima volta su modello murino, misurando in che modo un centinaio di tratti fisici e comportamentali venissero condizionati dal DNA dei loro compagni di gabbia: dai dati raccolti è emerso che la genetica dei "vicini" è davvero cruciale e può spiegare fino al 29% delle variazioni osservate, ad esempio, in fatto di ansia, insonnia, sovrappeso, guarigione delle ferite e difese immunitarie. Insomma, si tratta di una scoperta che potrà avere importanti conseguenze per l'uomo, in quanto permetterà di valutare in modo più immediato l'impatto che il contesto sociale può avere su un paziente senza dover indagare i mille comportamenti che possono mediare questo effetto. In tal proposito la stessa Amelie Baud ha, infine, concluso dichiarando: "Basti pensare, per esempio, ad una persona mattiniera che vive con un partner che preferisce fare le ore piccole perché il suo DNA scandisce un altro ritmo sonno-veglia. Mettiamo che questa persona sviluppi una malattia legata alla carenza di sonno, ma non essendone consapevole non ne parla con il medico che, a sua volta, non chiede nulla. Se la ricerca dimostra che c'è un legame tra la malattia ed i geni che controllano il ritmo sonno-veglia del partner, il medico potrà sondare le abitudini di vita in modo più efficace, dando i giusti consigli per risolvere il problema''.

Di seguito un video pubblicato dai ricercatori su YouTube:



mercoledì 25 gennaio 2017

Netflix: I contenuti si potranno scaricare anche su schede SD.


Dopo una lunga indiscrezioni, lo scorso Novembre Netflix ha ufficialmente deciso di introdurre il supporto alla così tanto attesa modalità offline, permettendo agli utenti di scaricare i film, gli show e gli episodi delle serie Tv nella memoria interna dei loro dispositivi in modo da portarli con sé in viaggio oppure ovunque non è disponibile una connessione Internet. Tuttavia adesso questa funzione è diventata ancora più comoda, grazie all'arrivo della possibilità di salvare i filmati anche su schede SD; difatti in questi giorni Netflix ha rilasciato l'aggiornamento alla versione 4.13 della sua applicazione ufficiale per Android, nel quale è stata, appunto, introdotta l'opzione di salvataggio su memorie esterne. In pratica, anche se il rollout è ancora in fase di svolgimento, (in realtà per coloro i quali non vogliono attendere possono procedere al download ed all'installazione manuale dell'apposito file APK), una volta che tale update sarà disponibile gli utenti potranno verificare e gestire la posizione in cui verrà effettuata la memorizzazione dei contenuti: basterà semplicemente aprire il menù principale, (tramite l'apposito pulsante nell'angolo superiore sinistro dell'interfaccia), scorrere fino alla voce "Impostazioni applicazione", selezionare la voce "Destinazione download" ed alla fine scegliere tra la memoria interna, (opzione già selezionata di default), oppure la scheda SD, (selezionando la quale all'utente sarà mostrata una richiesta di autorizzazione per l'accesso ed alla quale ovviamente si dovrà rispondere in modo affermativo). Insomma, si tratta di un ulteriore passo in avanti che Netflix ha deciso di intraprendere per quanto riguarda la gamma di funzioni messe a disposizione degli utenti, dedicate alla fruizione del servizio anche nelle aree in cui la connessione non è sempre accessibile oppure in quelle afflitte dalla piaga del digital divide. Infatti se da un lato è vero che molti smartphone e tablet equipaggiano un quantitativo di memoria interna piuttosto limitato, dall'altra è anche vero che questi possiedono anche uno slot in cui installare schede SD per ampliare la capacità di storage, che a partire da adesso potrà essere sfruttata per portare con sé i contenuti da guardare offline. Comunque sia per il momento non è ancora ben chiaro se i contenuti scaricati avranno una qualche forma di "blocco anti-pirateria" oppure se questa nuova funzione renderà ancora più facile il trasferimento dei contenuti scaricati sul Pc e, di conseguenza, più facile il "lavoro" dei pirati informatici, i quali potranno, infine, caricare liberamente su Internet i vari video e condividerli gratuitamente con tutti coloro che non possono o non vogliono far fronte ad uno dei 3 piani di abbonamento mensile messi a disposizione da Netflix.


