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domenica 30 aprile 2017

OGLE-2016-BLG-1195Lb, il "pianeta palla di neve".

Rappresentazione artistica di OGLE-2016-BLG-1195Lb.

Si chiama ufficialmente OGLE-2016-BLG-1195Lb e si tratta di un pianeta scoperto di recente da alcuni ricercatori del Jet Propulsion Laboratory della NASA, guidati da Yossi Shvartzvald, ed i cui risultati sono stati in questi giorni pubblicati sulla rivista Astrophysical Journal Letters. In pratica questo corpo celeste, soprannominato "pianeta palla di neve", ha catturato l'attenzione degli scienziati in quanto risulta avere alcune caratteristiche simili alla Terra, (come, ad esempio, la massa e la distanza dal suo Sole), ma purtroppo è troppo freddo per poter ospitare la vita; almeno nelle forme in cui la si conosce. In sostanza il pianeta si trova a circa 13.000 anni luce dalla Terra ed orbita attorno ad una stella molto piccola, con una massa di appena il 7,8% quella del Sole: una dimensione tale per cui viene classificata come nana bruna, ossia una categoria a cavallo tra stella e gigante gassoso perché questi oggetti non hanno una massa sufficiente a far innescare nel nucleo le reazioni di fusione nucleare e quindi irradiare molto calore. Motivo per il quale, nonostante, come già anticipato, il "pianeta palla di neve" sia molto simile alla Terra per dimensioni ed orbita, è certamente un luogo freddissimo e ghiacciato. Ad ogni modo per individuare OGLE-2016-BLG-1195Lb, (troppo piccolo e lontano per essere visto con i metodi "tradizionali"), i ricercatori della NASA hanno utilizzato una speciale tecnica detta di microlenti gravitazionali. Per farla breve si tratta di una tecnica che sfrutta la possibilità di riconoscere la presenza di oggetti "scuri" usando la luce di stelle luminose che si trovano sullo sfondo: quando l'oggetto scuro passa di fronte alla stella sullo sfondo la gravità distorce la luce in arrivo dall'oggetto più lontano che appare così più luminoso; insomma un effetto molto simile a quello di una lente di ingrandimento e previsto già da Albert Einstein nella sua Teoria della relatività. Comunque sia al riguardo lo stesso Yossi Shvartzvald ha concluso affermato: "È il pianeta con la massa più piccola ad essere mai stato trovato con le microlenti".

Di seguito un'immagine che riassume la tecnica in questione:
http://cdn.sci-news.com/images/enlarge3/image_4818_2e-OGLE-2016-BLG-1195Lb.jpg



sabato 29 aprile 2017

JUDAS PRIEST: Il nuovo album è quasi pronto; parola di Rob Halford.


Lo scorso Febbraio in un'intervista Rob Halford, frontman dei Judas Priest, aveva aggiornato i fan sull'andamento dei lavori per il nuovo album della band, puntualizzando che non avevano alcuna fretta di farlo uscire. Difatti al riguardo le sue parole erano state: "Tutto sta andando alla grande, siamo davvero emozionati di poter lavorare a del nuovo materiale. Come sapete, quando siamo in giro a suonare non lo facciamo solo per vedere i nostri meravigliosi fan, ma anche per mostrare cosa stiamo facendo. Ed è quello che sta succedendo adesso: stiamo lavorando duramente e tutto sta venendo fuori davvero bene. Però non abbiamo nessuna fretta. Non c'è fretta, stiamo davvero bene, siamo felici e sicuri di noi, siamo molto emozionati. Stiamo lavorando con l'etichetta e con i promoter e dietro le quinte stanno accadendo molte cose. Quando faremo qualcosa, vogliamo che sia ben programmato, vogliamo essere certi che tutti ne saranno felici. Per cui, man mano che le cose prendono forma, vi faremo sapere". Ed a quanto pare così, stando alle sue ultime dichiarazioni, i Judas Priest sarebbero a buon punto per le registrazioni del loro nuovo studio album. Difatti in tal proposito Rob Halford in una recente intervista concessa ai microfoni di Planet Rock ha, infine, aggiornato i fan sul come stanno andando le cose durante il processo di incisione dei nuovi brani, dichiarando: "Beh, stiamo ancora registrando. Non posso dire che siamo alla fine di tutto il processo, ma sentiamo che stiamo arrivando alle fasi conclusive. È grandioso vedere come nasce un nuovo disco, dai primissimi giorni, quando eravamo solo io, Glenn e Richie seduti in studio con solo un paio di chitarre a buttare giù le prime idee. Inizi il giorno e non hai niente, e poi alla fine della giornata, potenzialmente, ci sarà un altro grande classico dei Priest che vivrà per sempre. Adesso ci stiamo preparando anche per un altro grande tour mondiale, iniziamo a progettare i palchi, le luci e tutto il resto. Penso che per noi sarà un 2018 molto interessante".


venerdì 28 aprile 2017

Scoperto che il "DNA spazzatura" potrebbe aiutare a rigenerare le cellule nervose del cervello.


A quanto pare è possibile rigenerare le cellule nervose del cervello grazie alla "spazzatura" del DNA, o per meglio dire grazie alle sequenze di genoma che non vengono utilizzate e sono prive di funzione, (dette, appunto, "DNA spazzatura"), ed alle cellule staminali. In pratica si tratta del risultato pubblicato in questi giorni sulla rivista Stem Cell Reports, ottenuto da alcuni ricercatori dell'Istituto Italiano di Tecnologia, (noto anche con la sigla IIT), guidato da Davide De Pietri Tonelli, e che potrebbe aprire nuove strade al trattamento di malattie neurodegenerative come l'Alzheimer ed il Parkinson e dei pazienti colpiti da ictus. In sostanza, come risaputo, nel cervello umano esistono delle particolari aree, (dette nicchie neurogeniche), dove i neuroni sono continuamente generati dalle cellule staminali ancora indifferenziate e che potenzialmente possono trasformarsi in qualsiasi tipo di cellula. Tuttavia quando il processo di produzione dei nuovi neuroni viene danneggiato, si può avere una perdita delle facoltà cognitive, depressione ed una maggior probabilità di sviluppare, appunto, malattie neurodegenerative. Tra l'altro in queste aree del cervello le cellule staminali vengono guidate a trasformarsi in nuove cellule nervose da meccanismi che non sono ancora chiari; o almeno così era finora in quanto, come già anticipato, i ricercatori italiani sono riusciti a decifrare il codice genetico che guida a trasformazione delle cellule staminali in cellule nervose, studiando proprio il "DNA spazzatura" ed identificando 11 molecole alla base di questo processo. Al riguardo lo stesso Davide De Pietri Tonelli ha spiegato: "Il 98% del nostro codice genetico è caratterizzato da sequenze che fino a poco tempo fa erano considerati spazzatura. Negli ultimi anni si è scoperto invece che circa il 70% di questi tratti "spazzatura" in realtà è fondamentale per regolare virtualmente tutti i processi biologici e possono essere utilizzati in diversi campi terapeutici. Ne abbiamo identificate 11 in grado di indirizzare le cellule staminali verso la trasformazione in nuove cellule nervose". Comunque sia, come già spiegato, adesso con questo nuovo approccio si potrebbe, infine, arrivare a sostituire i neuroni danneggiati da malattie o traumi con cellule nervose sane, grazie all'impianto di nuovi neuroni.


giovedì 27 aprile 2017

In futuro le batterie potrebbero auto-ricaricarsi.


