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martedì 28 febbraio 2017

Google scopre una falla nei browser Edge ed Internet Explorer.


Da qualche tempo il team di ricerca a capo del Project Zero di Google è molto attivo nell'individuare e rivelare falle di sicurezza nei prodotti Microsoft: ad esempio, lo scorso Novembre aveva svelato una pericolosa falla di sicurezza di Windows 10 appena 10 giorni dopo averla illustrata all'azienda. Mentre l'ultimo esempio è stato quello di qualche giorni fa quando il team di Google ha svelato una vulnerabilità di Windows; anche se per comunicarla il team aveva aspettato il consueto periodo di 90 giorni. Tuttavia, a dimostrazione dell'attività del Project Zero, in questi giorni Google ha rivelato un altro punto debole presente nei prodotti software di casa Microsoft: questa volta la debolezza riguarda i browser Edge ed Internet Explorer, il che significa che il problema non riguarda solamente Windows 10, ma anche tutte le altre declinazioni del sistema operativo dell'azienda. In pratica, secondo quanto hanno fatto le varie indiscrezioni, una falla di sicurezza in Edge ed Internet Explorer era stata comunicata a Microsoft lo scorso 25 Novembre, in modo da offrire all'azienda la suddetta classica finestra di 90 giorni per correggere il problema prima che la vulnerabilità fosse rivelata. Tuttavia sembra proprio che Microsoft non abbia provveduto a chiudere questa falla nel tempo utile concesso e perciò adesso Google ha deciso di renderla pubblica. Ad ogni modo entrando un po' più nei dettagli: sarebbero sufficienti solo 17 righe di codice HTML per portare entrambi i browser al blocco ed al crash. Tra l'altro questa stessa falla potrebbe permettere ad un malintenzionato di eseguire qualsiasi comando su un potenziale obiettivo: come ha sottolineato il suddetto team di ricerca del Project Zero, l'attacco si concentra principalmente su due variabili, (ossia "RCX" e "RAX"), e ciò potrebbe aiutare l'attaccante a prendere il controllo. Comunque sia probabilmente Microsoft andrà, infine, a correggere tale bug tra qualche giorno con il rilascio del Patch Tuesday di Marzo in quanto, (va ricordato), l'aggiornamento di Febbraio è saltato a causa di alcuni problemi tecnici.


lunedì 27 febbraio 2017

Scoperto che le cellule del cervello scelgono di volta in volta se attivare i geni della madre o del padre.


A quanto pare le cellule nervose cambiano di volta in volta le loro preferenze, scegliendo di attivare i geni ereditati dalla madre o quelli dal padre; o almeno questo è quanto ha scoperto di recente uno studio condotto sui dei topi da laboratorio da parte di un gruppo di ricercatori dell'Università dello Utah, guidato dal neurobiologo Christopher Gregg, e pubblicato sulla rivista Neuron, il quale è andato così a contraddire uno dei dogmi della genetica e potrebbe aiutare a spiegare l'origine di alcune malattie mentali, (come autismo e schizofrenia). In pratica finora si pensava che le cellule nervose trattassero i geni ereditati dalla mamma e dal papà allo stesso identico modo, ma la suddetta ricerca ha dimostrato che non è così e, come ha osservato il genetista Giuseppe Novelli, rettore dell'Università degli Studi di Roma Tor Vergata: "Mostra che le funzioni svolte dal genoma di origine materna e di origine paterna sono diverse nei diversi tipi cellule, come accade nei neuroni". In sostanza questa attivazione "preferenziale" dei geni avviene soprattutto durante lo sviluppo del cervello, ossia quando influenza circa l'85% dei geni: man mano che il cervello matura, i neuroni attivano sempre più geni di entrambi i genitori allo stesso modo; anche se per almeno il 10% dei geni le copie materne e quelle paterne continuano ad essere attivate in modo diverso e questo squilibrio prosegue per tutta la vita. Al riguardo lo stesso Christopher Gregg ha spiegato: ''Cosa significhi per la salute questo modo preferenziale di attivare i geni non è ancora chiaro. Ma i risultati preliminari suggeriscono che ciò potrebbe essere collegato al rischio di alcune malattie. Normalmente avere due copie di un gene agisce come un sistema di protezione in caso uno sia difettoso, ma la nostra ricerca ha dimostrato che alcune cellule del cervello preferiscono attivare la copia del gene mutato rispetto a quella sana". Inoltre, come già anticipato, tra i geni regolati in questo modo "non convenzionale" ci sono alcuni collegati a malattie come, appunto, autismo, ritardo mentale e schizofrenia. Difatti in tal proposito Giuseppe Novelli ha, infine, concluso commentando: "La complessa organizzazione del DNA è alla base sia dei meccanismi fisiologici che di quelli patologici ed è stato dimostrato che il ritardo mentale ed altre forme di disabilità possono derivare non soltanto da errori nella sequenza del DNA ma anche da errate regolazioni dei geni".


domenica 26 febbraio 2017

Facebook introduce le bandiere delle nazioni nei profili.


Dopo aver aggiornato la propria applicazione ed aver aggiunto le "Storie", (novità accolta non proprio con entusiasmo dagli utenti), di recente Facebook ha introdotto una piccola ma interessante novità per quanto riguarda la personalizzazione del proprio profilo. In pratica da un paio di giorni sul Social Network in Blu tutti gli utenti hanno la possibilità di poter aggiungere alla propria foto del profilo una piccola bandiera del proprio Paese senza che questa operazione sia collegata a qualche evento speciale, come avvenuto più volte in passato: il sito, infatti, è solito offrire particolari effetti e filtri da applicare al profilo quando sopraggiunge un evento particolare. Tuttavia, come già anticipato, adesso gli utenti avranno a disposizione circa 200 bandiere da poter abbinare in ogni momento alla foto del proprio profilo. In sostanza utilizzare questa novità è assolutamente facile: gli utenti Facebook dovranno semplicemente recarsi nell'apposita pagina di personalizzazione della foto del loro profilo, (creata, appunto, per sostenere una particolare causa, supportare le proprie squadre, serie Tv o band preferite o festeggiare un momento della tua vita), e cercare la bandiera del proprio Paese. Inoltre una volta impostato il nuovo frame esso si sovrapporrà all'immagine del profilo: come di consueto, questa modifica potrà avere una durata limitata nel tempo oppure essere definitiva; la scelta sta nelle mani degli utenti. Ad ogni modo queste bandiere nel profilo sembrano allinearsi con il nuovo manifesto di Mark Zuckerberg che punta a trasformare Facebook in una piattaforma per una comunità globale unificata; anche se rischia in realtà di creare una spaccatura tra le persone soprattutto in casi di discussioni su temi politici e sociali. Comunque sia si tratta di una novità che andrebbe accolta positivamente in quanto aiuterà anche ad identificare eventuali persone estranee all'interno delle discussioni; senza contare che, in caso di eventi particolarmente drammatici, l'utilizzo di queste bandierine potrebbe anche servire come simbolo di unità quando persone provenienti da diversi luoghi uniscono le forze per raggiungere un obiettivo comune.