Di seguito il post di annuncio pubblicato su Facebook:



martedì 24 gennaio 2017

Autismo: Il trapianto della flora intestinale potrebbe migliorarne i sintomi.


Nel corso degli ultimi hanno gli scienziati hanno coperto un ruolo sempre più importante dell'apparato gastrointestinale, ed in particolare del microbiota, per la salute sia fisica che mentale. Ed a quanto pare anche l'insorgenza e lo sviluppo dell'autismo, (disturbo dello sviluppo neurologico che impedisce ai bambini che ne sono affetti di avere una normale interazione sociale), potrebbero avere un forte legame proprio con la composizione della flora batterica. O almeno questo è quanto ha fatto sapere di recente un team di ricercatori dell'Ohio State University, coordinato da Ann Gregory, il quale ha proposto il trapianto del microbiota umano come trattamento per ridurre i principali sintomi del disturbo neurologico in questione. In pratica durante uno studio pilota, condotto, (in collaborazione con la Northern Arizona University, l'Arizona State University e l'Università del Minnesota), su 18 pazienti fra i 7 ed i 16 anni, e pubblicato sulla rivista Microbiome, gli scienziati hanno prima somministrato un ciclo di 2 settimane di antibiotici ed una serie di clisteri per "bonificare" l'intestino ed eliminare la maggior parte della flora intestinale esistente, dopodiché per 8 settimane hanno proceduto alla ricolonizzazione dell'organo con un trattamento noto come "trapianto fecale", (ad oggi in uso clinico per gravi ed incurabili infezioni intestinali come quella da Clostridium resistente ad antibiotici), garantendo così ai soggetti una flora intestinale del tutto nuova. Così facendo nel corso dei 2 mesi successivi i ricercatori hanno registrato miglioramenti sia nei sintomi di carattere intestinale, sia in quelli tipici dell'autismo. Al riguardo la stessa Ann Gregory ha affermato: "I dottori sanno che funziona. Solo che non sanno ancora come". Infatti, anche se l'impatto a lungo termine di questo trattamento non è noto, i ricercatori hanno osservato un miglioramento dell'80% nei sintomi gastrointestinali associati con disturbi dello spettro autistico, ed un miglioramento del 20-25% nei comportamenti legati all'autismo, tra cui il miglioramento delle abilità sociali e migliori abitudini riguardo al sonno. Ad ogni modo, sempre di recente, anche un team di scienziati del California Institute of Technology ha pubblicato sulla rivista Cell il resoconto di una sperimentazione effettuata su modello murino, il quale ha dimostra che alcuni cambiamenti a carico della flora intestinale possono determinare comportamenti simili a quelli rilevabili nei soggetti autistici. Difatti tra i topolini presi in esame, quelli che riproducevano un modello autistico soffrivano anche di permeabilità intestinale; motivo per il quale gli scienziati li hanno trattati con Bacteroides fragilis, un tipo di batterio utilizzato per terapie probiotiche in modelli animali di patologie gastrointestinali. In questo modo si è scoperto che, una volta risolto il problema intestinale, i topi mostravano cambiamenti a livello comportamentale: nello specifico, sembravano più propensi a comunicare con gli altri topi, mostravano un livello di ansia inferiore e dedicavano meno tempo ai comportamenti ripetitivi. Ma non è finita qui; un altro studio, condotto da alcuni ricercatori della Mailman School of Public Health presso la Columbia University, guidati da Brent Williams, e pubblicato sulla rivista mBio, ha analizzato la connessione esistente fra i disturbi dello spettro autistico e l'attività dell'intestino: secondo i dati emersi, i bambini autistici ospitano nel proprio intestino una varietà di batteri che non è invece presente negli altri bambini. Tra l'altro la ricerca in questione ha evidenziato l'esistenza di vari sintomi gastrointestinali nei bambini autistici, oltre che infiammazioni ed anomalie del tratto intestinale superiore ed inferiore. Tuttavia attualmente il rapporto di causa ed effetto è ancora misterioso: non si sa bene se la causa dei disturbi sia da ricercarsi in questi batteri o se la presenza di anomalie a livello gastrointestinale apra la porta alla proliferazione di questa classe di batteri sconosciuta nei soggetti non autistici. In tal proposito Christine A. Biron, docente di scienze mediche presso la Brown University, ha commentato: "Il rapporto tra microrganismi diversi, l'ospite e gli esiti per la malattia e lo sviluppo è un problema emozionante. Questo documento è importante perché inizia ad avanzare l'ipotesi di come i microbi residenti interagiscono con un disordine ancora poco conosciuto". In pratica i batteri di cui si parla appartengono al genere Sutterella e risultano essere presenti nei soggetti autistici soprattutto nel fegato; anche se tale batterio è presente soltanto nei bambini autistici che mostrano anche problemi gastrointestinali. In tal proposito Jorge Benach, presidente del Dipartimento di Microbiologia della Stony Brook University, ha fatto sapere: "I batteri Sutterella sono stati associati a malattie gastrointestinali sotto il diaframma, ma se si tratta di agenti patogeni o meno non è ancora chiaro. Non sono batteri molto noti". Ed ha poi concluso, spiegando: "La maggior parte del lavoro che è stato fatto collega il microbioma intestinale con l'autismo ed è stato fatto con i campioni di feci. Quello che può apparire in un campione di feci può essere però diverso da ciò che è direttamente collegato al tessuto". Comunque sia per quanto si tratti di piccoli studi, i risultati, a detta degli autori, sono così significativi da costituire la premessa per studi clinici più ampi che permettano, infine, di scoprire di più sull'autismo e soprattutto sui suoi rapporti con l'apparato gastrointestinale.