Si sa, uno dei principali problemi di chi possiede smartphone e tablet è senza ombra di dubbio legato alla durata della batteria: come noto, i dispositivi mobili consumano molta energia costringendo le persone a ricaricare i dispositivi almeno una volta al giorno. Ma a quanto pare in un futuro non troppo prossimo la situazione potrebbe cambiare grazie ad un progetto nato dagli scienziati della McGill University, in collaborazione con l'Istituto di ricerca Hydro-Québec, che da mesi sono al lavoro su una batteria in grado di auto-ricaricarsi grazie alla luce. In pratica il progetto, guidato da George P. Demopoulos, Andrea Paolella e Karim Zaghib, sfrutta la luce solare per generare ed immagazzinare energia, offrendo una batteria in grado di auto-ricaricarsi in modo passivo e continuo. In sostanza i primi test sono stati pubblicati di recente all'interno della rivista scientifica Nature Communications e mostrano come, sfruttando un catodo standard, (ovvero lo stesso già presente nelle batterie agli ioni di litio utilizzate per gli smartphone attualmente in commercio), sia stato possibile renderlo sensibile alla luce tramite l'integrazione di molecole di materiale in grado di catturarla: in questo modo si potrà sfruttare la luce del Sole per ricaricare la batteria, senza la necessità di ricorrere a prese elettriche. Ad ogni modo questo innovativo progetto, finanziato dal Natural Sciences and Engineering Research Council of Canada, (noto anche con la sigla NSERC), con una somma pari a 564.000 dollari, rappresenta la prima batteria solare ibrida completamente auto-sufficiente: un brevetto che potrebbe presto venir utilizzato per migliorare l'autonomia degli smartphone, eliminando, appunto, uno dei problemi più comuni a tutti gli utenti. Tuttavia, come spiegato nella suddetta pubblicazione, lo sviluppo di questa tecnologia potrebbe richiedere ancora diversi anni di studi, necessari al perfezionamento del sistema. Perciò non rimane che attendere nuovi aggiornamenti dal team di scienziati per scoprire, infine, se e quando sarà possibile iniziare ad utilizzare questa nuova batteria in grado di auto-ricaricarsi.


mercoledì 26 aprile 2017

Spotify starebbe pensando allo sviluppo di uno smartwatch e/o di un speaker "intelligente".


A quanto pare Spotify, il noto servizio di streaming musicale, avrebbe intensione di sviluppare un nuovo dispositivo per consentire agli utenti iscritti al servizio di streaming musicale di ascoltare la musica in mobilità; o almeno questo è quanto si può intuire da 2 inserzioni di lavoro pubblicate online in questi giorni dallo stesso colosso svedese i quali mettono in evidenza la volontà di trovare un "Sr Product Manager-Hardware" ed un "Product Manager – Voice". In pratica si tratta di 2 posizioni di lavoro che fanno presupporre la volontà di creare uno smartwatch con supporto ai comandi vocali oppure, in alternativa, un altoparlante "intelligente" in grado di competere con Amazon Echo e Google Home; anche se non è da escludere la realizzazione di entrambi o di un qualsiasi altro dispositivo wearable. In pratica nonostante ad oggi è possibile ascoltare la musica con Spotify su qualsiasi dispositivo tramite le apposite applicazioni per smartphone, tablet e Pc, il gruppo specializzato in musica in streaming sembra essere pronto a sviluppare un device proprietario, rafforzando la sua leadership all'interno del mercato dello streaming musicale, che risulta essere sempre più competitivo. Non a caso di recente ai servizi già noti, (tra cui Apple Music, Google Play Music, Deezer, TIDAL, Pandora e lo stesso Spotify), si è aggiunto anche Xstream, ovvero una nuova piattaforma disegnata da Neil Young per il suo PonoPlayer e che baserà la sua offerta sulla qualità della riproduzione. Comunque sia, in attesa di saperne di più in merito i progetti futuri dell'azienda svedese, andrebbe ricordato che recentemente il team di Spotify ha, infine, deciso di lanciare anche in Italia "Spotify Premium for Students", ossia l'offerta che consente a tutti gli studenti universitari di abbonarsi alla piattaforma con uno sconto del 50%, e quindi pagando soli 4,99 euro mensili per ascoltare gli oltre 30 milioni di brani senza interruzioni pubblicitarie e con una codifica dei file di maggiore qualità rispetto alla versione Free.


martedì 25 aprile 2017

Una cometa colpì e devastò la Terra 13.000 anni fa: La conferma nella "Stele dell'Avvoltoio".


A quanto pare 13.000 anni fa i frammenti di una cometa colpirono la Terra causando un vero e proprio cataclisma che provocò la perdita di molte vite umane, determinò la scomparsa di grandi specie animali e diede inizio ad una mini era glaciale lunga più di un millennio. O almeno questo è quanto hanno spiegato alcuni ricercatori dell'Università di Edimburgo, tramite uno studio pubblicato sulla rivista Mediterranean Archaeology and Archaeometry, ed il quale ha preso in esame le incisioni dell'antica "Stele dell'Avvoltoio", un manufatto scoperto nel Sud della Turchia, (per la precisione nel sito archeologico di Göbekli Tepe), che probabilmente era proprio un antichissimo osservatorio astronomico per lo studio di comete e meteore. In pratica gli studiosi, coordinati dal professor Martin B. Sweatman, sono rimasti colpiti dai bassorilievi, (molti dei quali a forma di animale), presenti sulla stele in questione e su quelle vicine, ed hanno ipotizzando che si tratti di simboli astronomici puntati verso specifiche costellazioni e legati ad un cataclisma. Difatti utilizzando Stellarium, (vale a dire un software speciale di simulazione computerizzata molto apprezzato dagli astrofili), il team di ricercatori ha scoperto che la posizione di queste costellazioni ricalca esattamente quella delle stelle che illuminavano la volta celeste, appunto, circa 13.000 anni fa, (per l'esattezza 12.950, nel 10.950 a.C). In sostanza si tratta di un dato alquanto significativo poiché proprio quel periodo, (alla fine del Pleistocene), è noto per una serie di importanti cambiamenti geologici, tra cui un disastro naturale di grandi proporzioni "registrato" nei ghiacci della Groenlandia, probabilmente provocato, appunto, da una pioggia di meteoriti causata dalla rottura di una cometa gigante all'interno del Sistema Solare. Ad ogni modo a suffragio della teoria del cataclisma vi è proprio l'interpretazione dei simboli del sito di Göbekli Tepe: un uomo senza testa presente sulla stele starebbe a rappresentare la perdita di molte vite umane, mentre altri bassorilievi indicherebbero proprio la caduta degli oggetti celesti. Insomma, la Stele dell'Avvoltoio potrebbe essere intesa dunque come una sorta di "libro di storia ante litteram", in cui vennero riportati gli effetti catastrofici dell'impatto. Inoltre per millenni queste incisioni vennero conservate con cura e tenute in grande considerazione dagli abitanti della regione: anche questo potrebbe indicare che narravano qualcosa di molto importante di cui non si voleva perdere memoria. Ma non è tutto, altri simboli scolpiti sulla pietra sembrano indicare che in quell'epoca remota si registrò anche un cambiamento dell'inclinazione dell'asse di rotazione della Terra e che Göbekli Tepe era un osservatorio per comete e meteore. Difatti, come già anticipato, l'impatto, secondo gli studiosi, fu così drammatico che modificò l'asse di rotazione terrestre innescando un'era glaciale di un migliaio di anni, (ovvero il cosiddetto "Dryas recente" o "Grande Congelamento"), che fu caratterizzato da un brusco crollo delle temperature. Quest'ultimo avrebbe catalizzato l'estinzione di diverse specie come quella dei mammut e forse anche quella delle popolazioni del Nord America legate alla Cultura Clovis. In sostanza le prove scientifiche del disastro di origine astronomica sarebbe, infine, un aumento di iridio, (un composto raro sulla Terra, ma abbondante negli asteroidi e nelle comete), individuato in un carotaggio effettuato proprio in Groenlandia, con un picco relativo proprio nel periodo oggetto di studio.