Di seguito alcune immagini:
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sabato 25 febbraio 2017

METALLICA: "Speriamo che il governo cinese si accorga che non siamo una minaccia politica"; parola di James Hetfield.


Che quando una band si esibisce in Cina debba prima presentare i testi delle canzoni al governo, che poi stabilisce quali si possono suonare e quali no oppure quali canzoni possono essere suonate a patto che vengano omesse certe parole o frasi, non è di certo un segreto. Ad esempio, è successo lo scorso anno con uno show degli Iron Maiden, durante il quale però Bruce Dickinson ha deciso di ribellarsi alla censura pronunciando le parole che erano stata vietate dal governo cinese ed incitando il pubblico a scattare foto, nonostante le fotocamere non fossero ammesse al concerto. Ed inoltre è capitato circa un mese fa, (senza contare il loro debutto in Cina, avvenuto circa 4 anni fa), anche ai Metallica, ai quali il governo cinese ha vietato di suonare classici come "Master of Puppets", lasciando un po' perplesso James Hetfield. Tuttavia al riguardo lo stesso frontman della band durante un'intervista concessa al South Morning China Post si è mostrato molto più comprensivo nei confronti di tale censura, spiegando: "Perché non si dovrebbe rispettare la loro cultura quando sei tu l'ospite e ti hanno invitato a suonare? Vogliamo essere rispettosi e solo perché facciamo le cose in modo diverso non significa che dobbiamo costringere gli altri". Ad ogni modo successivamente James Hetfield si è detto ottimista sul loro ritorno in Cina e di avere la possibilità di suonare non solo "Master of Puppets", ma anche le altre canzoni censurate come "One" e la nuova "Hardwired". Difatti in tal proposito il frontman ha concluso affermando: "Speriamo che continuando a tornare, si accorgeranno che non rappresentiamo una minaccia politica e non abbiamo un agenda, se non per superare i confini con la musica e permettere alle persone di godersi le canzoni. Non stiamo cercando di trasmettere un messaggio segreto a nessuno". Comunque sia va, infine, ricordato che, (in attesa del rilascio di nuove date, che molto probabilmente riguarderanno anche l'Europa), a partire dal prossimo Maggio i Metallica intraprenderanno un tour in Nord America, portando con loro i Volbeat, i Gojira e gli Avenged Sevenfold, allo scopo di promuovere il loro nuovo album "Hardwired... To Self-Destruct"; per maggiori informazioni è possibile visitare il sito ufficiale della band ed in particolare l'annuncio fatto lo scorso 13 Febbraio.


venerdì 24 febbraio 2017

Sviluppato un mix di farmaci in grado di rigenerare le cellule dell'udito.


A quanto pare di recente, tramite uno studio pubblicato sulla rivista Cell Reports, alcuni ricercatori dell'Harvard-MIT Division of Health Sciences and Technology, (noto anche con la sigla HST) e del Brigham and Women's Hospital, guidati da Will McLean e Xiaolei Yin, sono riusciti ad individuare un mix di sostanze capace di rigenerare le cellule che si trovano alla base dell'udito e che convertono i suoni nei segnali nervosi che arrivano al cervello. In pratica si tratta di una tecnica che potrebbe aprire la strada a nuove terapie contro alcune forme di sordità ed i cui primi test sull'uomo sono previsti nel 2018-2019. In sostanza, secondo recenti stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo ci sono 360 milioni di persone che soffrono a vari livelli di perdita dell'udito, e 1,1 miliardi di giovani sono a rischio per via dell'uso non sicuro dei dispositivi audio. Tuttavia, come già noto, l'evento alla radice del problema è la morte delle cellule ciliate, vale a dire quelle cellule sensoriali situate nell'orecchio interno che captano le onde sonore e trasformano lo stimolo in un impulso nervoso diretto al cervello. Inoltre i fattori che possono causare questa morte sono diversi tra cui l'invecchiamento, l'esposizione a rumori troppo forti, ma anche infezioni e l'utilizzo di alcuni antibiotici e chemioterapici. Tra l'altro, considerando che si tratta di cellule che, a differenza di alcuni animali, nell'essere umano non si rigenerano da sole, se il loro numero diminuisce, cala anche la capacità di percepire i suoni. O almeno così è per il momento, infatti, come già anticipato, i ricercatori statunitensi hanno dimostrato che una giusta combinazione di farmaci, (che ovviamente è rimasta segreta), può spingere le cellule di supporto dell'orecchio interno, (cioè le progenitrici delle suddette cellule sensoriali, situate nello specifico nella coclea), a moltiplicarsi e poi a maturare, appunto, in cellule ciliate. Ad ogni modo, entrando un po' più nei dettagli, il primo esperimento è stato condotto sulle cellule della coclea di topo, coltivate in laboratorio: un primo mix di molecole le ha stimolate a moltiplicarsi rapidamente e l'aggiunta di un altro mix le ha indotte a differenziarsi proprio in cellule ciliate mature. Al riguardo Jeff Karp, uno dei principali autori della ricerca, ha spiegato: "Uccelli ed anfibi sono in grado di rigenerare queste cellule durante la loro vita, e questo ha costituito l'ispirazione per il nostro lavoro, per trovare una soluzione simile nei mammiferi. Assieme ai nostri collaboratori del Mass. Eye and Ear, abbiamo studiato un approccio molecolare, sviluppato per espandere le cellule progenitrici della coclea di topo". Mentre Robert Langer ha aggiunto: "Proprio perché il nostro approccio utilizza piccole molecole, siamo molto entusiasti per le potenzialità terapeutiche di questo lavoro per ripristinare l'udito". Tra l'altro i risultati di questo nuovo metodo sono impressionanti se confrontati con quelli ottenuti attraverso approcci già esistenti: le cellule progenitrici si sono moltiplicate come mai prima, con un'espansione 2.000 volte superiore ed un differenziamento in cellule ciliate è risultato 60 volte più pronunciato. Ma non basta: cosa più importante, le cellule che sono state indotte a differenziarsi si sono dimostrate identiche alle cellule native; mentre i test sono stati effettuati in diverse condizioni ed i risultati confermati anche su cellule umane. Insomma, si tratta di uno studio che, come già detto, apre a diverse prospettive: infatti, se da un lato costituisce un importante punto di partenza per lo sviluppo di terapie contro la perdita dell'udito, dall'altro fornisce anche uno strumento utile per proseguire progetti di ricerca nel campo della biologia rigenerativa in generale. Al riguardo lo stesso Will McLean ha dichiarato: "Crediamo che il nostro lavoro abbia molte applicazioni nell'ambito della biologia rigenerativa oltre che per la perdita dell'udito, che vanno dalle malattie della pelle ai disturbi oculari, dalle malattie gastrointestinali al diabete. Inoltre l'approccio rende concreta la possibilità di studiare su grandi numeri tipi di cellule progenitrici in precedenza difficili da recuperare. Non a caso la scoperta di nuovi farmaci per l'orecchio interno era stata limitata in passato dall'impossibilità di acquisire materiale sufficiente per individuare nuovi bersagli farmacologici". Comunque sia per quanto riguarda l'immediato futuro, la Frequency Therapeutics, azienda fondata da alcuni degli autori di questo studio, (tra cui Jeff Karp), e che ha rilevato il brevetto del mix di farmaci, ha reso nota l'intenzione di voler sviluppare velocemente possibili trattamenti per ripristinare l'udito, per esempio, iniettando il farmaco direttamente nell'orecchio del paziente in modo del tutto simile alla procedura che già si usa per curare alcuni tipi di infezione; mentre come già spiegato, le prime sperimentazioni cliniche sull'uomo sono in programma entro i prossimi 18 mesi.