lunedì 23 gennaio 2017

FaceTime: Con l'arrivo di iOS 11 potrebbero arrivare anche videochiamate di gruppo.


A quanto pare, con l'arrivo di iOS 11, (il cui rilascio dovrebbe avvenire a Settembre 2017), Apple potrebbe decidere di aprire le porte alle videochiamate di gruppo; o almeno questa è la notizia diffusa in questi giorni dal sito israeliano The Verifier, riguardante le funzionalità che l'azienda della mela morsicata avrebbe intenzione di rilasciare per la prossima versione di FaceTime. In pratica tale indiscrezione giungerebbe da "diverse persone informate sullo sviluppo di iOS", le quali avrebbero, appunto, confermato alla testata israeliana i piani di Apple per il futuro rilascio di iOS 11. Per farla breve, sempre secondo quanto rivelato, verrà rilasciato un aggiornamento per FaceTime che introdurrà la compatibilità alle videochat multiple: una sorta di funzione "social" che vedrà una maggiore integrazione tra lo stesso FaceTime ed iMessage. Ma non è finita qua, poiché il sito in questione ha svelato anche che, dopo questo aggiornamento, all'interno di una videochiamata potranno partecipare un massimo 5 persone contemporaneamente. Naturalmente i tempi sono indubbiamente prematuri per poter verificare tale previsione: come già anticipato, iOS 11 non verrà presentato prima della WorldWide Developers Conference, (conferenza annuale nota anche con la sigla WWDC ed impiegata dalla Apple per mostrare agli sviluppatori nuovi prodotti e nuove tecnologie), del prossimo Giugno e non giungerà nelle mani dei consumatori fino al Settembre 2017, in concomitanza con il lancio de nuovi iPhone 7S ed iPhone 8. Ad ogni modo l'introduzione di una simile funzione sembra essere la normale evoluzione per il sistema di comunicazione di Apple, a seguito del rinnovamento completo di iMessage avvenuto lo scorso anno con l'arrivo di iOS 10. Tuttavia la testata israeliana ha specificato come il lancio di tale funzione con iOS 11 non sia assodato: Apple potrebbe anche rinviarne la presentazione ai sistemi operativi successivi, così da perfezionarne al meglio le performance. In ogni caso qualora la notizia dovesse rivelarsi vera, l'azienda dell mela morsicata tramite FaceTime entrerebbe in diretta competizione con altri colossi di settore che già da tempo propongono funzionalità simili: basti pensare alle chat di gruppo su Skype. Senza contare che così facendo la Apple potrebbe recuperare terreno su WhatsApp, il servizio di messaggistica istantanea più usato nel mondo, (il quale negli scorsi mesi ha introdotto le videochiamate), rendendo l'universo di iMessage ancora più allettante. Comunque sia per il momento da parte dell'azienda californiana non sono giunte precise indicazioni e di conseguenza questo rumor deve essere considerato tale e preso con la dovuta cautela, in attesa di saperne di più.