lunedì 24 aprile 2017

µTorrent verrà integrato direttamente nei browser.


Nel mondo del peer-to-peer, (noto anche con la sigla P2P), esistono molteplici applicazioni, ma sicuramente µTorrent è quella più utilizzata in assoluto con circa 150 milioni di utenti attivi al mese. Tuttavia nonostante la sua popolarità, il client desktop non ha ricevuto molte novità negli ultimi anni, (infatti l'ultimo importante aggiornamento risale a ben 5 anni fa con la versione 3.0); anche se di recente Bram Cohen, (fondatore di BitTorrent Inc. e creatore dell'omonimo protocollo), ha promesso l'arrivo di interessanti novità per il software e la stessa azienda. In pratica, come noto, l'applicazione viene attualmente offerta in 3 versioni diverse: µTorrent, (la versione base), µTorrent Ad-free, (la cui unica differenza è, come dice lo stesso nome, l'assenza di pubblicità previo pagamento di un abbonamento di 4,95 dollari/anno), ed µTorrent Pro, (la versione più completa che comprende l'assenza di pubblicità, la protezione antivirus, l'assistenza, la conversione dei file e lo streaming istantaneo grazie ad un abbonamento di 19,95 dollari/anno). Inoltre in origine, insieme al software desktop, veniva installata una toolbar per browser, mentre adesso è presente l'advertising in-client, principale fonte di profitto per BitTorrent. Naturalmente, come ha spiegato il fondatore, la pubblicità sarà ancora presente nelle prossime versioni gratuite, ma ci sarà un importante cambiamento: invece dell'applicazione stand-alone, µTorrent verrà integrato direttamente nei browser; il che consentirà di aggiornare l'interfaccia e di offrire lo streaming diretto dei file. Tra l'altro è molto probabile anche l'aggiunta di alcune tecnologie presenti in Maelstrom, ovvero il browser che BitTorrent aveva iniziato a sviluppare, ma che non ha avuto un futuro. Al riguardo lo stesso Bram Cohen ha affermato: "Gli utenti vogliono vedere i torrent nel browser, evitando l'avvio di un'applicazione separata". Comunque sia l'inventore del suddetto protocollo P2P ha, infine, fatto sapere che questa versione di µTorrent "browser-based" verrà distribuita gradualmente: prima del rollout globale, l'azienda vorrebbe comprensibilmente valutare i feedback degli utenti sulla nuova esperienza d'uso.


domenica 23 aprile 2017

GHOST: "La band è sempre stata un progetto solista"; parola di Papa Emeritus.


Lo scorso 28 Marzo, qualche giorno prima che alcuni ex-membri dei Ghost facessero causa contro di lui, Tobias Forge, (a.k.a Papa Emeritus), aveva rilasciato una lunga intervista alla radio e webzine francese Radio Metal, nella quale ed aveva precisato la vera natura della sua creatura musicale: non si tratta di una band in tutto e per tutto ma di un "one man project" con svariati musicisti turnisti che si sono avvicendati nel corso degli ultimi 7 anni. Infatti in merito alla decisione del chitarrista Martin Persner di "smascherarsi", rivelando la propria identità dopo essere uscito dai Ghost, il frontman aveva dichiarato: "Me l'aspettavo, più o meno, quindi non è stato un grosso shock. Non c'è molto da dire, è coerente con ciò che mi aspettavo. La sua scelta toglie, ovviamente, un po' del mistero che c'era attorno a lui, ma va bene, è ok".  Tra l'altro, come già anticipato, Tobias Forge aveva spiegato che di fatto i Nameless Ghouls non hanno mai avuto alcun obbligo contrattuale di non rivelare la propria identità, né durante la loro permanenza nei Ghost, né dopo che questa si fosse eventualmente interrotta. Difatti al riguardo le sue parole erano state: "Penso che sia stato un errore non fare pressione su di loro per questo. Diciamo che non c'era una vera e propria clausola nel contratto in merito, perché pensavo che fosse parte dell'accordo. Ma non è stato così. Quindi non c'era alcun divieto di nascondersi o rivelare la propria identità". Inoltre a proposito della decisione di cambiare l'intera lineup dei Ghost a fine 2016, aveva dichiarato: "Non posso raccontarti tutta la storia, ma senza scendere nel dettaglio, è sempre stato un fatto che i Ghost non si sono mai costituiti come band e che la loro prima lineup si è formata dopo che il primo album era già stato registrato. Ed era solo una lineup live. Questa lineup è cambiata diverse volte. Se ci hai seguiti da quando abbiamo iniziato a suonare del vivo, nell'Ottobre del 2010, avrai notato che ci sono stati molti cambiamenti nel corso degli anni. Ed, ad esempio, nessuna delle persone che era in formazione a Novembre dell'anno scorso aveva suonato per Opus Eponymous". E successivamente Papa Emeritus aveva proseguito affermando: "Non siamo mai nati come band; siamo sempre stati una band alla Bathory, dove i musicisti che suonano dal vivo non erano necessariamente gli stessi che suonavano durante le registrazioni degli album. Ad esempio, su "Opus" e "Meliora" c'è stato un batterista che non ha mai suonato dal vivo. Quindi da parte mia è sempre stato così… quello che alcuni fan pensano non è la verità". Per di più il cantante aveva spiegato come l'anonimato abbia reso più facile, in un certo senso, le varie modifiche di lineup; anche se i fan più appassionati erano sempre abbastanza rapidi a comprendere quando avveniva una modifica dei membri. Infatti in tal proposito Tobias Forge aveva, infine, spiegato: "I costumi, le maschere e tutto il resto sono anche stati una sorta di maledizione della band per tutti questi anni, perché è questa la cosa che confonde la gente. È difficile essere quella band che non fa le cose che le altre band fanno. È una benedizione ed una maledizione".


sabato 22 aprile 2017

Filmsenzalimiti.it: Condannato ad 8 mesi di reclusione l'amministratore del sito.