giovedì 23 febbraio 2017

Mozilla annuncia "Snooze Tabs" e "Pulse", due nuovi esperimenti per Firefox.


Nel Maggio 2016 Mozilla ha annunciato il programma "Firefox Test Pilot", il quale permette a tutti utenti di testare ed esprimere le proprie opinioni su nuove funzionalità che potrebbero essere incluse nelle future versioni del suo browser. Ed è proprio nell'ambito di questo programma che in questi giorni la fondazione ha svelato 2 nuovi esperimenti, denominati "Snooze Tabs" e "Pulse": il primo, che sicuramente è il più utile ed interessante, permette di visualizzare automaticamente ed in un momento prefissato dall'utente le schede chiuse in precedenza; mentre il secondo può essere sfruttato per inviare feedback sui vari siti siti agli ingegneri di Mozilla. In pratica, entrando un po' più nei dettagli, tramite "Snooze Tabs" la fondazione ha deciso di offrire una soluzione alternativa e più comoda ai segnalibri, che, come già anticipato, consente di chiudere una scheda e di impostare una data per la sua visualizzazione automatica: invece di usare i bookmark o lasciare aperte decine di schede, l'utente può semplicemente effettuare lo "snoozing", cliccando sull'apposita icona a forma di campanello visibile al posto dell'icona della scheda. A quanto punto si aprirà un elenco con date prefissate, tra cui: "più tardi", "domani", "questo weekend", "la prossima settimana", "il prossimo mese", oltre all'opzione per impostare una data ed un'ora specifica e per visualizzare la scheda al successivo avvio di Firefox: ovviamente alla data e all'ora indicata il browser mostrerà la pagina web e ne notificherà la presenza all'utente. Al riguardo nella descrizione di questa nuova funzione si può leggere: «Snooze Tabs ti permette di concentrare la tua attenzione durante la navigazione, rimuovendo qualunque fonte di distrazione e salvando contenuti per dopo. Seleziona l’icona per nascondere una scheda che al momento non ti serve ed imposta una sveglia per riaprirla più tardi. Rinvia un articolo interessante a stasera, oppure una ricetta al mese prossimo. Quando l’allarme scatta, la scheda verrà riaperta». Ad ogni modo, come già accennato, "Pulse" è uno strumento per inviare un giudizio sui vari siti web: dopo aver cliccato l'icona, (la cui forma ricorda le onde di un elettrocardiogramma), presente nella barra degli indirizzi, gli utenti possono votare la performance del sito, (assegnando da 1 a 5 stelle), e rispondere ad alcune domande che aiuteranno agli ingegneri di Mozilla ad implementare eventuali miglioramenti nel browser. In tal proposito nella descrizione di questa seconda funzione si legge: «Stiamo realizzando la nuova generazione di Firefox e vogliamo concentrarci sulle prestazioni e la velocità del browser nel mondo reale. Pulse ti permette di comunicare le tue impressioni agli sviluppatori, indicando quali siti web funzionano al meglio e quali hanno problemi». Comunque sia, come già detto, per il momento si tratta di funzioni aperte solo a coloro che aderiscono al programma Firefox Test Pilot quindi chiunque voglia provarle di prima persona dovrà semplicemente installare l'apposita estensione disponibile sul sito ufficiale del programma in questione ed, infine, attivare le suddette 2 funzioni, attraverso i rispettivi siti ufficiali, (accessibili qui e qui).

Di seguito alcuni screenshot di "Snooze Tabs":
https://testpilot.firefox.com/static/images/experiments/snooze-tabs/details/detail2.e7642590.jpg
https://testpilot.firefox.com/static/images/experiments/snooze-tabs/details/detail1.75cbcca7.jpg
...ed alcuni di "Pulse":
https://testpilot.firefox.com/static/images/experiments/pulse/details/detail1.89acd0a6.jpghttps://testpilot.firefox.com/static/images/experiments/pulse/details/detail2.a0072be5.jpg



mercoledì 22 febbraio 2017

Zealandia, il continente subacqueo.


