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mercoledì 4 aprile 2012

Ideata una nuova tecnica per dar vita a delle "cellule-soldato" in grado di colpire le leucemie.


Recentemente una nuova rivoluzionaria tecnica di manipolazione genica delle cellule chiave del sistema immunitario di un organismo è stata messa a punto da alcuni ricercatori dell'Ospedale San Raffaele di Milano ed al momento è stata sperimentata per la cura delle leucemie. Ma al di là della cura, il metodo è risultato così importante da lasciar ipotizzare delle applicazioni impensabili nel campo dei tumori e non solo. Per questo motivo il lavoro è stato accettato e pubblicato il 2 Aprile scorso sulla prestigiosa rivista Nature Medicine. In pratica durante lo studio un team di ricercatori multidisciplinare ed internazionale, coordinato da Chiara Bonini, (responsabile dell'unità di Ematologia sperimentale), in collaborazione con Luigi Naldini, (direttore del San Raffaele-Telethon per la terapia genica), è riuscito a trovare un metodo per "rieditare" il DNA di una determinata cellula chiave delle difese immunitarie, vale a dire il linfocita T, in modo da farlo diventare tabula rasa per poi "riprogrammarlo" solo contro il tumore. Riuscendo ad eliminare in un colpo solo diversi problemi che non hanno mai consentito alle difese umane, sia naturali sia geneticamente modificate, di sconfiggere il cancro. Inoltre questa nuova tecnica è stata definita Tcr gene editing e, come già detto inizialmente, al momento è stata studiata per i tumori del sangue, (appunto le leucemie). Tuttavia è stato precisato che il sistema di difesa dell'organismo è predisposto a reagire ad ogni attacco con cellule di tipo diverso. Però il problema riguarda il cancro. Infatti le cellule che risultano malate sono le stesse di quelle sane, e quindi non sono entità estranee. E prorpio per questo motivo c'è una certa riservatezza nell'attrezzarsi per combatterlo in modo radicale, poichè ci sarebbe il rischio di colpire anche ciò che malato non è. Oltretutto le "cellule-soldato" che hanno questo compito si chiamano, appunto, linfociti T. Quest'ultime hanno la capacità di "memorizzare" un nemico, creare una sorta di ancora specifica per poterlo agganciare, e di moltiplicarsi in caso di attacco di quello specifico nemico per fermarlo. Praticamente il punto di aggancio è un determinato antigene, (ovvero un piccolo frammento di una specifica proteina), di riconoscimento presente nel nemico. L'«ancora» si chiama recettore. Per di più ogni linfocita T è specifico, cioè possiede un recettore per un determinato antigene. Ciò significa che nel nostro organismo ci sono tanti linfociti T diversi che riconoscono a loro volta antigeni diversi. Così riescono a difenderci da molteplici malattie, eliminando per esempio, batterivirus. La loro specializzazione deriva dal recettore dei linfociti T, (conosciuto anche con la sigla Tcr), ovvero una molecola presente anche sulla superficie dei linfociti T e composta da due diverse catene legate tra loro. in pratica ogni linfocita esprime un solo tipo di Tcr, diverso da quello degli altri linfociti T presenti nello stesso individuo. E dunque i linfociti che riconoscono antigeni tumorali possono attaccare le diverse cellule tumorali. Purtroppo questi sono molto rari e spesso non bastano ad eliminare il tumore; anche se programmati in laboratorio con la tecnica adottata finora, (vale a dire la Tcr gene transfer), la quale permette di generare rapidamente un numero elevato di appositi linfociti T. Durante l'anzicitata tecnica in essi vengono inseriti geni di un Tcr anti-tumorale preventivamente isolato in laboratorio. Tuttavia questi linfociti "cancro-specifici" prodotti in laboratorio non sono perfetti, infatti, differiscono da quelli naturali poiché presentano due diversi tipi di Tcr: quello presente già prima del trasferimento genico e quello inserito in essi tramite la manipolazione genetica. E dunque la presenza di queste due "ancore" diverse sulla stessa cellula comporta sia problemi di efficacia sia di sicurezza. Infatti il Tcr anti-tumorale deve competere con quello pre-esistente. Da ciò ne risultano dei linfociti meno efficaci rispetto ai rari linfociti anti-tumorali che l'organismo sviluppa naturalmente. Inoltre, poiché il Tcr è formato da due catene, i linfociti manipolati esprimono quattro diverse catene che possono accoppiarsi in modo scorretto formando dei nuovi Tcr imprevedibili. I qualipotrebbero essere in grado anche di danneggiare i tessuti sani del paziente, innescando reazioni di autoimmunità. Comunque, ritornando a palare della nuova tecnica, i ricercatori dell'Ospedale San Raffaele sono riusciti a superare i limiti dell'appena descritta tecnica; in pratica hanno tagliato via, (grazie all'ausilio di una sorta di forbicine genetiche, denominate Zfn), il DNA del Tcr già presente nel linfocita e creato un linfocita del tutto nuovo da "riprogrammare". E quindi in esso hanno poi inserito il DNA del Tcr anti-tumorale e finalmente sono riusciti a produrre un numero elevato di linfociti specifici solo contro il cancro. Ed, infine, grazie a questa nuova scoperta i due giovani primi autori dello studio, Elena Provasi e Pietro Genovese hanno ricevuto sempre il 2 Aprile a Ginevra il prestigioso premio Van Bekkum Award, consegnato loro dalla Società Europea di trapianto di midollo.


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