In questi giorni Tribunale di Viterbo ha emesso una condanna di 8 mesi di reclusione ed una multa di 1.720 euro all'amministratore del portale pirata filmsenzalimiti.it. In pratica, secondo quanto riportato nella dalla Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali, (nota anche sigla FAPAV), il portale in questione, sequestrato dalla Guardia di Finanza di Arezzo nel 2013, (ed attualmente tornato online grazie a dei cloni), risultava essere il sito più frequentato in Italia per la fruizione illecita di film e serie Tv in streaming, (anche in prima visione), con un catalogo complessivo di oltre 3.000 titoli; motivo per il quale il gestore del portale è stato accusato di aver violato l'art. 171-ter, n. 2 lett. a-bis della legge 633/1941, che tutela il diritto d'autore. Inoltre il giudice ha condannato il proprietario di filmsenzalimiti.it a risarcire alla FAPAV il danno subìto che verrà stabilito in sede civile, oltre alle spese legali che sono superiori ai 2.000 euro. Comunque sia in merito all'intera faccenda Federico Bagnoli Rossi, segretario generale della FAPAV, ha, infine, spiegato: "Si tratta di una delle condanne più significative mai ottenute in Italia nei confronti di chi distribuisce illecitamente contenuti audiovisivi sul Web. Questa sentenza, nella sua chiarezza, non lascia spazio ad interpretazioni e ribadisce nuovamente in maniera inequivocabile la gravità della pirateria audiovisiva quale reato penale. In un periodo in cui si è molto parlato erroneamente della presunta liceità dei siti pirata, la recente sentenza nei confronti di filmsenzalimiti.it conferma l'assoluta centralità dell'approccio "follow the money" per il contrasto delle attività criminali su Internet, sottolineando l'ingente danno economico che la pirateria causa all'industria audiovisiva".


venerdì 21 aprile 2017

Scoperto da dove nascono i sogni.


Come risaputo, la "materia" di cui sono fatti i sogni si trova in una zona del cervello poco esplorata e quando in passato alcuni esperimenti avevano, quasi per caso, provato a stimolarla, i volontari si erano descritti come "in un mondo parallelo", "disconnessi dalla realtà" o "in un fumetto". Tuttavia di recente, cercando di capire cosa vuol dire esattamente sognare, un'équipe di scienziati italiani ed americani dell'Ospedale Universitario di Losanna, dell'Università del Wisconsin e della Scuola IMT Alti Studi Lucca si è di nuovo imbattuta in lei: una zona un po' più estesa, ma sempre centrata attorno alla cosiddetta "area del fumetto". In pratica si tratta di un punto piuttosto superficiale, poco sopra alla nuca e che i ricercatori hanno ribattezzato come "posterior cortical hot zone", (o "zona calda corticale posteriore"). Al riguardo Francesca Siclari, fra i coordinatori della suddetta ricerca, pubblicata su Nature Neuroscience, ha spiegato: "È un'area che diventa molto attiva quando iniziamo a sognare. Nella "hot zone", prima che nel resto del cervello, le onde lente che caratterizzano il sonno profondo lasciano spazio a quelle rapide, caratteristiche della veglia. In un primo esperimento abbiamo notato questo fenomeno. Nel secondo invece abbiamo messo alla prova la scoperta: osservando il tracciato dell'elettroencefalogramma, abbiamo cercato di prevedere se i nostri volontari stavano sognando o meno. Poi li abbiamo svegliati. Così facendo siamo riusciti a vedere giusto nell'87% dei casi". In sostanza i test hanno coinvolto 46 partecipanti, i quali hanno accettato di indossare un casco per elettroencefalografia, (nota con la sigla EEG), mentre dormivano: la tecnica non invasiva, (che consiste nel posizionare 256 elettrodi sullo scalpo), ha permesso di monitorare numero ed ampiezza delle onde cerebrali, studiando l'attività elettrica del cervello. Inoltre per amor di scienza i volontari si sono prestati a essere svegliati più volte a notte, quando i monitor rivelavano sequenze interessanti, ed a raccontare se ed a cosa stessero sognando in quel momento: complessivamente, ci sono stati oltre 1.000 risvegli. Tra l'altro la correlazione tra sogni ed abbassamento delle onde a bassa frequenza è risultata essere così forte che, solo osservando i tracciati EEG, i ricercatori hanno capito se quella persona stava sognando nel 91% dei casi. Ma non solo; questa sorta di "firma" ha permesso di capire quanto effettivamente si sogna: dai test effettuati su 7 volontari, (che in precedenza erano state addestrati a ricordare l'ultima immagine vissuta prima del suono della sveglia, scrivendola o dettandola al registratore del telefonino), monitorati per 5-10 notti è emerso che questa attività occupa il 95% di tutta la fase REM ed il 71% di quella non-REM. Ad ogni modo le strade che si aprono da questa scoperta sono almeno tre: una un po' più fantasiosa, una più prettamente neurologica ed una che confina con la filosofia. Per farla breve la prima ammette che un giorno sarà possibile, forse, osservare un elettroencefalogramma ad alta densità, (ovvero quella che prevede l'applicazione di 256 elettrodi su cranio e viso), e capire cosa una persona sta sognando. In tal proposito la stessa Francesca Siclari ha affermato: "Non avverrà di certo domani, ma sono ottimista. Potremo suddividere i sogni in categorie piuttosto grossolane, sarà difficile definire la trama precisa, ma credo che siamo sulla buona strada". Difatti, come già anticipato, il passaggio dalle onde lente a quelle rapide ha origine nella "hot zone", ma coinvolge anche le zone corticali legate alla vista, (in un sogno pieno di immagini), al linguaggio, (in caso di conversazioni oniriche), e così via. Mentre la seconda strada riguarda la neurologia, e comprende un problema che restava irrisolto da decenni: inizialmente si credeva che i sogni avvenissero solo nella fase REM, poi però si è osservato con sorpresa che esiste anche un'attività onirica nella fase non-REM. Al riguardo la ricercatrice italiana ha proseguito dichiarando: "Ci si è subito chiesti il perché. Si tratta di due fasi in cui l'attività del cervello è completamente diversa. Come è possibile che il sogno si sviluppi in entrambe? La nostra risposta è che il meccanismo è indipendente dal sonno REM o non-REM, proprio perché il sogno ha una sua sorgente autonoma: la "hot zone"". Per di più un altro punto importante della ricerca riguarda il modo in cui il cervello si comporta durante il sogno: tanto nella fase REM, quanto in quella non-REM, è stato osservato un aumento di onde cerebrali ad alta frequenza nelle aree normalmente attive durante la veglia, come se quella persona stesse davvero vedendo facce, o orientandosi in un labirinto, e non solo sognando di farlo. In tal proposito la stessa Francesca Siclari ha affermato: "Ciò rappresenta la prova che il sogno è, per il cervello, un'esperienza reale e non solo qualcosa che inventiamo al momento del risveglio, come proposto in precedenza da alcuni ricercatori". Comunque sia i ricercatori hanno provato anche a rispondere alla questione più sfuggente di tutte: quella che riguarda la coscienza, (ovvero il tema da cui era nata la curiosità dei neuroscienziati). Infatti la capacità del cervello di avere esperienze resta sempre attiva durante la veglia, ma si dissolve con il sonno, il quale, da questo punto di vista, viene definito come un "terzo stato" dai caratteri indistinti. In pratica, secondo i ricercatori, il fatto che l'esperienza onirica abbia una base neurologica osservabile rafforza la teoria secondo cui anche i sogni possono essere definiti "esperienze in cui la coscienza è attiva". Quindi, se l'attività della "hot zone" è una spia della capacità del cervello di vivere esperienze nonostante sonno ed immobilità, lo studio pubblicato su Nature Neuroscience potrebbe avere anche applicazioni più prettamente mediche; non a caso in tal proposito la suddetta ricercatrice italiana ha, infine, concluso spiegando: "La nostra ricerca può portare a nuovi marker per valutare lo stato di coscienza nei casi di coma o durante un'anestesia".