A quanto pare il pianeta Terra ha un continente in più ed il suo nome è "Zealandia": la sua esistenza viene teorizzata da decenni, ma adesso grazie a recenti nuove analisi condotte da un team internazionale di geologi ce n'è la certezza. In pratica la storia dei continenti è piuttosto particolare ed il loro numero è dibattuto da tempo, in quanto esistono diverse terre emerse che possono essere divise o raggruppate fra loro in base al metodo di osservazione: nel modello più utilizzato, la Terra ha 6 continenti, (ovvero Europa, America, Asia, Africa, Oceania ed Antartide), ma tuttavia è tenuto in ampia considerazione anche quello a 7 continenti, dove il territorio americano è suddiviso in Nord America e Sud America; senza contare quelli a 5 continenti, nei quali Europa ed Asia vengono fuse nella cosiddetta "Eurasia" oppure l'Antartide non viene considerato come continente e quello a 4 continenti, in cui Europa, Asia ed Africa vanno a formare la cosiddetta "Eurafrasia". Ad ogni modo che la Zealandia sia il , il , il oppure l'8° continente non ha molta importanza: ciò che conta per gli scienziati è la sua origine geologica, che racconta qualche dettaglio in più sulla storia del pianeta. Difatti i ricercatori, coordinati dal professor Nick Mortimer dell'Università di Otago, hanno specificato che la Zealandia si sarebbe staccata dal "supercontinente" noto con il nome Gondwana durante il Mesozoico, (tra gli 80 ed i 60 milioni di anni fa), per poi sprofondare quasi completamente nel giro di alcune decine di milioni di anni. Inoltre ad oggi ne affiorerebbe soltanto il 6-7% dell'immenso territorio, che si estende per circa 5 milioni di chilometri quadrati al di sotto dell'oceano Pacifico ed quello Indiano. Tra l'altro l'area che comprende la Zealandia, (un grande massa unica e non una serie di piccoli frammenti), è paragonabile al 70% del territorio australiano: tra le sue terre emerse vi sono proprio la Nuova Zelanda, (dalla quale prende il nome), la Nuova Caledonia, l'Isola Norfolk ed altre ancora. In ogni caso, come già anticipato, l'esistenza della Zealandia, il cui nome venne coniato dal geologo Bruce Luyendyk nel 1995, viene teorizzata da oltre 20 anni, ma grazie ai nuovi rilievi satellitari e ad altre indagini, (i cui dettagli sono stati pubblicati sulla rivista GSA Today della Geological Society of America), ora ne è stata confermata praticamente l'esistenza. Comunque sia la Zealandia non è l'unico nuovo continente scoperto dai ricercatori: nelle scorse settimane un team di ricerca del German Research Centre for Geosciences, (noto anche con la sigla GFZ), e dell'Università di Oslo ha, infine, dimostrato l'esistenza della "Mauritia", un microcontinente al di sotto delle isole Mauritius, nonché un'altra porzione della Gondwana dalla quale ebbero origine tutti i continenti.

Di seguito alcune immagini della Zealandia:
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https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/8/84/Zealandia-Continent_map_en.svg/1200px-Zealandia-Continent_map_en.svg.png
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martedì 21 febbraio 2017

"Hellboy III non si farà"; parola di Guillermo del Toro.


Come noto, nel corso degli ultimi anni Guillermo del Toro ha promesso più volte che avrebbe fatto tutto il possibile per dare vita al tante volte annunciato e mai realizzato terzo ed ultimo capitolo della saga dedicata a Hellboy, (ispirato all'omonimo fumetto di Mike Mignola). Inoltre circa 2 anni fa in merito alla realizzazione di questo sequel era intervenuto anche Ron Perlman, (attore statunitense conosciuto per aver interpretato il personaggio in questione), il quale si era fatto sfuggire anche qualche dettaglio in merito ad una possibile trama, (incentrata sui 2 gemelli attesi da Hellboy e la sua amata Liz Sherman, interpretata da Selma Blair). Difatti, nonostante avesse fatto sapere di aver chiuso con il demoniaco personaggio, l'attore aveva spiegato che le idee del regista lo entusiasmavano al punto da dirsi pronto a voler chiudere in bellezza la saga. Ma tuttavia sembra proprio che ciò non sia bastato a far in modo che il progetto prendesse vita ed in questi giorni lo stesso Guillermo del Toro, che per primo aveva riacceso le speranze dei fan quando in un sondaggio informale su Twitter, (il quale, tra l'altro, aveva ottenuto oltre 130.000 voti positivi), aveva chiesto se avrebbero voluto vedere il sequel in questione, si è visto costretto ad annunciare che purtroppo Hellboy III non vedrà mai la luce. In pratica per dare questa brutta notizia il regista si è affidato ancora una volta al Social Network dai 140 caratteri, dove ha scritto: «Hellboy 3. Mi dispiace annunciarlo: Ho parlato con tutte le parti interessate. Devo riferire che al 100% il sequel non si farà. E questa è la parola definitiva sull'argomento». Mentre, sempre tramite Twitter, lo stesso Ron Perlman ha poi aggiunto: «Supereroe in cerca di un lavoro. Ama la pizza, i gatti ed i fratelli Marx». Insomma, con Guillermo Del Toro disposto a rimettersi in gioco per un terzo ed ultimo capitolo è probabile che il "NO" definitivo sia arrivato dalle altre parti interessate: magari Ron Perlman e/o Mike Mignola hanno considerato che si trattava di un azzardo puntare ancora su una saga che non ha mai raccolto incassi tali da regalare le stesse soddisfazioni di altri film di genere. Non a caso i primi 2 film dedicati ad Hellboy, a fronte di un budget totale di 150 milioni di dollari, ne avevano incassati alla fine "solo" 250 milioni: cifre evidentemente troppo basse per attirare investitori e produttori nel progetto di un terzo capitolo; il che ha vanificato le speranze dei fan.


Di seguito il tweet di Guillermo del Toro:
...e quello di Ron Perlman:



lunedì 20 febbraio 2017

WhatsApp: Gli Status diventano "multimediali".


In queste ore i responsabili di WhatsApp, popolarissima applicazione di messaggistica istantanea, hanno annunciato, tramite un post pubblicato nel blog ufficiale dell'applicazione, una nuova funzionalità che verrà rilasciata nei prossimi giorni per tutti gli utenti: si tratta di un aggiornamento che permetterà agli utenti di condividere gli aggiornamenti di stato, (con tanto di contenuti multimediali), con i propri contatti, in modo per far sapere loro cosa si sta facendo. Al riguardo nel suddetto post scritto da Jan Koum, (uno dei 2 fondatori di WhatsApp), si può leggere: «Sono passati solo 8 anni da quando nel Febbraio 2009 abbiamo iniziato a scrivere le prime righe di codice di quella che un giorno sarebbe diventata l'applicazione di WhatsApp. L'idea originale su cui si basava il progetto era quella di creare un'applicazione che ti permettesse di far sapere ai tuoi amici ed ai tuoi contatti quello che stavi facendo. Tutto ciò, mesi prima che aggiungessimo le funzionalità di messaggistica. Anche in seguito, quando abbiamo aggiunto la messaggistica nell'estate 2009, abbiamo mantenuto questa semplice funzione di uno stato "di solo testo". Anno dopo anno, quando Brian ed io passavamo in rassegna i progetti su cui lavorare, ci siamo sempre detti che avremmo dovuto migliorare e sviluppare ulteriormente la funzione originale dello stato "di solo testo"». Ed a quanto pare così sarà, difatti i responsabili dell'applicazione di messaggistica istantanea hanno proseguito scrivendo: «Siamo entusiasti di annunciare che, in concomitanza con l'ottavo compleanno di WhatsApp, il 24 Febbraio, abbiamo reinventato la funzione dello stato. Da oggi, infatti, inizieremo a distribuire un aggiornamento dello stato che ti permetterà di condividere immagini e video con i tuoi amici e contatti su WhatsApp in modo semplice e sicuro. Naturalmente, anche i tuoi aggiornamenti allo stato saranno protetti dalla crittografia end-to-end». In sostanza non appena la nuova sezione verrà resa disponibile a tutti, (la fase di roll-out è già stata avviata), sarà possibile far sapere ai propri amici quello che si sta facendo in tempo reale tramite la condivisione di foto e video, (che verranno mostrate in un apposito menù chiamato "Status"), in maniera molto simile a quanto avviene da tempo con le "Storie" su Snapchat, Instagram, e da qualche giorno anche su Facebook; cosa sottolineata anche da molti utenti. Inoltre, proprio come per le suddette "Storie", sarà possibile rispondere privatamente ai propri amici e controllare chi ha visualizzato gli aggiornamenti di stato personali, i quali scompariranno dopo 24 ore. Naturalmente così come accade per gli altri messaggi sarà possibile applicare la funzione silenzioso se lo si preferisce. In tal proposito il suddetto post si è, infine, concluso affermando: «Proprio come otto anni fa, quando abbiamo iniziato WhatsApp, questa versione nuova e migliorata dello stato ti permetterà di tenere aggiornati i tuoi amici su WhatsApp in modo facile e divertente. Tutti noi di WhatsApp ci auguriamo che ti piaccia!».