UNICUSANO presenta l'infografica "I Terremoti: Tutto ciò che c'è da sapere".


La scorsa settimana la Facoltà di Ingegneria dell'Università degli Studi "Niccolò Cusano", (nota anche con la sigla UNICUSANO), ha presentato l'infografica "I Terremoti: Tutto ciò che c'è da sapere", la quale ha indagato sul fenomeno ed illustrato il cosiddetto "Sisma Bonus", vale a dire la novità della Legge di Bilancio 2017, approfondendone linee guida e opportunità. In pratica secondo tale Legge, (discussa e approvata lo scorso 7 Dicembre), dal 1 Gennaio 2017 al 31 Dicembre 2021 ci saranno grandi novità per gli italiani, che potranno usufruire di importanti agevolazioni sulla casa: dopo il disastroso e recente terremoto che ha colpito le zone del Centro Italia, il "Sisma Bonus" permetterà a coloro i quali vorranno ristrutturare la propria abitazione, di ottenere importanti sconti IRPEF per le misure di adeguamento antisismico, con estensione del bonus anche per chi si trova in una zona sismica 3, (ovvero zone a rischio sismicità medio-basso con un peak ground acceleration tra lo 0,05 e lo 0,15 g, e che comprendono 1.560 comuni italiani). Al riguardo l'infografica dell'ateneo romano, (oltre a fare un riassunto sui vari tipi di terremoto, su quali siano stati i più forti nel mondo dal 1900 ed in Italia dal 1915, e su quali siano le città italiane più a rischio), ha illustrato cosa fare prima di un terremoto per verificare che la propria casa sia a norma e sicura, e quali tipi di interventi realizzare grazie al "Sisma Bonus" per la messa in sicurezza di edifici già esistenti, (in cemento armato e in muratura), e quelli di nuova costruzione. In sostanza entrando un po' più nel dettaglio, l'importo massimo per il quale si può richiedere il bonus è di 96.000 euro, e sarà possibile detrarre in 5 anni una percentuale IRPEF, fino all'85%, per mettere in sicurezza sia gli edifici adibiti ad abitazione principale che gli edifici adibiti ad attività produttive: la base di detrazione IRPEF sarà del 50%, ma, nel caso in cui l'edificio, attraverso le opere di ristrutturazione, venga migliorato di due classi di rischio, potrà aumentare fino al 70% - 80% per le case, e dal 75% all'85% per i condomini. In tal proposito gli esperti della Facoltà di Ingegneria hanno spiegato: "Attualmente non esiste un obbligo di adeguamento sismico per le costruzioni non recenti, cioè quelle costruzioni realizzate prima del 1971, ma renderle antisismiche è possibile attraverso un'analisi del sottosuolo che consente di intervenire sull'isolamento sismico del fabbricato ed effettuare placcaggi con elementi metallici o fibre di carbonio; per quelle in muratura, occorre inoltre inserire tiranti, iniezioni di cemento, catene, incordature dei solai, placcaggi dei muri". Comunque sia, a scopo informativo e divulgativo, l'infografica si conclude illustrando come comportarsi in presenza di un terremoto, elencando le varie azioni da compiere, dove stare sia nei luoghi aperti che in quelli chiusi, e cosa fare una volta che il terremoto sia finito. Difatti, come hanno, infine, affermato gli stessi ricercatori dell'UNICUSANO: "Pur non essendo possibile prevedere un terremoto, ci si può preparare nel modo migliore per prevenire e ridurre le conseguenze".

Di seguito la suddetta infografica:
http://www.unicusano.it/blog/images/infografiche/1001_Unicusano_terremoto.jpg
In collaborazione con BizUp ed UNICUSANO



domenica 22 gennaio 2017

James Cameron starebbe lavorando su un nuovo Terminator.