giovedì 20 aprile 2017

Scoperto che i tatuaggi possono causare problemi di termoregolazione ed ipertermia.


Si sa, i tatuaggi stanno diventando sempre più popolari e, secondo recenti stime, quasi 3 adulti su 10 ne possiede almeno uno, con le percentuali maggiori fra i cosiddetti "Millennials", (circa il 47%), ed i cosiddetti "Gen Xers", (intorno al 36%), ed un aumento generalizzato del 50% negli ultimi 4 anni. Motivo per il quale gli scienziati di tutto il mondo hanno espresso sempre più, (ed esprimono tuttora), la volontà di studiare più da vicino il fenomeno tattoo ed i risultati delle loro ricerche hanno sollevato, (e sollevano ancora), parecchi dubbi e qualche preoccupazione. In pratica l'ultimo esempio in ordine cronologico è uno studio condotto da alcuni ricercatori dell'Alma College e nel quale si è scoperto che i tatuaggi possono alterare il modo in cui la pelle suda, aumentando così i problemi di termoregolazione ed i rischi di possibili episodi di ipertermia. In sostanza, analizzando i campioni di sudore di 10 adulti in salute, i ricercatori americani hanno notato che la zona di pelle ricoperta dall'inchiostro, (per l'esperimento si è scelta un'area circolare di almeno 5,2 cm), espelleva circa il 50% di sudore in meno rispetto alla parte priva di tatuaggi. Al riguardo Maurie Luetkemeier, coautore della ricerca in questione, ha spiegato: "Dall'esame dei campioni di sudore è anche emerso che quelli rilasciati dalla pelle tatuata avevano una maggior concentrazione di sodio rispetto a quelli presi dalla pelle libera da inchiostro. Generalmente, quando le ghiandole sudoripare producono il sudore, la pelle tende a riassorbire il sodio e gli altri elettroliti, ma nel corso dell'esperimento ci siamo accorti che in presenza di un tatuaggio tale riassorbimento veniva parzialmente bloccato; anche se non siamo ancora sicuri se ciò dipenda dall'inchiostro, dal trauma dell'incisione o da una combinazione di entrambi i fattori". Naturalmente non è necessario sottolineare che in presenza di un singolo tatuaggio, (o anche di pochi), non sia il caso di allarmarsi, ma se l'aree coperte da inchiostro fossero piuttosto estese, (e sopratutto concentrate su schiena, braccia o altre zone ricche di ghiandole sudorifere), i tatuaggi potrebbero interferire con la normale capacità della pelle di raffreddare il corpo e di trattenere alcuni nutrienti fondamentali, il che, come già anticipato, potrebbe dare origine a problemi di termoregolazione, i quali a loro volta potrebbero provocare improvvisi e potenzialmente pericolosi colpi di calore. In tal proposito Antonino Di Pietro, direttore scientifico dell'Istituto Dermoclinico Vita Cutis, ha, infine, commentato tale studio dichiarando: "Credo che questo studio vada considerato con attenzione poiché la pelle tatuata cambia sicuramente le proprie caratteristiche e va incontro a modifiche che non possono banalmente fermarsi ad una differenza di colore superficiale. Infatti sia il trauma di un ago che, arrivando nel derma medio profondo, crea migliaia di microcicatrici in pochi centimetri quadrati, sia i granuli di pigmento, i quali sono corpi estranei che resteranno per sempre tra le cellule cutanee, alterano la struttura cutanea, mettendo a rischio l'equilibrio e la normale vita delle cellule e delle ghiandole della pelle. Tuttavia credo che il numero assai esiguo di casi studiati sia insufficiente per lanciare un allarme davvero serio, ma può comunque essere lo spunto per indagini più estese. Paradossalmente, visto che tatuarsi blocca la sudorazione, qualcuno potrebbe considerarla una pratica utile a risolvere, ad esempio, il problema dell'eccessiva sudorazione ascellare, ma ovviamente mi auguro che a nessuno venga in mente di tatuarsi per non sudare".


mercoledì 19 aprile 2017

Instagram: In arrivo la modalità offline.


Come noto, gli iscritti ad Instagram sono in continua crescita perciò è chiaro che risulta necessario che l'applicazione possa disporre di una qualche sorta di accorgimento per garantire il suo funzionamento anche dove la connettività sia molto scarsa o assente. Motivo per il quale in occasione dell'annuale conferenza F8 di Facebook, i responsabili del "Social Network delle foto" hanno deciso di annunciare una soluzione, (già in fase di distribuzione), che permetterà di accedere alle funzionalità dell'applicazione anche quando si è offline. Al riguardo gli ingegneri di Instagram ha spiegato che gli utenti potranno visualizzare senza nessuna connessione ad Internet tutti i contenuti precedentemente caricati all'interno dell'applicazione. Inoltre, come già avviene da tempo per l'applicazione di Facebook, gli utenti potranno lasciare commenti, salvare foto ed effettuare le altre azioni disponibili, le quali saranno rese effettive una volta che l'applicazione tornerà online. Insomma, si tratta di una novità che potrebbe consentire la crescita dell'utenza di Instagram, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo dove ad oggi risulta essere poco utilizzato proprio a causa della scarsità di connettività mobile presente. Ad ogni modo anche se, come già anticipato, la modalità offline del "Social Network delle foto" è già in fase di distribuzione, attualmente ciò è valido solo per gli utenti Android; in futuro sarà estesa anche agli utenti iOS. In sostanza, secondo molti, la scelta di Instagram di iniziare ad offrire il supporto offline attualmente solo su dispositivi Android sarebbe da ricercarsi nel fatto che la piattaforma mobile di casa Google è quella più diffusa, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo dove la connettività è più scarsa. Comunque sia, si tratta in definitiva di un passo in avanti per rendere Instagram realmente disponibile agli utenti di tutto il mondo, nella speranza, infine, di poter espandere ulteriormente la community, che ad oggi ha superato quota 600 milioni di utenti attivi, (200 milioni dei quali all'interno delle Stories).