Di seguito alcuni screenshot:
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domenica 19 febbraio 2017

Scoperto che il bilinguismo fa risparmiare risorse al cervello.


Che conoscere e parlare abitualmente 2 o più lingue faccia bene al cervello, è una cosa risaputa da diverso tempo, tuttavia di recente si è scoperto uno dei motivi di questo effetto benefico: stando ad un'indagine condotta da alcuni ricercatori del Centro di Ricerca dell'Istituto di Geriatria, (noto anche con la sigla CRIUGM), dell'Università di Montréal, guidati da Ana Inés Ansaldo, e pubblicata sul Journal of Neurolinguistics, il cervello di chi parla più lingue per poter gestire entrambi i linguaggi impara per forza di cose a risparmiare risorse, il che si rivela un vantaggio non da poco anche quando l'impegno cognitivo è diverso dal parlare o leggere. In pratica durante tale ricerca gli scienziati canadesi hanno chiesto a 2 gruppi di anziani, (sia bilingui che monolingui), di assolvere a specifici compiti tenendo conto solo delle informazioni visive e non di quelle spaziali: ad esempio, è stato chiesto loro di focalizzarsi sul colore di un oggetto e non sulla sua posizione nella stanza; nel frattempo, è stata valutata l'attivazione più o meno intensa di varie reti neuronali che collegano aree cerebrali diverse, indispensabili per gli "esercizi" assegnati. Al riguardo la stessa Ana Inés Ansaldo ha spiegato: "I monolingue attivano circuiti cerebrali più ampi, servendosi di un maggior numero di connessioni: per esempio, entrano in gioco numerose regioni che processano informazioni visive e motorie nei lobi frontali. In altre parole hanno bisogno di reclutare aree multiple per arrivare all'obiettivo richiesto. Invece i bilingui accendono network più ristretti, ovvero solo quelli più appropriati per lo scopo: nei nostri esperimenti l'attivazione è risultata maggiore solo nelle aree visive della zona posteriore del cervello, cioè soltanto in quelle specificamente deputate a riconoscere le caratteristiche visibili degli oggetti, come i colori". In sostanza ciò che è emerso dai risultati di tale studio è stato che chi è solito parlare 2 lingue utilizza il cervello al minimo indispensabile per arrivare allo scopo, accendendo solo le aree più specializzate per il compito richiesto e di conseguenza risparmiando risorse. Tra l'altro, sempre secondo la ricercatrice canadese, anni di pratica di almeno un paio di lingue insegnano al cervello a destreggiarsi meglio e modificano il modo di affrontare situazioni dove deve concentrarsi solo su un tipo di informazione, ignorandone altre. Insomma, il bilingue è più bravo a focalizzarsi su una cosa alla volta senza distrazioni, perché quando parla un idioma deve "zittire" l'altro: questo si traduce in una capacità di concentrarsi e utilizzare le proprie risorse cognitive molto migliore. In tal proposito la scienziata ha concluso dichiarando: "Dopo anni passati a gestire le "interferenze" fra i 2 linguaggi, il cervello è diventa più bravo a selezionare le informazioni rilevanti ed ignorare quelle che potrebbero distrarlo dallo scopo. I dati mostrano che il cervello bilingue è più efficiente, risparmia più risorse e recluta solo le regioni specializzate che di volta in volta gli servono. I benefici cognitivi di tutto questo sono principalmente 2: innanzitutto, connessioni più specializzate e centralizzate consentono di arrivare allo stesso obiettivo facendo meno fatica cognitiva rispetto ad un monolingue, costretto ad attivare circuiti più ampi; in secondo luogo, i bilingui giungono agli stessi risultati senza dover accendere le aree frontali del cervello, ossia quelle più vulnerabili di fronte al declino cognitivo correlato all'età. Ciò potrebbe spiegare, almeno in parte, perché i bilingui risultano più protetti da demenze e invecchiamento cerebrale: il bilinguismo ha un impatto concreto e positivo sul cervello, che di fatto invecchia meno e meglio". Non a caso in una ricerca di un paio di anni fa si era, infine, scoperto che parlare più lingue può allontanare il rischio di sviluppare l'Alzheimer.


sabato 18 febbraio 2017

YouTube: Addio pubblicità da 30 secondi non skippabili.