Nel 2019, dopo ben 35 anni dall'uscita del primo film, James Cameron tornerà in possesso dei diritti su Terminator ed a quanto pare sarebbe già pronto a realizzare un nuovo episodio che potrebbe porre la parola fine ad una delle saghe più famose della storia del cinema. In pratica, secondo alcune indiscrezioni, il regista canadese avrebbe già contattato Tim Miller, (acclamato esperto negli effetti speciali e regista del primo film su Deadpoolil sequel sarà diretto da David Leitch), e David Ellison, (produttore ed amministratore delegato della Skydance Media), per prendere accordi sulla realizzazione di un nuovo film, appunto, su Terminator. In sostanza James Cameron, sempre secondo alcune fonti, avrà un ruolo di supervisore del progetto in quanto ampiamente impegnato nella realizzazione dei 4 sequel di Avatar, i quali dovrebbero uscire rispettivamente a Dicembre 2018, nel 2020, nel 2022 e nel 2023 il 18 Dicembre 2020, il 17 Dicembre 2021, il 20 Dicembre 2024 ed il 19 Dicembre 2025. Ad ogni modo al momento David Ellison sarebbe invece intento a mettere insieme un team di creativi, (tra cui alcuni autorevoli scrittori di fantascienza), per assicurarsi che la prossima produzione possegga una storia di qualità e l'estetica necessaria a supportarla: va ricordato che il produttore americano detiene molti dei diritti della saga di Terminator a partire dal 2013, quando li ha acquistati da sua sorella Megan, che a sua volta li aveva comprati durante il Festival di Cannes nel 2011 per la modica cifra di circa 20 milioni di dollari.  Tuttavia per il momento non è ancora ben chiaro in che modo James Cameron e Tim Miller riporteranno la nuova pellicola su Terminator a ricollegarsi con i film precedenti: alcune fonti parlano di un "reboot conclusivo"; il che, come già anticipato, fa pensare che si stia preparando un capitolo conclusivo che metta fine alla narrazione legata a Sarah Connor ed al "Terminator". Inoltre, secondo alcuni, considerando che il regista canadese ha partecipato soltanto alla realizzazione dei primi due film della serie, (appunto, Terminator del 1984 e Terminator 2 - Il giorno del giudizio del 1991, considerato da molti il migliore di tutti), potrebbe riprendere le vicende dei protagonisti da qui, tralasciando quindi quanto avvenuto nelle pellicole non dirette da lui, (ovvero Terminator 3 - Le macchine ribelli del 2003, diretto da Jonathan MostowTerminator Salvation del 2009, diretto da McG; e Terminator Genisys del 2015, diretto da Alan Taylor e considerato il più deludente). Tra l'altro sarebbe incerta anche la partecipazione di Arnold Schwarzenegger, sempre più ostacolato dall'anagrafe a tornare nei panni del leggendario cyborg T-800. Comunque sia, anche se è ancora abbastanza presto per dirlo, in molti si sono detti sicuri che con il ritorno di James Cameron si eviteranno clamorosi passi falsi come l'ultimo, deludente film dedicato a Terminator: per il momento l'unica cosa che rimane, infine, da fare è aspettare nuove informazioni riguardanti questo possibile progetto.

*(Aggiornamento del 31/01/2017): In questi giorni James Cameron durante una recente intervista concessa a The Daily Beast ha parlato del nuovo Terminator, spiegando: "Il marchio arranca, cercando di trovare ancora un suo perché. Diciamo che ad un certo livello ha perso di rilevanza. Forse le cose che lo resero bello all'epoca ora portano allo sbadiglio. È facile ricordare con affetto le cose che hanno dato vita ad un franchise, ma è dura mantenerlo in forma ed aggiornato. Non ci metto le mani da Terminator 2, ed era il 1991. Quindi? 26 anni? Ma secondo me è possibile raccontare una grande storia di Terminator oggi e renderla rilevante. Viviamo in un'epoca digitale, Terminator nella sostanza parla del nostro rapporto con la tecnologia, e di come la tecnologia possa rifletterci, nel film letteralmente, in una forma umana che è nemesi e minaccia. Ma anche in quei film, nei due che feci, si parla del modo in cui ci disumanizziamo. Nell'epoca in cui la gente è assorbita dal suo mondo sociale virtuale, insomma... guardatevi intorno. Dico sempre: se Terminator era sulla guerra tra gli esseri umani e le macchine, osservate un qualsiasi ristorante o sala d'attesa di aereoporto e ditemi che le macchine non hanno vinto, che ogni umano che vedete non ne è schiavizzato. Insomma, si può fare un film di Terminator attuale? Certo che sì!".


sabato 21 gennaio 2017

PlayStation VR: Arrivano i video a 360 gradi di YouTube.