VolantinoFacile presenta l'infografica "Com'è cambiata la spesa degli italiani dagli anni '50 a oggi".


Se si dovesse scrivere un racconto sulla storia della spesa in Italia molto probabilmente si dovrebbe partire dalle care vecchie drogherie; ed è proprio quello che ha deciso di fare il sito VolantinoFacile con la realizzazione di un'infografica intitolata "Com'è cambiata la spesa degli italiani dagli anni '50 ad oggi". In pratica, come facilmente intuibile, si tratta di un'infografica che descrive i cambiamenti avvenuti nel modo di fare la spesa negli ultimi 70 anni, evidenziando i momenti salienti e fornendo uno spaccato della storia del Paese: ad esempio, si può notare che se negli anni '50 si spendevano in media 2.051 lire, (equivalenti a circa 38,5 euro), oggi la spesa media degli italiani è di 33 euro. In sostanza, come già anticipato, tutto comincia con le drogherie, all'inizio degli anni '50: non esistevano i supermercati, (il primo verrà aperto nel 1957 a Milano), e la spesa tipica era composta principalmente da latte, pane, pasta fresca, legumi, verdure, formaggio e carne. Tuttavia il primo vero cambiamento nel modo di fare la spesa coincide con una innovazione epocale: la nascita del Carosello, (sempre nel 1957), vale a dire la prima forma di pubblicità televisiva. Inoltre gli anni '60 ed i '70 hanno rappresentato un periodo di grandi novità: aumentarono i luoghi dove fare la spesa, con la nascita dei primi Discount, (i quali vivranno un vero boom a partire dagli anni '90), e dei Grandi Magazzini, con i quali arrivarono nuovi prodotti da acquistare, come le merendine snack, che fecero la loro prima comparsa nel 1970. Invece a partire dal 1971, (oltre ai primi Fast Food e della Nouvelle Cuisine), arrivò la svolta anche nelle modalità di conservazione del cibo, con il debutto dei primi frigi congelatori. Ad ogni modo gli anni '80 rappresentarono un momento importante nel modo di fare la spesa degli italiani: oltre all'arrivo dei primi forni microonde, si sviluppò la Grande Distribuzione Organizzata, (nota anche con la sigla GDO), ed, a partire dal 1984, si assistette all'esplosione dei volantini pubblicitari ed alla diffusione delle prime insalate già pronte. Tra l'altro gli anni '90 e primi anni 2000 imposero un'ulteriore accelerazione e sono le novità che si affiancarono alle forme di commercio tradizionale furono tante: la prima metà degli anni '90 vide la comparsa dei primi motori di ricerca, mentre verso la fine del decennio si sviluppano i primi Social Network; il che rese possibile utilizzare internet per scoprire nuovi prodotti, confrontare quelli che già si conoscevano e trovare le offerte migliori. Tuttavia ciò comportò la fine, (o quasi), del legame storico tra acquisto e punto vendita: con la nascita dei primi siti di e-commerce, è diventato, infatti, possibile acquistare ciò di cui si ha bisogno direttamente online. Comunque sia, sempre stando alla suddetta infografica, il primo decennio del nuovo secolo si è chiuso con la crescita, (qualitativa e quantitativa), dei food blog e con il boom delle applicazioni di comparazione delle offerte; mentre l'attualità risulta, infine, legata alla spesa interattiva, con la possibilità di riempire il carrello virtuale di prodotti reali soltanto con un click, (o con un tocco sullo smartphone).

Di seguito l'infografica in questione:
http://www.volantinofacile.it/vf/img/infografica/infografica-spesa.jpg
In collaborazione con BizUp e VolantinoFacile.



martedì 18 aprile 2017

Fear the Walking Dead: Ordinata in anticipo la 4ª stagione.


Nonostante la 3ª stagione farà il suo debutto il prossimo 4 Giugno, in questi giorni l'AMC ha già deciso di rinnovare Fear the Walking Dead, (noto spin-off del ben più celebre The Walking Dead, appena arrivato alla fine della sua 7ª stagione e già rinnovato per l', con la promozione a regular di Steven Ogg, Katelyn Nacon e Pollyanna McIntosh), per una 4ª stagione nella quale però, (come era già stato anticipato), Dave Erickson non sarà più lo showrunner. Difatti il network americano ha annunciato che a sostituirlo saranno Andrew Chambliss ed Ian Goldberg, (entrambi produttori di Once Upon a Time), i quali hanno dichiarato: "Siamo entusiasti di entrare a far parte del mondo di Fear the Walking Dead. Non vediamo l'ora di collaborare con il team AMC. Amiamo questo universo, e siamo onorati di poter contribuire alla sua costruzione". Inoltre ad unirsi al team per questa 4ª stagione ci sarà anche Scott Gimple, già showrunner e produttore esecutivo di The Walking Dead, il quale però interverrà solo in qualità di produttore. Al riguardo Joel Stillerman, presidente dei prodotti televisivi originali AMC, ha dichiarato: "Siamo molto entusiasti di andate avanti con Fear the Walking Dead e davvero ansiosi di lavorare con il team di talento formato da Andrew Chambliss, Ian Goldberg e Scott Gimple". Ad ogni modo, come già anticipato, Fear the Walking Dead tornerà negli USA Domenica 4 Giugno con una 3ª stagione composta da 16 episodi, ambientata principalmente al confine tra Stati Uniti e Messico, (come si è potuto evincere dal finale della 2ª stagione), e che vedrà l'arrivo di Emma Caulfield, (nota soprattutto per aver interpretato l'ex-demone della vendetta Anya Jenkins in Buffy l'ammazzavampiri), il cui ruolo resta ancora un mistero, e di Daniel Sharman, (conosciuto principalmente per aver vestito i panni del licantropo tormentato Isaac Lahey nella serie Teen Wolf), il quale interpreterà Troy Otto, un giovane uomo con un temperamento selvaggio, carismatico ma con una vena crudele e sospettoso con gli estranei. Comunque sia i nuovi episodi continueranno a raccontare la storia dei protagonisti intenti a cercare di ricostruire la propria famiglia e la società: Nick dovrà comportarsi da leader quando lui e Luciana si ritrovano alle prese con un gruppo dalle caratteristiche militari, (situazione da cui i due fuggono con difficoltà); Ofelia cercherà di sopravvivere da sola, così come Victor; mentre Madison proverà, infine, a mantenere il suo legame con Travis ed Alicia.