A quanto pare uno dei formati pubblicitari più diffusi su YouTube, ovvero quello riguardante i filmati dalla durata di 30 secondi che l'utente non può saltare ed è costretto a guardare fino al termine prima di poter finalmente visualizzare il video desiderato, è destinato a sparire: secondo quanto spiegato dal colosso californiano, l'addio a questo formato avverrà entro il 2018; mentre continueranno ad essere mostrate le clip pubblicitarie da 15 e 20 secondi, (anch'esse impossibili da saltare). In pratica si tratta di una scelta, sicuramente apprezzata da tutti gli utenti, ma che, come ha spiegato un portavoce, spingerà YouTube a trovare "formati più interessanti sia per chi realizza pubblicità che per gli utenti". Difatti l'azienda prevede di puntare maggiormente su forme pubblicitarie più brevi, ma da un certo punto di vista anche più invasiva: si tratta dei cosiddetti "bumper ads", vale a dire le inserzioni da 6 secondi annunciate nell'Aprile dello scorso anno. Al riguardo lo stesso portavoce di YouTube ha spiegato che l'obiettivo principale, con una mossa di questo tipo, è quello di fornire una migliore esperienza di advertising per gli utenti online. Infatti le sue parole sono state: "Siamo intenzionati a fornire un'esperienza pubblicitaria migliore per gli utenti. Come parte del nostro impegno, abbiamo deciso di sospendere il supporto alle pubblicità video da 30 secondi che non si possono saltare entro il 2018, per focalizzarci su altri formati che possano funzionare meglio sia per gli utenti che per gli inserzionisti". Ciò non significa che tutti gli annunci pubblicitari spariranno, anzi, come già anticipato, quelli da 15 e 20 secondi continueranno ad esistere; anche se non saranno più quelli preferiti dal portale ed, in teoria, anche dagli inserzionisti. Tra l'altro la novità sembra non coinvolgere gli annunci presenti a metà dei video più lunghi: se un filmato caricato sul portale è molto lungo, YouTube continuerà a mostrare delle interruzioni pubblicitarie da 30 secondi senza la possibilità di saltarle prima di proseguire la visione. Ad ogni modo questa decisione è stata presa anche per contrastare la crescita di Facebook sul fronte dello streaming video: non è infatti un segreto quanto Mark Zuckerberg stia puntando sui filmati per monetizzare la propria attività, vendendo spazi pubblicitari alle aziende e mostrandoli ad una platea sempre più vasta di potenziali clienti; o almeno questo è quanto ha spiegato Callum McCahon, noto analista di Born Social. Difatti ha, infine, concluso dichiarando: "Penso sia la dimostrazione di quanto i responsabili di YouTube siano preoccupati per Facebook. Sappiamo che i video sono al centro della roadmap per il Social Network. La loro offerta sta attirando sempre più brand, giorno dopo giorno. Per questo motivo, i vertici di YouTube sono in agitazione".


venerdì 17 febbraio 2017

Giphy presenta "Sign With Robert", una raccolta di GIF per imparare il linguaggio dei segni.


Senza ombra di dubbio Giphy è una delle piattaforme, (nonché motore di ricerca), più conosciute tra coloro che sono soliti condividere immagini GIF sui vari Social Network o all'interno delle numerose chat. Ma per chi ancora non lo conoscesse, si tratta di un "deposito virtuale" il cui database è in costante espansione e raccoglie meme e tormentoni di ogni tipo: dimostrazione concreta di come le GIF siano un formato intramontabile, nato ancor prima che la grande Rete diventasse uno strumento alla portata di tutti ed ancora oggi estremamente efficace. Ed è stato proprio per mostrare l'utilità di queste immagini animate che in questi giorni Giphy ha deciso di lanciare "Sign With Robert" un progetto tanto curioso quanto interessante: una raccolta organizzata in categorie e composta da oltre 2.000 GIF realizzate appositamente per insegnare la lingua dei segni. In pratica ognuna di queste immagini è formata esclusivamente dal movimento da compiere con le mani per comunicare qualcosa e da una scritta che riporta il termine ad esso associato. Naturalmente i segni sono quelli dell'American Sign Language e quindi alcune parole potrebbero essere tradotte in maniera diversa, a seconda del territorio in cui ci si trova. Ad ogni modo a spiegare il motivo per cui l'iniziativa è stata realizzata in collaborazione proprio con Giphy è stata Hilari Scarl, nota filmmaker americana, nonché direttrice e produttrice di "Sign With Robert", la quale ha spiegato: "Il formato GIF ha l'abilità di riprodurre le animazioni in un loop infinito, dunque è perfetto per imparare nuovo segni. Non richiede di riavviare continuamente la riproduzione o di riavvolgere". Tra l'altro l'interprete delle GIF è Robert DeMayo, attore ed educatore sordo dalla nascita, già protagonista di un corso per imparare la lingua dei segni, (noto con lo stesso nome del progetto di Giphy), diviso in 10 DVD, contenenti 30 episodi per un totale di 150 capitoli. Comunque sia difficilmente questa raccolta di GIF consentirà di imparare alla perfezione il linguaggio dei segni, ma in realtà il suo obiettivo non è quello: il progetto mira, infatti, a stimolare l'interesse nei confronti di una forma di comunicazione poco conosciuta; il tutto con un approccio leggero, persino simpatico e che incoraggia alla condivisione sui Social Network.

Di seguito alcuni esempi della suddetta raccolta:
https://media.giphy.com/media/3o7TKFpahYpUp4g0N2/giphy.gif
https://media.giphy.com/media/l0HlBGjKUV8KJxDoc/giphy.gif
https://media.giphy.com/media/3o7TKSmtRzKFHFg7F6/giphy.gif
https://media.giphy.com/media/3o7TKNKOfKlIhbD3gY/giphy.gif
https://media.giphy.com/media/3o7TKV0fSvEhMUCRaM/giphy.gif
https://media.giphy.com/media/3o7TKQCxtTk61phPUY/giphy.gif
https://media.giphy.com/media/l0HdZq6o7Icutp52E/source.gif



giovedì 16 febbraio 2017

Scoperto che la calvizie si eredita dalla madre ed è causata da ben 287 geni diversi.


