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venerdì 6 aprile 2012

Secondo un recente studio gli antibiotici potrebbero sostituire l'appendicectomia.


Fin dal lontano 1889 che l'appendicite non necessariamente portasse in sala operatoria era quasi un'eresia; infatti si è sempre pensato che nel caso in cui ci fosse un'appendicite acuta, bisognava ricorrere all'operare per scacciare l'eventualità di una possibile peritonite in grado di mettere a rischio la vita. Tuttavia recentemente anche questa certezza, come accade sempre più spesso in campo medico, ha cominciato a barcollare. Infatti alcuni precedenti studi hanno segnalato che questa infezione può regredire con l'ausilio di una semplice terapia antibiotica, ed adesso tre ricercatori dell'Università di Nottingham, in Gran Bretagna, lo hanno confermato attraverso una nuova ricerca pubblicata sul British Medical Journal; in pratica dall'analisi dei quattro studi che finora hanno provato a mettere a confronto i due diversi approcci, la suddetta terapia medica è sembrata uscirne abbastanza bene. Inoltre  l'appendicite è una condizione comune che gli specialisti considerano alquanto banale. Però se si complica, (solitamente perché forandosi induce, appunto, ad una peritonite), può mettere seriamente a rischio la vita. E dunque per difendersi da questo rischio, in genere si ricorre sempre all'intervento in sala operatoria. Al riguardo Krishna K. Varadhan, primo autore dell'indagine, intendendo per successo l'efficacia della cura nel far regredire la sintomatologia senza che si ripresentasse nell'anno successivo, ha dichiarato: "Sui 900 casi che abbiamo considerato, trattati per metà in un modo e per metà nell'altro, il rischio di complicazioni è stato di oltre il 31% inferiore nel gruppo curato con gli antibiotici, che hanno avuto un tasso di successo del 63%". Oltretutto in alcuni casi di insuccesso del primo trattamento, è bastato sottoporre i pazienti ad un altro ciclo di antibiotici, ma il 20% di questi nel corso di un anno ha dovuto comunque sottoporsi all'intervento, mentre uno su cinque di loro è arrivato in sala operatoria con un'appendice già perforata oppure in fase gangrenosa, (vale a dire la fase più avanzata dell'infiammazione). In tal proposito Olaf Bakker, chirurgo dell'Ospedale facente parte dell'Università di Utrecht, in Olanda, ha affermato in un editoriale: "In questi casi l'intervento è più rischioso e talvolta occorre estenderlo oltre la semplice appendicectomia". E successivamente ha proseguito spiegando: "Quando si forma una massa infiammatoria di tipo ascessuale chiamata flemmone, oltre all'appendice potrebbe diventare necessario asportare anche una parte di intestino". E quindi in molti si sono chiesti: "Perché correre allora questo rischio?". A questa domanda Olaf Bakker ha provato a rispondere, dichiarando: "Nel caso dei diverticoli intestinali, una situazione per certi versi equiparabile, si prova ad evitare di operare perché l'intervento in quel caso è più impegnativo, e le possibili complicazioni più gravi e frequenti". Ed ha proseguito sottolineando: "Invece l'appendicectomia a parte il fatto di comportare un'anestesia generale e la possibilità di infezioni della ferita, è una procedura sostanzialmente sicura".  Tuttavia Krishna K. Varadhan ha spiegato: "A dire il vero però, nella casistica che abbiamo esaminato, il tasso di appendici complicate o perforate è risultato uguale in ambedue i gruppi". Comunque a sorprendere è stato il fatto che anche i tempi di degenza in ospedale, (vale a dire la durata del dolore oppure dell'incapacità di svolgere le normali attività di tutti i giorni tra chi è stato operato e chi ha preso gli antibiotici), sono risultati identici. Inoltre Krishna K. Varadhan ha poi concluso dichiarando: "Insomma, se non ci sono complicazioni, conviene provare a verificare se un ciclo di antibiotici funziona effettivamente". Ed ha, infine, spiegato: "Ma per escluderle con certezza, prima di affidarsi ai soli antibiotici, bisognerebbe sottoporre tutti ad una Tomografia Computerizzata, esponendo a radiazioni inutili anche molti bambini e molte donne in età fertile". E dunque una risposta definitiva alla suddetta domanda non c'è ancora e per di più questa ricerca, per quanto possa essere interessante, ha alcuni limiti di metodo che ancora non consentono di giudicarla come definitiva. Infatti saranno necessari ulteriori studi per capire quale approccio sia il migliore in assoluto, tenendo conto anche della frequenza di questa infezione e del potenziale impatto, anche organizzativo ed economico, che di conseguenza potrebbe comportare un cambiamento di percorso su larga scala.


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