Di seguito un nuovo poster rilasciato in questi giorni:
http://cdn3-www.superherohype.com/assets/uploads/gallery/fear-the-walking-dead-season-3_1/fear.jpg



lunedì 17 aprile 2017

AC/DC: Phil Rudd vorrebbe lavorare ancora con Angus Young.


Lo scorso Dicembre, dopo essersi detto pronto a tornare negli AC/DC, (a patto che ciò fosse avvenuto senza la presenza di Axl Rose), Phil Rudd aveva espresso il desiderio di tonare a lavorare con la band australiana spiegando: "Mi piacerebbe moltissimo suonare qualsiasi cosa con Angus, qualsiasi cosa che dimostri che non è ancora finita con gli AC/DC. Ne abbiamo passate tante insieme, abbiamo fatto un sacco di cose insieme, anche un sacco di casini. Ho tantissimi bei ricordi con gli AC/DC ed, anche se alcuni di noi non sono proprio al top della salute fisica, non significa che siamo finiti… non siamo ancora morti". Ed a quanto pare, nonostante la preparazione del tour europeo in supporto al suo lavoro solista, partito lo scorso 31 Marzo da Oslo e che prevede anche 2 date in Italia, (rispettivamente il 5 Maggio presso il Phenomenon di Novara ed il 6 Maggio presso il Legend Club di Ravenna), la voglia del batterista di tornare a lavorare con gli AC/DC non si è "spenta". Difatti durante una recente un'intervista Phil Rudd è tornato a parlare di un futuro in ambito musicale, con parole che lasciano trasparire una voglia di rivalsa e di progetti che sembrano lasciarsi alle spalle le varie denunce ed i processi dell'ultimo periodo. Al riguardo le parole del batterista sono state: "Mi piacerebbe essere coinvolto ancora in qualcosa con Angus, magari nel prossimo album o cose del genere. Ma ho ancora un po' di restrizioni sui viaggi, non so se posso già andare negli Stati Uniti oppure no. I miei avvocati ci stanno lavorando in modo che io possa tornare in America, ma non sono troppo sicuro. Per ora ho un po' di limitazioni su quello che posso fare, ma sto dando il meglio di me per quello che posso fare al momento". Tuttavia Phil Rudd forse non ha fatto i conti con gli ultimi avvenimenti legati alla band australiana, (come, ad esempio, l'uscita di Cliff Williams); anche se fa piacere sentire una volta tanto dei progetti che guardano al futuro in positivo. Inoltre il batterista ha, infine, spiegato quali sono i suoi contatti con i membri storici degli AC/DC allo stato attuale, dichiarando: "Sì, sono in contatto con loro. Mi sento con Brian Johnson, ma parliamo di macchine, poi parlo con Cliff Williams, e parliamo di tutto. Sono solo chiacchiere tra vecchi amici. Ma sono sicuro che Angus abbia un po' di idee nuove. Ha fatto un ottimo lavoro su "Rock Or Bust", è un ottimo album, uno dei migliori che abbiano mai fatto, di sicuro. Brendan O'Brien, che è uno che sa capire i chitarristi, ha fatto un ottimo lavoro di produzione. Angus ha fatto un ottimo lavoro ed anch'io sono molto contento del mio lavoro".


domenica 16 aprile 2017

Rubinite, il nuovo minerale trovato all'interno di alcuni antichissimi meteoriti.

Uno dei meteoriti in cui è stata trovata la Rubinite.

In questi giorni alcuni ricercatori dell'Università del Tōhoku e del California Institute of Technology, (noto anche con il nome Caltech), hanno annunciato di aver scoperto un nuovo minerale chiamato "Rubinite" all'interno dei più antichi meteoriti del Sistema Solare, il quale è stato ufficialmente riconosciuto dall'Associazione Mineralogica Internazionale, (nota anche con la sigla IMA), lo scorso Marzo. In pratica, come capita a volte nella ricerca scientifica, Takashi Yoshizaki e Chi Ma, principali autori della scoperta in questione, sono giunti allo stesso risultato in maniera del tutto separata ed indipendente, mentre studiavano 2 diversi meteoriti nei rispettivi laboratori a migliaia di chilometri di distanza. In sostanza la Rubinite, (chiamata così in onore del cosmochimico americano Alan Rubin), è stato individuato nelle cosiddette condriti carbonacee, ovvero i meteoriti più interessanti dal punto di vista scientifico poiché composti da materiale che si è aggregato 4,5 miliardi di anni fa, nei pressi del Sole durante le sue prime fasi di vita. Inoltre le condriti carbonacee rappresentano soltanto il 3% dei meteoriti noti alla scienza e sono suddivise in 8 distinte categorie, le cui differenze dipendono verosimilmente dalle differenti temperature in cui si formarono. Tra l'altro tutte derivano dall'aggregazione di polveri in un ambiente ricco di ossigeno, ma soltanto alcune presentano tracce di acqua, le cui concentrazioni variano dal 3% al 22%. Ma non è tutto: la caratteristica peculiare delle condriti carbonacee sono le inclusioni CAIS, (abbreviazione di Calcium-aluminum-rich inclusions), ovvero piccole "gemme" dalla matrice rocciosa con una colorazione biancastra e giallognola ed una forma irregolare: hanno un diametro di pochi millimetri, (raramente raggiungono i centimetri), e sono ricche di calcio ed alluminio. Ed è stato proprio all'interno di queste inclusioni che gli studiosi hanno individuato la Rubinite, sotto forma di piccolissimi grani con uno spessore inferiore ai 10 micron. Per di più, come suggerisce la sua formula chimica, (ovvero Ca3Ti3 + 2Si3O12), questo nuovo materiale è particolarmente ricca di titanio. Comunque sia, considerato che i CAIS sono ritenuti tra i primissimi solidi formatisi attorno al Sole primordiale, secondo i ricercatori, studiarli potrebbe, infine, aiutare a comprendere meglio l'origine e la formazione del Sistema Solare.


sabato 15 aprile 2017

Dimostrato che il DNA incide anche sulla capacità di lettura.