A quanto pare la calvizie è più complessa del previsto ed i geni che la provocano non sono così pochi come si credeva, ma ben 287, i quali sono ereditati in buona parte dalla madre; o almeno questo è quanto ha scoperto uno studio intitolato "Genetic prediction of male pattern baldness", condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Edimburgo, guidati da Saskia Hagenaars e David Hill, e pubblicato in questi giorni sulla rivista PLOS Genetics. In pratica, come già anticipato, finora si riteneva che alla base della calvizie, (che colpisce circa il 70% degli uomini di tutto il mondo), ci fossero pochi geni, ma analizzando e confrontando il DNA di 52.000 uomini, (attraverso il cosiddetto metodo "genome-wide"), i ricercatori scozzesi hanno rilevato che il problema in questione si deve principalmente al complesso rapporto esistente, appunto, tra 287 geni diversi, molti dei quali sono legati alla struttura del capello ed a come si sviluppa; motivo per il quale questa scoperta in futuro potrebbe permettere di creare nuovi farmaci specifici contro la caduta dei capelli. Al riguardo Riccardo Marioni, uno degli autori della suddetta ricerca, ha spiegato: "Il nostro studio è il più grande lavoro genetico per la comprensione della calvizie maschile e non ci stupisce il fatto di aver trovato così tanti geni associati con il problema. I dati indicano che molti di questi geni si trovano nel cromosoma X, un cromosoma che gli uomini ereditano dalla madre. Quindi di conseguenza si può dire che i geni della madre forniscono un contributo considerevole alla calvizie". Ad ogni modo attualmente esistono già in commercio dei test genetici per prevedere la possibile caduta di capelli ma, come spiegano i ricercatori, si deve lavorare ancora molto prima di poter fare accurate previsioni sulle singole persone. Inoltre se ci si dovesse affidare all'analisi completa del genoma, per il paziente il test potrebbe essere molto costoso; anche se grazie ad una formula da loro sviluppata, gli scienziati hanno fatto sapere di essere in grado di stabilire quali sono le probabilità che il soggetto sia predisposto alla calvizie. In sostanza ciò è possibile analizzando la presenza o l'assenza di un certo numero di marcatori genetici, tuttavia questa formula non è applicabile ad un singolo: serve per identificare solo dei sottogruppi della popolazione che rischia di più di perdere i capelli. Insomma, anche se lo studio in questione non è andato a risolvere il problema della calvizie una volta per tutte, ha permesso di conoscere meglio questa condizione che colpisce molti uomini e che, ad oggi, non è ancora del tutto evitabile. In tal proposito Stefano Gustincich, dell'Istituto Italiano di Tecnologia, (noto anche con la sigla IIT), ha, infine, commentato: "Traguardi come questi sono molto interessanti ed erano impensabili fino a pochi anni fa. Sono stati resi possibili solo grazie alla creazione di banche dati genomiche molto grandi, alla sempre maggiore "finezza" degli studi, ed all'abbattimento dei costi del sequenziamento del DNA".


mercoledì 15 febbraio 2017

Xagent: Il malware arriva su Mac e minaccia le password.


Nella giornata di ieri BitDefender ha confermato l'estensione di Xagent, (noto malware diffuso su Windows, iOS, Android e Linux), anche su Mac: secondo quanti hanno spiegato gli esperti di sicurezza, lo sviluppo del codice malevolo sarebbe avvenuto in Russia e potrebbe essere connesso ad un gruppo di malintenzionati che, lo scorso autunno, sono stati accusati di aver interferito con la campagna elettorale negli Stati Uniti. In pratica il malware in questione, una volta installato sui Mac, potrebbe minacciare la sicurezza dell'utente, ricavando password e altri dati molto sensibili. Inoltre questa variante di Xagent è molto simile a quella per altri sistemi operativi: una volta installato, il malware verifica la presenza di un debugger ed, in caso non venisse trovato, attenderà la prima connessione ad Internet per scaricarlo. Quindi, sfruttando dei falsi domini solo apparentemente connessi ad Apple, il codice malevolo comincia le sue dannose operazioni: sfruttando alcuni payload, è infatti in grado di verificare e modificare le impostazioni di sistema, chiudere processi attivi ed eseguire codice. In particolare pare proprio che Xagent possa rubare le password inserite in un browser, per poi inoltrarle a server remoti, nonché salvare silenziosamente screenshot e sottrarre indebitamente dati dal backup degli iPhone. Ad ogni modo, come già anticipato, BitDefender e gli altri esperti di sicurezza ritengono che la variante per Mac di questo malware, (per il quale ancora non esiste un tool di pronta rimozione), sia stata sviluppata da un gruppo di malintenzionati provenienti dalla Russia, forse l'APT28. Al riguardo hanno, infatti, spiegato: «Le nostre precedenti analisi di campioni noti per essere connessi al gruppo APT28 mostrano delle similitudini tra il componente Sofacy/APT28/Sednit Xagent per Windows e Linux ed il codice binario per macOS attualmente al centro delle nostre indagini». Comunque sia Xagent è il secondo malware apparso per piattaforma Mac nell'ultima settimana: qualche giorno fa, infatti, un malware simile a MacDownloader ha minacciato il sistema operativo della mela morsicata; anche se con una tecnologia d'attacco molto vecchia e facilmente evitabile per gli utenti.


martedì 14 febbraio 2017

Dimostrato che frutta e verdura migliorano anche l'umore.


A quanto pare frutta e verdura non solo fanno bene alla salute dal punto di vista fisico ma sono un toccasana anche per l'umore ed aumentarne il consumo migliora il benessere psicologico nel giro di 2 settimane; o almeno questo è quanto ha fatto sapere un recente studio studio condotto dall'Università di Otago e pubblicato sulla rivista PLOS ONE. In pratica durante tale studio i ricercatori neozelandesi hanno preso in esame 171 persone, di età compresa tra i 18 ed i 25 anni, i quali erano soliti consumare poca frutta e verdura e che sono stati divisi in 3 gruppi: il primo sottoposto a dei messaggi di testo che ricordavano ai soggetti, tramite lo smartphone, di mangiare più frutta e verdura e con dei voucher prepagati per incentivarne il consumo; il secondo sottoposto ad una fornitura diretta di 2 porzioni giornaliere in più di ortaggi e frutta fresca, (ossia carote, kiwi, mele ed arance); ed il terzo di controllo. Dai risultati è emerso che a 14 giorni di distanza tra i partecipanti che erano stati inseriti nel secondo gruppo, (cioè a cui erano state date in maniera diretta frutta a verdura), non solo il consumo di questi alimenti aumentava ma migliorava anche il benessere psicologico, (rilevato tramite appositi test), in particolar modo per quanto riguarda vitalità e motivazione. Inoltre chi era in questo gruppo tendeva a consumare più ortaggi e frutti crudi rispetto agli altri, che avevano ricevuto solo dei promemoria o degli incentivi al consumo, i quali invece sceglievano più di frequente di cuocerli o mischiarli ad altri ingredienti. Ma non è tutto: lo stesso effetto sull'umuore è stato rilevato anche da un altro studio, pubblicato sull'American Journal of Public Health e condotto da alcuni ricercatori dell'Università di Warwick, in collaborazione con l'Università del Queensland. In pratica gli scienziati inglesi hanno analizzato la relazione tra consumo di frutta e verdura e benessere psicologico arrivando, appunto, alla conclusione che mangiare vegetali e frutta in abbondanza, non solo fa bene alla forma fisica, al cuore e protegge dai tumori, ma renderebbe anche più felici. Tra l'altro, sempre secondo tale ricerca, il buonumore aumenterebbe per ogni porzione quotidiana di frutta in più, fino ad un massimo di 8 porzioni al giorno; mentre il maggior beneficio entro un paio d'anni dal cambiamento dello stile d'alimentazione lo otterrebbe proprio chi passa da 0 a 8 porzioni al giorno. Per di più studi precedenti hanno dimostrato che 7 porzioni al giorno allungano la vita e riducono del 20% il rischio di ictus, mentre uno studio italiano ha calcolato che mangiarne 200 grammi in più al giorno eviterebbe 20.000 morti. Senza contare che, secondo varie ricerche, un'alimentazione a base di frutta e verdura ricche di fibre diminuirebbe anche le infiammazioni alle vie respiratorie ed aiuterebbe quindi a sconfiggere l'asma. Ad ogni modo all'inizio dello studio dei ricercatori britannici è stato chiesto ai 12.385 partecipanti adulti di tenere un diario alimentare nell'ambito del "Household, Income, and Labour Dynamics in Australia Survey", (meglio noto come HILDA Survey e durato dal 2001 fino allo scorso 5 Dicembre). Inoltre questi "diari alimentari" sono stati confrontati con altri dati relativi allo stato di occupazione, al reddito e ad altre condizioni della vita che influiscono sul grado di benessere di una persona. Così facendo gli scienziati hanno scoperto che i soggetti che erano passati da un ridotto consumo giornaliero di frutta e verdura giornaliero ad abitudini più sane, (appunto, con un apporto fino a 8 porzioni al giorno), manifestavano effetti positivi sull'umore, a volte anche nel giro di 24 mesi. Al riguardo Andrew Oswald, uno dei principali autori dello studio in questione, ha, infine, spiegato: "Mangiare frutta e verdura a quanto pare aumenta la nostra felicità molto più rapidamente di quanto non migliori la salute umana. Lo stimolo delle persone a mangiare cibi sani è indebolito anche dal fatto che i benefici fisici per la salute, (come la protezione contro il cancro), si avvertono decenni più tardi. L'umore invece ne beneficia immediatamente, invogliando quindi le persone a consumare sempre più frutta e verdura".


