Nuove informazioni sulle fasi iniziali della Sindrome di Angelman.

 
Ultimamente una nuova indagine condotta da alcuni ricercatori della North Carolina State University ed i cui risultati sono stati pubblicati in questi giorni sulla rivista Stem Cells Reports ha fornito maggiori informazioni sulle prime fasi della Sindrome di Angelman, (ossia una rara malattia genetica associata ad un ritardo nello sviluppo, alla disabilità intellettuale, ai disturbi del linguaggio ed ai problemi di movimento), dimostrando anche come gli organoidi cerebrali umani, (ovvero tessuti di dimensioni millimetriche che comprendono i tipi di cellule che si trovano tipicamente nelle diverse regioni del cervello e che sono prodotti dalla coltura di cellule staminali), possono essere utilizzati per fare luce sulle malattie genetiche che influenzano lo sviluppo umano. In pratica nel corso degli anni sono state effettuate molte ricerche su tale sindrome, (si è trattato principalmente studi di laboratorio sui topi e studi di storia naturale dell'uomo), ma, sebbene alcuni esperti abbiano stabilito che questo complesso disturbo è legato al comportamento di un particolare gene, (chiamato UBE3A), e forti prove ottenute dai modelli murini abbiano dimostrato che i periodi di tempo prenatali possono essere importanti nello sviluppo della patologia in questione, finora la comunità scientifica non era mai riuscita a trovare un modo per monitorarne le prime fasi nelle cellule neurali umane. Al riguardo Albert Keung, uno dei principali autori del suddetto nuovo studio, ha affermato: "Ovviamente non possiamo condurre analisi sullo sviluppo degli esseri umani, quindi volevamo sapere se era possibile studiare le dinamiche molecolari intorno all'UBE3A utilizzando gli organoidi cerebrali. Quando si accende il gene? In che modo i farmaci influenzano le funzioni geniche e neuronali? Il gene si comporta in modo diverso nei diversi tipi di cellule? Sono domande complesse, ma abbiamo scoperto che si può imparare molto attraverso il modello degli organoidi cerebrali". In sostanza per provare a dare delle risposte ai sopracitati dilemmi, gli scienziati hanno monitorato il comportamento degli organoidi per 17 settimane dopo la coltura delle cellule: così facendo sono stati capaci di mappare, ad esempio, quando l'UBE3A veniva spento o acceso in diversi tipi di cellule ed in differenti stadi dello sviluppo neurologico, osservando anche dove risultava essere attivo in ogni cellula; il che, secondo gli esperti, può aiutare a comprendere in che misura tale gene potrebbe regolare l'attività di altri geni e quando la somministrazione di trattamenti terapeutici potrebbe essere più efficace. Ad ogni modo una delle cose che gli studiosi hanno scoperto è che l'UBE3A sembra giocare un ruolo importante nello sviluppo del tessuto cerebrale prima di quanto si sapesse: potenzialmente anche entro 3 settimane dalla coltura degli organoidi. A tal proposito Dilara Sen, altra principale responsabile dell'analisi, ha spiegato: "Abbiamo avuto la possibilità di vedere come il comportamento dell'UBE3A è cambiato nel corso del tempo nell'organoide. Siamo anche stati in grado di vedere come i diversi farmaci hanno influenzato il comportamento del gene, e come questi cambiamenti hanno condizionato la funzione dei neuroni nell'organoide". Mentre lo stesso Albert Keung ha, infine, concluso aggiungendo: "Questo è un lavoro fondamentale, un lavoro di prova. Ma si spera che dimostri come il modello degli organoidi cerebrali possa facilitare lo sviluppo di strategie terapeutiche per le persone con la Sindrome di Angelman. Crediamo che il modello possa fare questo, facendo progredire la nostra comprensione della malattia; cosa che può informare la ricerca sui possibili trattamenti. Riteniamo anche che questo modello possa essere utilizzato per lo screening di farmaci candidati ad interventi terapeutici. I modelli degli organoidi non sono nuovi. Ma possono essere strumenti più potenti di quanto ci aspettassimo".

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