A quanto pare la differenza nella capacità di lettura nei bambini è in parte imputabile all'interazione di diverse variazioni genetiche all'interno del loro DNA; o almeno questo è quanto ha fatto sapere un recente studio realizzato da alcuni ricercatori del King's College London, secondo i quali fino al 5% della differenza nell'abilità di lettura sarebbe riconducibile proprio al materiale genetico dell'individuo. In pratica si tratta di una percentuale che potrebbe sembrare piuttosto bassa, ma che in realtà rappresenta un risultato molto più significativo rispetto ad altri parametri studiati come possibili ragioni di tale differenza: ad esempio, essere maschio o femmina incide solamente di un 1% su questa abilità. Ad ogni modo per valutare le capacità di lettura di un bambino è stato ideato un parametro chiamato punteggio poligenico, basato sul numero di variazioni riscontrabili a livello genetico. Inoltre, usando le informazioni ottenute tramite un'indagine genetica chiamata "Studio di associazione genome-wide", (noto anche con la sigla GWAS), i ricercatori inglesi hanno preso in considerazioni soltanto le variazioni direttamente legate allo sviluppo delle capacità di lettura. Mentre come campioni di DNA sono stati utilizzati quelli di oltre 5800 gemelli tra i 7 ed i 14 anni che preso parte del Twins Early Development Study realizzato dallo stesso King's College London. Così facendo i ricercatori hanno calcolato un punteggio preciso legato alle capacità di lettura di bambini e ragazzini ed hanno notato che tra gli studenti che possiedono il miglior punteggio e quelli con un valore più basso esiste una differenza in termini di lettura paragonabile a 2 anni di studio. Tuttavia l'utilità del calcolo di questo parametro potrebbe andare oltre la semplice spiegazione delle differenze nelle abilità tra ragazzini: il punteggio poligenico potrebbe, infatti, essere impiegato per prevedere già durante le prime fase di crescita quali bambini saranno più propensi ad avere problemi con la lettura in futuro. Al riguardo Saskia Selzam, principale autrice dello studio in questione, nonché ricercatrice presso l'Institute of Psychiatry, Psychology and Neuroscience dello stesso college britannico, ha, infine, spiegato: "Il punteggio poligenico ci permette di prevedere il rischio legato al patrimonio genetico a livello individuale. Per esempio, questo parametro potrebbe aiutarci a studiare perché alcuni bambini incontrano difficoltà nella lettura e come rispondono a interventi individuali".


venerdì 14 aprile 2017

Windows 10 potrebbe diventare "multi tab".


A quanto pare in un futuro non troppo lontano Windows 10 potrebbe diventare "multi tab": secondo alcune indiscrezione, Microsoft starebbe, infatti, sperimentando internamente una nuova funzionalità chiamata "Tabbed Shell", la quale introduce la gestione delle finestre in stile tab, (caratteristica dei browser), all'interno di tutte le applicazioni del sistema operativo, File Explorer incluso. Inoltre, da quello che si può capire, Tabbed Shell dovrebbe essere una funzionalità che viene elaborata a livello di sistema operativo e quindi non dovrebbe richiede un lavoro da parte degli sviluppatori per poterla sfruttare all'interno delle singole applicazioni: per impostazione predefinita questa nuova feature funzionerà con qualsiasi finestra delle applicazioni, sia che si tratti di Photoshop, di File Explorer o di Microsoft Word. In pratica, in maniera molto simile a quanto già accade sul browser Edge, gli utenti troveranno, appunto, un'interfaccia "multi tab" nella parte superiore della finestra dell'applicazione; il che significa che sin da subito qualsiasi applicazione può sfruttare la nuova funzionalità senza che l'applicazione in sé debba essere rivista a livello di codice: tutte le applicazioni che dispongono di una titlebar potranno utilizzare Tabbed Shell. Naturalmente, sempre secondo le prime indiscrezioni, Microsoft offrirà delle specifiche API agli sviluppatori che potranno così integrare meglio questa funzione all'interno delle loro applicazioni in modo da avere maggiore controllo sull'esperienza d'uso: ad esempio, un'applicazione non ottimizzata per Tabbed Shell potrebbe presentare una doppia gestione delle finestre, due titoli e due icone, in quanto non perfezionata per questa funzionalità. Tra l'altro, ottimizzando le loro applicazioni, gli sviluppatori potranno armonizzare l'utilizzo di Tabbed Shell, creando un'esperienza personalizzata nella gestione del multi tab, magari con schede colorate e tanto altro ancora. Ad ogni modo l'obiettivo di questa nuova funzione sarebbe quello di uniformare l'esperienza d'uso di Windows 10; anche se per il momento Microsoft la starebbe ancora testando e non è chiaro se arriverà come impostazione predefinita o se si potrà attivare come optional. Come non è nemmeno chiaro quando potrebbe arrivare: alcune fonti parlano di un debutto con l'arrivo di Redstone 3, altre addirittura con l'arrivo di Redstone 4 nel 2018. Comunque sia l'unica cosa certa è che se ne saprà sicuramente di più a seguito del Microsoft Build 2017 del prossimo Maggio, quando l'azienda svelerà tutti i prossimi passi di Windows 10; sempre ammesso che Tabbed Shell sia, infine, destinato a diventare realtà.

Di seguito alcuni concept di come potrebbe essere Tabbed Shell:
http://www.webnews.it/wp-content/uploads/2017/04/windows10-tab.jpg
http://i1-news.softpedia-static.com/images/news2/look-how-easy-it-would-be-for-microsoft-to-bring-tabs-in-windows-10-s-file-explorer-485561-2.jpg



giovedì 13 aprile 2017

Trovate delle "misteriose" tracce di materiale organico nel fondale della Fossa delle Marianne.

Un'immagine del materiale in questione.

In questi giorni un team di ricerca dell'Università di Utrecht ha annunciato la scoperta di "misteriose" tracce biologiche provenienti da una zona al di sotto del fondale della Fossa delle Marianne, (vale a dire la più profonda depressione oceanica che si trova nell'Abisso Challenger a quasi 11.000 metri sotto il livello del mare). In pratica, stando ai risultati delle analisi, condotte dai ricercatori, coordinati dal professor Oliver Plumper, docente di Scienze della Terra presso il suddetto ateneo olandese, pubblicati sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, (nota anche con la sigla PNAS), la firma biologica rilevata sembrerebbe essere quella di microbi che vivono a contatto con i vulcani di fango; anche se ancora non c'è la certezza della sua origine esatta. Difatti tali tracce sono state recuperate in associazione a dei minerali proiettati dalle bocche idrotermali che si trovano, appunto, sotto al fondale della Fossa delle Marianne; si stima che alcuni di questi vulcani di fango si trovino a 20 chilometri di profondità all'interno della crosta terrestre. Al riguardo lo stesso Oliver Plumper ha spiegato: "È un po' come un messaggio in bottiglia. Ed anche se non conosciamo l'origine del materiale organico con assoluta precisione, la nostra analisi chimica suggerisce la presenza della vita all'interno o addirittura al di sotto dei vulcani di fango". In pratica per entrare un po' più nel dettaglio, i campioni analizzati provenivano da una zona conosciuta con il nome di "arco di Izu-Bonin-Mariana", ovvero un punto nel quale convergono le due placche tettoniche che hanno dato origine alla Fossa delle Marianne. Inoltre i minerali recuperati sono venuti fuori grazie al cosiddetto processo di serpentinizzazione, ossia un metamorfismo nel quale, come dice il nome stesso, acqua e calore trasformano rocce a basso contenuto di silice in serpentinite. Comunque sia, secondo gli esperti, la scoperta di tracce di vita in un ambiente così ostile e remoto potrebbe avere un impatto anche nel campo dell'esobiologia, ampliando il ventaglio dei luoghi all'interno ed all'esterno del Sistema Solare nei quali è possibile andare a caccia di materiale biologico, come, ad esempio, quello intercettato recentemente da sul pianeta nano Cerere.