A quanto pare grazie ad un aggiornamento rilasciato in questi giorni da parte di Sony, il suo visore PlayStation VR dedicato alla realtà virtuale diventerà adesso un po' più versatile e probabilmente più divertente da usare, anche quando non si sta giocando. Difatti l'update in questione è andato ad introdurre il supporto ai video a 360 gradi di YouTube, (i quali hanno fatto il loro debutto sulla piattaforma di casa Google circa 2 anni fa). In poche parole, come facilmente intuibile, dopo aver installato tale aggiornamento sarà possibile immergersi nella visione dei suddetti video in modo più coinvolgente, spostando il punto di osservazione semplicemente muovendo la testa. In pratica si tratta di un'iniziativa attraverso la quale Sony punta a migliorare ed ampliare le funzionalità offerte dal PlayStation VR, il quale al momento non sembra ancora in grado di competere ad armi pari con i suoi principali concorrenti per quanto riguarda il catalogo dei videogame compatibili: l'HTC Vive e l'Oculus Rift, (il quale è da diverso più tempo sul mercato). Ad ogni modo il funzionamento della compatibilità con YouTube è semplice da spiegare: una volta indossato il visore di Sony, basta lanciare l'applicazione ufficiale del sito di video sharing disponibile sulla PlayStation 4 e selezionare uno dei tanti video a 360 gradi fruibili per dare il via alla riproduzione. Al riguardo in un post condiviso in questi giorni sul blog ufficiale di PlayStation si può leggere: «Ad Ottobre, quando abbiamo lanciato PlayStation VR, la nostra missione era offrire esperienze in realtà virtuale all'avanguardia ai gamer di PS4 di tutto il mondo. In seguito al lancio di grande successo ed a cascate di feedback positivi dai giocatori mondiali, stiamo continuando a portare avanti la nostra missione. Sin dal lancio, gli utenti potevano guardare i propri servizi di serie Tv e streaming utilizzando PS VR per creare un "grande schermo" virtuale proprio di fronte ai loro occhi. Oggi, gli utenti possono spingersi ancora oltre e guardare la spettacolare offerta di video a 360 gradi su YouTube tramite PS VR». Ed il post si conclude, infine, facendo sapere: «L'ultimo aggiornamento, lanciato oggi, aggiunge il supporto per la crescente raccolta di video in realtà virtuale su YouTube, consentendo agli utenti di PS4 e PS VR di spingersi ancora una volta oltre i confini dello schermo ed esplorare mondi a 360 gradi ricchi di dettagli in modo ultra realistico».


venerdì 20 gennaio 2017

Dimostrato che un ritardo nel taglio del cordone ombelicale può prevenire l'anemia nei neonati.


A quanto pare un breve ritardo di circa 3 minuti, (o anche più), nel taglio del cordone ombelicale dopo il parto può ridurre il rischio di anemia nei neonati; o almeno questo è quanto ha dimostrato un recente studio clinico, condotto da un team di ricercatori dell'Università di Uppsala e pubblicato online sulla rivista JAMA Pediatrics, il quale ha fornito una nuova prova dell'utilità per i bambini appena nati nel ricevere un po' più a lungo le ultime pulsazioni di sangue placentare. In pratica anemia e carenza di ferro durante le primissime fasi dell'infanzia possono provocare un'alterazione del neurosviluppo che colpisce abilità cognitive, motorie e comportamentali: cibi fortificati ed integratori di ferro sono attualmente l'unico trattamento. Tuttavia alcuni studi hanno mostrato che un bloccaggio in ritardo del cordone potrebbe essere un'alternativa a basso costo per ridurre il rischio delle suddette condizioni: il sangue trasfuso feto-placentare dopo il parto, infatti, aumenta i depositi di ferro nella prima infanzia. In sostanza fino a qualche tempo fa il taglio avveniva dopo pochi secondi dalla nascita, ma già negli ultimi anni l'indicazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, (nota anche con la sigla OMS), suggerire di aspettare da 1 a 3 minuti. Ad ogni modo entrando un po' più nei dettagli, durante il suddetto studio i ricercatori svedesi, guidati da Ola Andersson, hanno esaminato l'impatto di una recisione del cordone tardiva in Nepal, (un Paese a basso reddito con una elevata prevalenza di anemia): all'esperimento hanno preso parte 540 neonati, i quali sono stati poi divisi in 2 gruppi; il primo in cui il cosiddetto "clampaggio" è avvenuto intorno al primo minuto dopo la nascita, (o anche prima); ed il secondo a cui il taglio del cordone ombelicale è stato fatto 3 o più minuti dopo il parto. Insomma, dai risultati è emerso che ad 8 mesi di età, nel secondo gruppo il livello medio di emoglobina risultava essere maggiore e la prevalenza di anemia inferiore rispetto al primo gruppo: differenze che sono state rilevate anche a 12 mesi di età. Comunque sia al riguardo la stessa Ola Andersson ha, infine, concluso spiegando: "Lo studio dimostra che il ritardo di 180 secondi è un intervento efficace per ridurre l'anemia in una popolazione ad alto rischio, con un costo minimo e senza effetti collaterali. Se l'intervento fosse attuato su scala globale, potrebbe tradursi in 5 milioni in meno di bambini con anemia ad 8 mesi di età, con particolare importanza per la sanità pubblica in Paesi dove la prevalenza di anemia è più alta".