Realizzati dei droni "impollinatori" per sostituire le api.

Rappresentazione artistica del drone "impollinatore".

Da anni ormai si parla dell'importanza delle api, senza le quali non avverrebbe più l'impollinazione delle piante e la seguente formazione del frutto. Non a caso una frase attribuita ad Albert Einstein, (che però non può essere verificata), recita: «Se le api dovessero sparire dalla superficie della Terra, all'uomo non rimarrebbero più di 4 anni di vita». Purtroppo, come noto da diversi anni, il numero di questi insetti è in diminuzione ed alcuni generi, (ad esempio, i bombi), sono in via di estinzione. In pratica la cosiddetta "sindrome dello spopolamento degli alveari", (nota anche come "Colony Collapse Disorder"), è stata riscontrata per la prima volta nel 2006, mentre nel 2007 solo in Italia sono morte il 50% delle api: le cause non sono ancora chiare, ma sembra che questa moria sia dovuta principalmente ai cambiamenti climatici ed all'uso massiccio di fitofarmaci. Motivo per il quale alcuni ricercatori giapponesi del National Institute of Advanced Industrial Science and Technology, (noto anche con la sigla AIST), hanno suggerito una possibile soluzione: dei droni "impollinatori", (progetto simile a "RoboBee", presentato circa 4 anni fa dai ricercatori di Harvard). In sostanza, come facilmente intuibile, si tratta di piccoli droni grandi come dei colibrì che volano di fiore in fiore rubando il polline con la loro "pancia pelosa", (proprio come fanno api e farfalle), e che in futuro potrebbero continuare il lavoro degli utilissimi imenotteri. Entrando un po' più nei dettagli, nella parte inferiore dei questi quadricotteri i ricercatori nipponici hanno incollato una striscia di crini di cavallo imbevuti con un gel liquido ionico, (simile ad un adesivo attacca-e-stacca ed in grado di mimetizzarsi con l'ambiente circostante, riducendo il rischio di un attacco da parte di eventuali animali predatori), grazie al quale il drone intrappola e rilascia i granuli di polline. Tra l'altro un primo esperimento è già stato effettuato con dei gigli ma, anche se l'impollinazione è avvenuta con successo, (soprattutto perché questi fiori hanno organi sessuali molto sporgenti), i droni in questione non sono ancora pronti a sostituire le api: la loro struttura risulta essere piuttosto grezza ed il loro controllo viene fatto manualmente da remoto. Tuttavia i ricercatori si sono detti fiduciosi che in un futuro non troppo lontano, grazie all'ausilio di fotocamere ad alta risoluzione, del GPS e dell'intelligenza artificiale, questi droni "impollinatori" potranno volare autonomamente, formando sciami che andranno a sostituire gli insetti sempre più a rischio estinzione. Comunque sia sarà, infine, necessario testare i droni all'aperto, dove sono presenti condizioni più estreme rispetto a quelle di un laboratorio.

Di seguito il video del suddetto primo esperimento:




domenica 12 febbraio 2017

OND, le cellule della retina responsabili della miopia.


A quanto pare alcuni ricercatori della Northwestern University, tramite uno studio pubblicato in questi giorni sulla rivista Current Biology, sono riusciti a scoprire nella retina un'importante causa della miopia: si tratta di una particolare cellula che, in risposta alla luce che riceve, può provocare una crescita abnorme dell'occhio del bambino ed indurre così il diffusissimo disturbo di vista. Inoltre questo meccanismo difettoso potrebbe essere innescato dal trascorrere troppo tempo al chiuso oppure alla luce artificiale. In pratica, come noto, la miopia è un disturbo davvero diffuso ed in costante aumento a livello globale: in generale emerge in età infantile perché l'occhio cresce troppo in fretta e si allunga rendendo difficile la messa a fuoco. Tuttavia, nonostante numerosi svolti studi negli ultimi anni hanno evidenziato il possibile legame tra miopia e stile di vita, in particolare la tendenza a trascorrere, appunto, gran parte della giornata al chiuso, esposti alla luce artificiale, finora restava un mistero il meccanismo cellulare/molecolare che attiva lo sviluppo del disturbo in questione. Motivo per il quale durante la suddetta nuova ricerca gli scienziati hanno deciso di studiare gli occhi di alcuni topi da laboratorio alla ricerca della causa che lancia il segnale di crescita aberrante dell'occhio ed hanno isolato un nuovo tipo di cellula retinica, (battezzato "OND"), il quale è risultato essere ipersensibile alla luce ed, in risposta a certe "lunghezze d'onda", in grado di dare il comando all'occhio di crescere ed allungarsi. In sostanza si tratta di un comando che può essere azionato soprattutto dallo "spettro" emesso dalla luce artificiale, caratterizzato da un forte contrasto verde-rosso. Quindi al riguardo gli esperti hanno, infine concluso ipotizzando che: "Trascorrere troppo tempo in luoghi chiusi da piccoli faccia da apripista al malfunzionamento delle cellule OND e di conseguenza alla miopia".