Individuata l'area del cervello in cui si trova la tristezza.


A quanto pare la tristezza si trova all'interno di una rete di neuroni posta tra l'amigdala e l'ippocampo, vale a dire fra il centro che controlla le emozioni e quello che gestisce la memoria; o almeno questo è quanto hanno scoperto di recente alcuni neuroscienziati della University of California, San Francisco, durante un loro studio pubblicato i queste settimane sulla rivista Cell. Al riguardo Vikaas S. Sohal, uno dei principali autori della ricerca, ha spiegato: "Quanto abbiamo osservato suggerisce che le interazioni tra l'amigdala e l'ippocampo potrebbero associarsi alla riemersione di memorie emotive e che questo percorso è particolarmente evidente nelle persone con alti livelli di ansia, il cui umore potrebbe dunque essere influenzato in modo netto dal ricordo di memorie cariche di emozioni". In pratica per arrivare a tali conclusioni i ricercatori hanno preso in esame 21 pazienti affetti da epilessia ai quali erano stati impiantati nel cervello da 40 a 70 elettrodi, (sia superficialmente che più in profondità), come una fase preparatoria per la rimozione chirurgica di quella parte del tessuto cerebrale che causava le crisi epilettiche. Inoltre i partecipanti dello studio, (ai quali è stato chiesto anche di tener traccia del loro umore su un tablet), sono stati seguiti per un periodo compreso tra 7 e 10 giorni, durante il quale gli studiosi hanno registrato un'ampia attività cerebrale concentrandosi in particolare su alcune strutture cerebrali precedentemente associate alla regolazione dell'umore. Insomma, per questa ricerca è stato seguito un procedimento diverso da quello messo in atto in studi precedenti: in passato, infatti, molte ricerche sui disturbi dell'umore avevano previsto che i partecipanti venissero sottoposti a risonanza magnetica funzionale mentre guardavano delle immagini sconvolgenti o ascoltavano delle storie tristi. In questo modo venivano individuate le aree cerebrali associate alle emozioni senza indagare però i meccanismi dell'attività cerebrale associata alle naturali fluttuazioni dell'umore che le persone provano nel corso della giornata. Difatti, come già anticipato, questo è ciò che hanno fatto neuroscienziati, registrando continuamente l'attività cerebrale in più giorni guardando al rapporto tra i suoi specifici andamenti e le variazioni dell'umore. Ad ogni modo l'analisi dei dati relativi all'attività cerebrale ha portato a distinguere i partecipanti in 2 gruppi: solo nel primo, (composto da 13 partecipanti), è stata identificata una serie di regioni cerebrali che si sincronizzavano tra loro su certe frequenze e che si sono rivelate essere particolarmente attive. In sostanza, come già detto, questo andamento dell'attività cerebrale "viaggiava" su onde beta tra ippocampo ed amigdala ed è stato correlato alle alterazioni del tono dell'umore dei pazienti, (nello specifico umore flesso o depresso). Tra l'altro, a differenza degli individui del secondo gruppo, quelli del primo avevano ottenuto un punteggio più alto in un precedente test di valutazione del disturbo d'ansia; il che ha spinto i ricercatori ad interrogarsi sulle possibili differenze nell'elaborazione delle emozioni del cervello delle persone inclini all'ansia. A tal proposito Edward Chang, altro autore della ricerca, ha, infine, concluso dichiarando: "È straordinario poter osservare i substrati neuronali dell'umore direttamente dal cervello. Queste evidenze servono alla nostra comprensione del modo in cui specifiche regioni cerebrali contribuiscono ai disturbi dell'umore ma hanno anche implicazioni pratiche per identificare dei biomarcatori che potrebbero essere usati per nuove tecnologie destinate al loro trattamento".

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