giovedì 19 gennaio 2017

Le 3 emoji in grado di "congelare" qualsiasi iPhone, iPad o iPod Touch dotato di iOS 10.


Dopo la stringa in arabo unicode che riusciva a mandare in crash l'iPhone se inviata su iMessage, il link che poteva bloccare completamente gli iPhone se aperto da Safari, (e non solo) ed ilil video in grado di "paralizzare" qualsiasi iPhone ed iPad, ecco spuntare una combinazione di 2 emoji ed un numero in grado di bloccare un qualsiasi iPhone, iPad o iPod Touch dotati del sistema operativo iOS 10. In pratica, come ha dimostrato EverythingApplePro in un recente video dimostrativo, (visibile a fine articolo), inviando un messaggio contenente l'emoji della bandiera bianca, uno zero e l'emoji dell'arcobaleno, (quindi la combinazione completa apparirà così: "🏳️0🌈"), è possibile "congelare" qualsiasi dispositivo con il suddetto sistema operativo di casa Apple per circa 3-5 minuti, al termine dei quali fortunatamente il dispositivo si riavvierà automaticamente e tornerà a funzionare come se nulla fosse successo. In sostanza, come spiegato delle varie fonti, tra cui la redazione di Mashable, questa "pericolosa" combinazione contiene, (oltre ai tre elementi di cui sopra), contiene un 4° carattere invisibile, (noto come Variation Sector 16 o VS16), il quale viene utilizzato per combinare più emoji in una: in questo caso per combinare i suddetti 3 caratteri e formare la "rainbow flag emoji". Perciò, sempre secondo le prime indiscrezioni, il sistema operativo iOS 10, (per la precisione dalla versione 10.0 alla 10.1.1; la 10.2, ultima in ordine cronologico, sembra non subire tale effetto, solo un piccolo rallentamento temporaneo), non riuscendo a leggere l'emoji della bandiera bianca e lo zero, va in tilt causando il crash dell'applicazione in cui è stata ricevuto la combinazione in questione ed, appunto, il "congelamento" temporaneo del dispositivo. Per farla breve, inviando semplicemente l'emoji della bandiera bianca, lo zero e l'emoji dell'arcobaleno non si manderà in crash lo smartphone: per farlo sarà necessario copiare ed incollare la combinazione completa composta dai 3 caratteri in questione più il suddetto carattere invisibile VS16, nascosto tra la bandiera bianca e lo zero. Tra l'altro la parte "peggiore" riguardante questo bug sta nel fatto che il destinatario non deve nemmeno interagire con il messaggio: non appena ricevuta la combinazione di cui sopra, il suo dispositivo si "congelerà", salvo poi riavviarsi e riprendere a funzionare normalmente. Ad ogni modo per il momento non esiste un modo per evitare la ricezione di questo messaggio: l'unica soluzione, per quanto drastica, potrebbe essere quella di bloccare i potenziali mittenti; solitamente questi "trucchetti", una volta virali, vengono utilizzati soprattutto tra i più giovani come passatempo per infastidire i propri amici. Comunque sia fortunatamente l'invio della combinazione richiede una procedura piuttosto complessa rispetto all'invio delle semplici emoji e si spera che ciò possa frenare la volontà di provare il bug in attesa che Apple rilasci una patch in grado di riparare, infine, la falla in questione.

Di seguito il suddetto video dimostrativo: