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giovedì 31 agosto 2017

Scoperto che i batteri intestinali potrebbero essere responsabili di ansia e depressione.


A quanto pare i batteri nell'intestino potrebbero essere i responsabili degli stati d'ansia in cui molte persone vivono; o almeno questo è quando hanno fatto sapere alcuni ricercatori dell'APC Microbiome Institute dell'University College Cork tramite uno studio intitolato "Microbial regulation of microRNA expression in the amygdala and prefrontal cortex", e pubblicato in questi giorni sulla rivista Microbiome. In pratica durante questa ricerca gli scienziati irlandesi hanno osservato per la prima volta una connessione tangibile: alcune regioni del cervello, (in particolare quelle legate alle emozioni), sono controllate, appunto, dal microbiota intestinale, (ovvero quell'insieme di microrganismi che abitano l'intestino senza danneggiarlo), attraverso l'intervento di una classe di molecole biologiche, chiamate miRNA. Al riguardo Gerard Clarke, uno dei principali autori della ricerca in questione, ha spiegato: "I microbi presenti nell'intestino sembrano influenzare i miRNA al livello dell'amigdala e della corteccia prefrontale. Questo è importante perché possono influenzare processi fisiologici fondamentali per il funzionamento del sistema nervoso centrale e di regioni del cervello, (come, appunto, l'amigdala e la corteccia prefrontale), che sono fortemente implicate nell'ansia e nella depressione". In sostanza per arrivare a questi risultati i ricercatori hanno preso in esame 2 gruppi di topi da laboratorio: il primo gruppo, a cui sono stati tolti geneticamente i microbi dell'intestino, è stato inserito in un ambiente libero da germi; mentre il secondo è servito da gruppo di controllo. Così facendo è stato scoperto che i topi senza germi mostravano con il tempo ansia, deficit nella socialità e nella cognizione e comportamenti simili alla depressione; invece gli altri si comportavano normalmente. Entrando un po' più nei dettagli, il team di ricerca ha individuato alcune differenze nei tipi di miRNA contenuti in questi due gruppi: 103 miRNA differenti nell'amigdala, (la quale gestisce le emozioni), e 31 miRNA differenti nella corteccia prefrontale, (legata, fra le altre cose, anche all'espressione della personalità ed al prendere decisioni). Tra l'altro a comprovare e legittimare le differenze riscontrate ci sono stati da un lato il fatto che addizionando i microbi normalmente presenti nei topi in quelli privi di microbiota intestinale, il profilo dei miRNA era simile a quello dei topi normali e dall'altro lato il test di conferma opposto: l'impoverimento del microbiota intestinale nei topi del secondo gruppo, (ottenuto in seguito al trattamento con opportuni antibiotici), ha modificato i livelli di miRNA nelle suddette due regioni cerebrali in modo simile al primo gruppo. Comunque sia questi risultati sono abbastanza promettenti in quanto non riguardano solo la sempre più reale possibilità di "decifrare" il modus operandi di questi microrganismi, (che tra l'altro rappresentano la maggior parte del materiale genetico contenuto nel organismo umano), ma soprattutto perché rappresentano un'alternativa alle usuali strategie terapeutiche utilizzate per curare l'ansia. In tal proposito lo stesso Gerard Clarke ha, infine, concluso dichiarando: "Invece di puntare direttamente all'eliminazione di alcuni miRNA presenti nel cervello, la cura potrebbe essere mirata al microbioma intestinale, così da ottenere lo stesso risultato desiderato, ma in maniera più semplice".


mercoledì 30 agosto 2017

METALLICA: Kirk Hammett parla della sua esperienza con il bullismo e di come la musica gli abbia salvato la vita.


Alcune settimane fa Kirk Hammett, chitarrista dei Metallica, durante un'intervista concessa alla stazione radio 107.7 The Bone, (oltre a parlare della sua passione per l'horror, dell'amore per i burritos, e del WorldWired Tour, il tour di supporto del nuovo album "Hardwired... To Self-Distruct"), ha rivelato anche alcuni dettagli interessanti e molto personali sulla propria adolescenza, riguardanti in particolare l'essere stato vittima, insieme ad altri ragazzi, di atti di bullismo da parte di altri coetanei, (storia che ha raccontato nel documentario "Turn it Around: The Story of East-bay Punk" rilasciato lo scorso Maggio dai Green Day), e di come la musica ed il suonare la chitarra gli abbiano salvato la vita. Difatti al riguardo le parole del chitarrista sono state: "C'era questo gruppo di ragazzi, che vivevano nel vicinato, che erano soliti prendere di mira tutti quelli che erano un facile bersaglio e che erano diversi da loro… erano ragazzi con un quoziente intellettivo molto basso e non avevano niente di meglio da fare eccetto pendere di mira e bullizzare altre persone. Ci terrorizzavano tutto il tempo! Poi andavamo dall'altra parte della città, dove c'erano le gang dei messicani di cui ci dovevamo costantemente preoccupare… cercavamo di non avvicinarci a quei ragazzi". Ed ha poi concluso parlando, infine, della sua passione per la musica spiegando: "Ho iniziato a suonare la chitarra perché avevo "problemi emotivi" ed era l'unica cosa che riuscisse a tranquillizzarmi quando un ragazzino e mi dava una sorta di conforto... ero in grado di usarlo come un qualcosa per tenermi con i piedi per terra. Soffro di un disturbo ossessivo-compulsivo e si è adattato quasi perfettamente anche in quello, proprio come: "sono ossessionato da questo e suono tutto il tempo". La musica fondamentalmente mi ha salvato la vita. Se non avessi avuto la musica averi solo... chi lo sa? Ero in una strada piuttosto cattiva quando ho scoperto la musica, e la musica mi ha impedito di proseguire lungo quella strada".

Di seguito l'intera intervista:
 (la parte riguardante il bullismo va dal minuto 5:53 al minuto 7:53 circa; mentre la parte riguardante la musica inizia intorno al minuto 12:25).




martedì 29 agosto 2017

YouTube introduce alcune novità e cambia logo per la prima volta dopo 12 anni.


Sono passati più di 12 anni dal debutto online di YouTube e da "Me at the zoo", (il primissimo video ad essere ospitato sui server della piattaforma) ai giorni d'oggi ci sono stati diversi cambiamenti: ad esempio, all'epoca l'upload era consentito solo nel formato 320×240 pixel e con aspect radio 4:3, mentre oggi il portale offre filmati in 4K, a 360 gradi, in 3D ed, addirittura, per la realtà virtuale. Naturalmente nell'arco di questi 12 anni i cambiamenti non hanno riguardato solo la qualità e l'aspetto dei video, ma anche il design dell'interfaccia, (si contano almeno 9 diversi look): l'ultimo in ordine cronologico è stato presentato alcune ore fa tramite un post pubblicato sul blog ufficiale di YouTube. In pratica si tratta un'evoluzione non solo estetica, ma anche funzionale, che va ad interessare la versione desktop del sito, ma soprattutto le applicazioni per smartphone e tablet, le quali mostreranno un layout ottimizzato per i filmati in verticale, integreranno comandi per effettuare uno skip di 10 secondi, (avanti o indietro), con un semplice doppio tap sul display, permetteranno di accedere ai video correlati, (che appariranno in basso), senza interrompere la visione, (cosa che nei prossimi mesi sarà possibile semplicemente con uno swipe a destra o a sinistra), e di aumentare o diminuire la velocità di riproduzione dei video. Mentre per quanto riguarda la versione di YouTube accessibile da desktop, a partire da oggi sarà disponibile per tutti, a livello globale, una nuova interfaccia grafica: si tratta sostanzialmente del restyling in pieno stile Material Design, (introdotto alcuni mesi in fase di sperimentazione), con alcune nuove funzioni come, ad esempio, la possibilità di passare in qualsiasi momento ad un tema scuro per non affaticare la vista durante le sessioni di navigazione notturne. Ma non è finita qui, in quanto, come ciliegina sulla torta, YouTube ha deciso di rinnovare anche il suo logo per la prima volta in 12 anni: il risultato, (come visibile dettagliatamente nell'immagine a fine articolo), è l'unione tra la classica icona rossa del tasto play ed il nome del sito, in un'immagine pensata per adattarsi ad ogni tipologia di schermo. In sostanza quando c'è poco spazio, (ad esempio, su smartphone), sarà sufficiente l'icona per comunicare l'identità di YouTube, mentre sui display più ampi di tablet e computer potrà essere visualizzata senza problemi la versione completa. Comunque sia in merito a tutte queste novità i responsabili del sito, nel suddetto post, hanno, infine, concluso spiegando: «Sappiamo che si tratta di un sacco di cambiamenti, ma vogliamo chiarire che c'è una cosa che rimane la stessa: la missione di YouTube. Siamo qui per dare alla gente una voce e mostrare loro il mondo; non importa quale dispositivo utilizzino».

Di seguito un'immagine che mostra le varie interfacce:
https://lh4.googleusercontent.com/EAFKWnbdBbUZR9NYiYNDBtvW0gbTXz4A0BEDa4FEAazljLQ1es7KEPBGM2b_2X7FCEKSQR7zwcJ-CsE_ANEOF_Ckhhz6e-cB182ELndA7RLzTWCcjPBDAHmkp2ySWHC9DWNlKD35
...il nuovo logo:
https://lh3.googleusercontent.com/BJz--AkL5hYvcYZacNBHWTQ6gg0T3iONjwb1sSXb0IbRgjfLO7ZNoVURafqPZllDpOaP2Hqcgrm93oe-8z5tbhUvCBvORTw4KOoGoZEfXa2sOI6LyiKkoBN-5lwHXlDafcWw1Yi0
...ed un video che riassume un po' il tutto:




lunedì 28 agosto 2017

Scoperti alcuni dinosauri che dormivano l'uno accanto all'altro in un "nido", come gli uccelli.

Ricostruzione artistica dei dinosauri in questione.

In questi giorni in occasione del convegno della Società di paleontologia dei vertebrati alcuni ricercatori dell'Università dell'Alberta, guidati da Greg Funston, (in collaborazione con Federico Fanti, dell'Università di Bologna), ha fatto sapere di aver scoperto 3 giovani dinosauri addormentati stretti l'uno accanto all'altro, come in una sorta di "nido", in una posizione simile a quella di uccelli come piccioni e corvi. In pratica si tratta di alcuni resti rinvenuti in una pietra di circa 70 milioni di anni fa recuperata in Mongolia: secondo le analisi geochimiche, la probabile area in cui sono vissuti gli esemplari in questione era Bugiin Tsav, nel Deserto del Gobi. Inoltre i ricercatori hanno scoperto che i 3 dinosauri appartenevano alla famiglia degli oviraptoridi, (noti per la loro alimentazione basata sulla razzia di uova e per essere vissuti durante il Cretaceo, tra i 145 e 65 milioni di anni fa); anche se la loro specie non era nota in precedenza e quindi non ancora classificata. Tra l'altro questi esseri preistorici erano dotati di una cresta simile a quella dei moderni casuari, camminavano su due zampe e, sulla base dello spessore delle ossa, pesavano circa 45 kg. Tuttavia, come spiegato nello studio pubblicato sulla rivista Nature, quello che ha attirato l'interesse degli scienziati è stato che due di questi tre animali sono stati ritrovati accucciati a pancia in giù, con il collo rannicchiato indietro verso il corpo, in una posizione molto simile a quella degli struzzi e degli emù quando dormono. Insomma, dalla posizione in cui sono stati ritrovati, si ipotizza che probabilmente i dinosauri si stessero scaldando a vicenda con la temperatura dei loro corpi: lo stesso Greg Funston ritiene che una tempesta di sabbia o il freddo abbia spinto i 2 oviraptoridi ad assumere la suddetta posizione, tipica degli animali dalla vita sociale ricca. Come se non bastasse, considerata la posizione in cui si trovavano, i ricercatori hanno dedotto che difficilmente i dinosauri erano svegli nel momento della morte, in quanto gli esemplari travolti da inondazioni o altri eventi traumatici vengono rinvenuti in conformazioni molto differenti. Pertanto, grazie a questa scoperta, è stato possibile stabilire che questi giovani oviraptoridi erano animali sociali e poiché le femmine erano solite deporre dozzine di uova, probabilmente questi animali erano "parenti", (molto probabilmente fratelli), che, come hanno osservato, infine, i ricercatori canadesi, "vivevano assieme ed assieme sono morti".

Di seguito un'immagine dei resti dei dinosauri:
http://www.nature.com/polopoly_fs/7.45985.1503666382!/image/Block%20Fig%20Simple_web.jpg_gen/derivatives/landscape_630/Block%20Fig%20Simple_web.jpg



domenica 27 agosto 2017

Google lancia PHQ-9, un questionario online per la diagnosi della depressione.


A quanto pare Google ha deciso di offrire ai suoi utenti un check sulla depressione rivedendo le modalità con cui rispondere a chi cerca informazioni sul Web sul disturbo, (o pone domande come "Sono depresso?" oppure "Ho la depressione?"), mettendo a disposizione un questionario medico in grado di ''verificare se si è clinicamente depressi''. Il servizio, chiamato PHQ-9 e nato in collaborazione con la National Alliance on Mental Illness, (nota anche con la sigla NAMI), offrirà agli internauti uno strumento utile per valutare autonomamente la propria salute mentale. In pratica da anni ormai le schede di Google Knowledge Graph offrono informazioni utili agli utenti, come, ad esempio, le schede relative alle malattie più comuni, alla sintomatologia, alle cure, senza avere ovviamente la pretesa di sostituirsi al medico; motivo per il quale il colosso californiano ha messo insieme un team, (che include anche uno specialista), per lavorare su questo nuovo settore e fornire informazioni rapide ed affidabili. In sostanza, secondo i dati forniti dallo stesso Google, la parola depressione compare nel 5% delle ricerche che hanno a che fare con la salute. Inoltre il fenomeno ha ormai raggiunto dimensioni pandemiche: solo negli USA, ad esempio, il 20% della popolazione soffre di depressione, ma solo il 41% di questi si rivolge ad un medico o ad un terapeuta, preferendo ricorrere piuttosto alle ricerche su Google. Ed adesso grazie al questionario PHQ-9, metodo clinicamente approvato relativo, appunto, allo screening sulla depressione, gli utenti potranno condurre un test abbastanza accurato che potrà aiutarli a decidere se è il caso di rivolgersi ad un medico oppure no. Al riguardo gli esperti della NAMI hanno spiegato: "Le persone affette da depressione si rivolgono alle strutture adeguate con 6-8 anni di ritardo rispetto alla comparsa dei primi sintomi, che possono essere identificati anche con l'ausilio del nuovo test". Ad ogni modo per il momento il test in questione è attivo solamente per gli utenti statunitensi e solo per la versione mobile, ma se la prova avrà successo in futuro potrebbe essere esteso ad altri Paesi. In tal proposito Mary Giliberti, amministratrice delegata di NAMI, ha affermato: "Speriamo che rendendo disponibili queste informazioni su Google, più persone avranno una conoscenza più concreta della depressione e cercheranno il giusto trattamento per recuperare e migliorare la loro qualità di vita". Tra l'altro, in merito alla privacy degli utenti, i responsabili dell'azienda hanno fatto sapere che i risultati dei test saranno archiviati nei server e verranno utilizzati solo per delle campagne pubblicitarie mirate sulle persone che si sono sottoposte al test. Comunque sia nonostante anche Facebook abbia avviato lo sviluppo di strumenti per identificare gli utenti che possono essere depressi o affetti da pensieri relativi al suicidio, (tramite l'impiego dell'intelligenza artificiale per controllare i messaggi e offrendo agli utenti un modo diretto per contattare i servizi di salute mentale attraverso le sue applicazioni di messaggistica), e nonostante questionari analoghi sono già disponibili nel Regno Unito, (come, ad esempio, un'autovalutazione della depressione disponibile sul sito NHS Choices), gli esperti di salute mentale hanno avvertito le persone di non fare affidamento solo ed esclusivamente sulle diagnosi online. Difatti in tal proposito Rachel Boyd, esperta in malattie mentali di Mind, ha, infine, sottolineato: "Un sondaggio online non è mai un buon sostituto al medico di famiglia o un altro professionista sanitario. Tuttavia, queste indagini possono essere utili per incoraggiare la gente a riconoscere che ciò che stanno vivendo è reale e che il supporto è disponibile".

Di seguito un'immagine che ne mostra il funzionamento:
http://cdn.iflscience.com/images/1ad4a721-ecf5-5096-b238-546512d37f35/content-1503570208-google-reduced.gif



sabato 26 agosto 2017

Scoperto che il miele potrebbe essere un arma contro i "superbatteri antibiotico-resistenti".


A quanto pare il miele potrebbe rivelarsi un arma efficace contro la diffusione dei cosiddetti "superbatteri antibiotico-resistenti", cause di infezioni che, secondo le stime, uccideranno circa 10 milioni di persone entro il 2050. In pratica, come noto, si tratta di batteri che continuano ad evolversi, sviluppando, appunto, una resistenza ai vari antibiotici, che in questo modo diventano inefficaci. Tuttavia in questi giorni una ricerca dell'University of Technology Sydney, coordinata dalla microbiologa Nural Cokcetin dell'ithree institute, e presentato durante la National Science Week, (tenutasi in Australia dl 12 al 20 Agosto), ha dimostrato come batteri ed alcuni superbatteri siano incapaci di resistere alle proprietà medicinali del miele. Al riguardo la stessa ricercatrice, che da oltre 10 anni studia le proprietà antibatteriche ed antimicrobiche del miele, ha spiegato: "È interessante vedere come il miele sia conosciuto da millenni ma nonostante ciò i batteri non hanno ancora imparato a sviluppare resistenza ad esso. Abbiamo dimostrato che in condizioni nelle quali è possibile ottenere rapidamente una resistenza agli antibiotici non è stato possibile vedere una resistenza al miele. Abbiamo sperimentato con diversi batteri, diversi antibiotici e diversi tipi di miele. I risultati sono stati coerenti". Insomma, l'efficacia del miele come medicinale dipende da differenti fattori fra cui il contenuto di zucchero, i livelli pH e la presenza di metilgliossale, (noto anche con la sigla MGO), vale a dire il composto che in natura si forma nel nettare del fiore di Manuka ed è responsabile delle eccezioni proprietà dell'omonimo miele che ne deriva. Inoltre tra le altre proprietà benefiche del miele, oltre al rafforzamento dei batteri buoni nell'intestino, è stata dimostrata anche la rimarginazione di ferite croniche. Comunque sia attualmente Nural Cokcetin ed i suoi collaboratori sono impegnati nell'identificare le proprietà attive di oltre 1.000 varietà di miele in uno studio su campione.


venerdì 25 agosto 2017

Contrordine: La Luna ha un "cuore" arido.


A quanto pare, contrariamente a quanto era stato sostenuto in precedenza, la Luna ha un "cuore" arido; o almeno questo è quanto ha fatto sapere un recente studio condotto da alcuni ricercatori dell'Istituto Scripps di Oceanografia presso l'Università della California, San Diego, i quali hanno effettuato delle analisi per studiare la composizione chimica di una roccia lunare "arrugginita", riportata sulla Terra nel 1972 dalla missione Apollo 16. In pratica, come già anticipato, i risultati, pubblicati in questi giorni sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, (meglio nota anche con la sigla PNAS), hanno riacceso l'annoso dibattito andando a contraddire un altro recente studio, condotto della Brown University e pubblicato su Nature Geoscience, il quale che sosteneva che all'interno delle rocce del satellite ci potesse essere una grande quantità di acqua. In sostanza si tratta di una questione non di poco conto, inquanto l'eventuale assenza dell'acqua e di altri composti volatili potrebbe fornire importanti indizi per ricostruire la formazione e la storia della Luna. Difatti al riguardo James Day, geochimico che ha coordinato il suddetto studio finanziato dalla NASA, ha spiegato: "Se la Luna fosse arida come abbiamo creduto negli ultimi 45 anni, a partire dalle missioni Apollo, vorrebbe dire che si sarebbe formata da un impatto catastrofico. I nostri risultati suggeriscono che la Luna appena nata era molto calda, essenzialmente un oceano di magma. In queste condizioni, sia l'acqua che gli altri elementi volatili, (come lo zinco), sarebbero subito evaporati". Insomma, queste sono le conclusioni a cui i ricercatori californiani sono arrivati partendo dagli isotopi di zinco presenti nella ruggine della suddetta roccia lunare, (denominata "Rusty Rock"), la quale per anni avrebbe ingannato gli esperti con il suo aspetto così particolare: la ruggine presuppone la presenza di acqua e dunque molti si sono interrogati sulla sua eventuale origine. Tuttavia queste nuove analisi sono giunte ad un risultato paradossale: la roccia in questione si sarebbe formata in assenza di acqua all'interno della Luna. In tal proposito lo James Day ha proseguito dichiarando: "Si tratta dell'unica roccia lunare ad essere arrivata sulla Terra con quella che sembra essere ruggine sulla sua superficie esterna. Inoltre è una roccia un po' paradossale: risulta essere "bagnata" nonostante provenga da una parte interna molto arida della Luna. Penso che la Rusty Rock sia stata vista per molto tempo come una sorta di strana curiosità, quando in realtà ci racconta qualcosa di molto importante in merito all'interno della Luna. Queste rocce, raccolte da Buzz Aldrin, Neil Armstrong, Charles Duke, John Young, e gli altri astroauti pionieri delle missioni Apollo, sono dei doni che continuano a rivelare meravigliose informazioni ogni volta che si utilizza una nuova tecnica per studiarle". Mentre in merito al suddetto studio della Brown University, ha affermato: "Il loro studio dice che tutti i depositi dei piccoli grani di vetro sulla superficie lunare sono "bagnati", il che è una grande osservazione. Tuttavia, i ricercatori non sono riusciti a spiegarsi il meccanismo della loro formazione"; motivo per il quale i ricercatori californiani hanno fatto sapere di aver intensione di studiare i sopra citati piccoli grani di vetro e la composizione dei depositi; difatti al riguardo James Day ha, infine, concluso dicendo: "Questo è il nostro prossimo obiettivo. Sembra essere il passo più logico per provare a risolvere questo mistero".

Di seguito alcune immagini della "Rusty Rock":
https://img.europapress.es/fotoweb/fotonoticia_20170822144313_800.jpg
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https://3c1703fe8d.site.internapcdn.net/newman/gfx/news/hires/2017/1-analysisofar.jpg
http://cdn.sci-news.com/images/enlarge4/image_5151_2e-Rusty-Rock.jpg



giovedì 24 agosto 2017

Facebook: A breve tutti potranno creare foto a 360 gradi all'interno dell'applicazione.


Lo scorso anno Facebook ha introdotto il supporto alle foto a 360 gradi sulla sua piattaforma, offrendo a tutti gli utenti in possesso di una fotocamera 360 gradi, (come, ad esempio, la Ricoh Theta S o la Samsung Gear 360), la possibilità di caricare questa tipologia di immagine. Tuttavia a quanto pare adesso il Social Network in Blu ha deciso di estendere questa possibilità a tutti i suoi utenti: entro qualche giorno, infatti, all'interno dell'applicazione ufficiale di Facebook sarà possibile scattare e caricare foto a 360 gradi, senza la necessità di ricorrere a soluzioni esterne. In pratica, come riportato da numerose fonti, in questi giorni numerosi utenti in possesso di un iPhone hanno iniziato a notate tra le funzioni della fotocamera all'interno dell'applicazione per iOS una nuova opzione chiamata "360 Photo" che, come facilmente intuibile, funziona in maniera abbastanza analoga alle tante applicazioni presenti sul Play Store e sull'App Store studiate appositamente per la realizzazione foto di questo tipo. In sostanza una volta ricevuto l'aggiornamento all'interno della fotocamera di Facebook si noterà la suddetta nuova voce: sarà sufficiente seguire le istruzioni visualizzate sullo schermo per creare un'immagine panoramica a 360 gradi da condividere sulla piattaforma. Tra l'altro il Social Network in Blu offrirà agli utenti anche la possibilità di poter utilizzare le foto create con la sua fotocamera, (che inoltre supportano lo zoom), come immagini di copertina all'interno dei loro profili. Comunque sia, come già anticipato, attualmente questa nuova funzionalità si trova già in fase di rollout e quindi dovrebbe, infine, essere resa disponibile per tutti gli utenti iOS ed Android nel giro di qualche giorno.

Di seguito alcune immagini:
https://tctechcrunch2011.files.wordpress.com/2017/08/360-photo-capture-from-timeline.png
https://tctechcrunch2011.files.wordpress.com/2017/08/360-photo-capture-path.png
https://tctechcrunch2011.files.wordpress.com/2017/08/360-photo-in-feed.png
https://s2.wp.com/wp-content/themes/vip/fbspherical/images/static/photos/step-2-image-v2.png

...ed il video di presentazione:



mercoledì 23 agosto 2017

Gremlins: Completata la sceneggiatura del terzo film.


A quanto pare la sceneggiatura del terzo film dedicato ai Gremlins è stata completata; o almeno questo è quanto ha annunciato Chris Columbus, lo sceneggiatore dei primi due film diretti da Joe Dante e prodotti da Steven Spilberg, (ossia Gremlins del 1984 e Gremlins 2 - La nuova stirpe del 1990), il quale durate una recente intervista ha, appunto, confermato di aver terminato di scrivere il terzo capitolo della saga di Gizmo e dei suoi terribili "amichetti". In pratica inizialmente si era parlato di realizzare un reboot di Gremlins, e lo script era stato affidato a Carl Ellsworth, (noto per Red Eye, Disturbia, L'ultima casa a sinistra e Red Dawn - Alba rossa), tuttavia da quando Chris Columbus ha deciso di prendere il controllo delle operazioni di scrittura il progetto si è trasformato in un vero e proprio sequel, di cui per il momento non si sa né il titolo né la data di uscita. Al riguardo durante la suddetta intervista lo sceneggiatore ha dichiarato: "Voglio essere onesto, un sacco di persone moriranno nel film. Sono veramente fiero della sceneggiatura, è articolata e dark come nulla che ho scritto in precedenza. Vedremo. Si tratta sempre di un problema economico per iniziare le riprese, io volevo comunque tornare alla sensibilità complessa del primo capitolo. In fondo per me è stato un processo molto più semplice di quanto credessi tornare a scrivere Gremlins, vedremo che succederà...". Inoltre Chris Columbus ha fatto anche sapere che nel terzo capitolo la cosiddetta computer-generated imagery, (nota anche con la sigla CGI), verrà adoperata solo per eliminare i fili che muovono le marionette dei Gremlins, che verranno utilizzate come nel 1984. Ad ogni modo secondo le varie ipotesi, il film potrebbe non coinvolgere Joe Dante né gli attori del cast originale, (o almeno in parte), potrebbe essere registrato in 3D ed essere vietato ai minori di 13 anni. Tra l'altro per quanto riguarda la trama, questa potrebbe essere incentrata sul tentativo di trovare una soluzione definitiva per impedire che l'innocuo ed adorabile Gizmo continui a moltiplicarsi, (dopo essere stato bagnato), dando vita ai pestiferi mostriciattoli verdi che ormai sono entrati nella storia del cinema; anche se, secondo alcuni, questo potrebbe, infine, voler dire ucciderlo. Comunque sia attualmente il film in questione sarebbe in fase di sviluppo presso la Warner Bro; anche se per il momento non vi è nulla di ufficiale e si tratta soltanto di semplici indiscrezioni.


martedì 22 agosto 2017

Creata una bio-batteria in grado di funzionare con la saliva.


In questi giorni un team di ricercatori della Binghamton University, guidato da Seokheun Choi, ha presentato una particolare batteria in grado utilizzare la saliva, (come anche l'acqua salata e tecnicamente anche le lacrime, il sudore, l'urina ed il sangue), per produrre elettricità e quindi funzionare. Naturalmente la notizia, oltre ad essere pubblicata sulla rivista Advanced Materials Technology, ha fatto subito il giro del Web e diversi utenti hanno subito accostato l'invenzione agli smartphone, famosi per la durata limitata della batteria. Tuttavia, come hanno spiegato i responsabili del progetto, al momento questa "pila biologica" è molto piccola ed è in grado di produrre solamente alcuni microwatt per qualche minuto ed allo stato attuale risulta essere ancora molto lontana da quelle che vengono utilizzate quotidianamente per alimentare i vari dispositivi. Ciò nonostante lo stesso Seokheun Choi si è detto convinto che il suo progetto possa risultare di grande aiuto nei Paesi in cui l'energia elettrica non è ancora normalità, consentendo, ad esempio, di accendere per qualche minuto un faretto LED oppure attivare un sensore diagnostico per piccoli interventi di assistenza medica; difatti al riguardo ha sottolineato: "La batteria include cellule batteriche specializzate, (chiamate exoelectrogens), che hanno la capacità di raccogliere elettroni. Per l'immagazzinamento a lungo termine, le cellule batteriche vengono liofilizzate fino all'uso. Questa batteria può essere utilizzata anche in condizioni ambientali difficili come le aree desertiche: tutto ciò che serve è del materiale organico per reidratare e attivare le cellule congelate. Servirà per applicazioni in diagnostica nei Paesi in via di sviluppo, dove le batterie commerciali sono costose o di grandi dimensioni". Ad ogni modo per entrare un po' più nei dettagli questa batteria è poco più grande di una striscia di carta e, grazie ad una nuova generazione di cellule microbiche, è in grado di generare energia sfruttando le interazioni batteriche della saliva. In merito a ciò Seokheun Choi ha spiegato: "Si tratta di una bio-batteria monouso, facile da usare e portatile che può generare energia dal metabolismo batterico. Questa batteria è pronta ad operare con fluidi del corpo umano, come la saliva, per la produzione di corrente elettrica per applicazioni a basso consumo, come i biosensori". Comunque sia il team di ricercatori responsabili questa "pila biologica" ha fatto sapere di aver intenzione di continuare a lavorare sul progetto con l'obiettivo di migliorare la densità di energia e dunque aumentare la potenza. In tal proposito hanno, infatti, dichiarato: "In questo momento, la densità di energia è di pochi microwatt per centimetro quadrato. Tuttavia le cellule microbiche sono collegate in serie su fogli di carta e riescono a generare valori di corrente elettrica e tensione sufficiente per attivare un diodo ad emessione di luce per circa 20 minuti". Mentre lo stesso Seokheun Choi ha concluso affermando: "La bellezza dell'utilizzo della carta è che si può facilmente piegare ed impilare per collegare le batterie in serie o in parallelo in modo da migliorare le prestazioni". Insomma, sembra proprio in futuro una versione più evoluta di questa batteria potrebbe, infine, essere capace di risolvere non solo il problema della durata della batteria degli smartphone, ma anche tanti altri problemi, forse molto più importanti.

Di seguito alcune immagini:
http://fcinfo.ru/uploads/posts/2017-08/1502285406_598af7798685b-_1200.jpg
http://s3.amazonaws.com/digitaltrends-uploads-prod/2017/08/saliva-battery-7.jpg
http://www.digitaljournal.com/img/4/2/9/6/2/6/i/3/0/1/o/origamininja.jpg
https://www.binghamton.edu/ece/people/faculty_staff_profiles/choi_origami.gif
http://ws.binghamton.edu/choi/Main2.gif
...ed un video del suddetto ateneo che riassume il tutto:




lunedì 21 agosto 2017

Sanakht, il faraone affetto da gigantismo umano proporzionato.


A quanto pare i resti di colui che si presume essere stato Sanakht, faraone appartenente alla III dinastia egizia e morto nel 2.715 a.C., "custodivano" quello che potrebbe essere il più antico caso di macrosomia, (vale a dire il cosiddetto "gigantismo umano proporzionato"); o almeno questo è quanto ha fatto sapere un recente lo studio condotto da un team di ricercatori dell'Università di Zurigo, in collaborazione con alcuni colleghi australiani ed olandesi, e pubblicato su The Lancet. In pratica molti miti nascono attorno alla figura del gigante, tuttavia le leggende epiche come quelle dei giganti norvegesi molto probabilmente sono ispirate ad una vera patologia: appunto, la macrosomia. In sostanza, come già anticipato, si tratta di una disfunzione abbastanza rara dovuta all'eccessiva produzione dell'ormone della crescita, (ossia la somatotropina), che si risolve attorno al ventesimo anno di età e che provoca una crescita esagerata del corpo, fino al 15-20% in più rispetto ad una persona normale ma tuttavia corretta nelle proporzioni, (a differenza dell'acromegalia, dove le proporzioni non vengono rispettate). Ad ogni modo del faraone in questione si conosce ben poco: non è noto con esattezza quando è nato o quando ha regnato né quali erano i confini del regno e fino ai primi anni del XX Secolo, (quando un gruppo di archeologi trovò nel sud dell'Egitto i resti di colui che successivamente è stato identificato, appunto, come Sanakht), non se ne conosceva neppure il luogo di sepoltura. Tuttavia grazie al suddetto nuovo studio si è scoperto che il faraone aveva un'altezza di circa 187 centimetri: non molto rispetto ai tempi d'oggi ma certamente un'altezza alquanto insolita per un uomo di quell'epoca. Difatti al riguardo Michael Habicht, egittologo dell'Istituto di Medicina Evoluzionistica dell'ateneo svizzero nonché coautore della ricerca, ha affermato: "I vari studi sulle mummie egizie hanno mostrato come l'altezza media degli uomini di alto rango, in quell'epoca, era di circa 170 centimetri". Tra l'altro andrebbe preso in considerazione che i re egiziani potevano godere di una migliore alimentazione e quindi di una salute migliore rispetto alla popolazione e agli stessi cortigiani; il che potrebbe avere influito sulla loro crescita fisica, come nel caso di Ramses II, vissuto più di 1.000 anni dopo Sanakht, il quale era poco più alto della media, ovvero 175 centimetri. In tal proposito lo stesso Michael Habicht ha precisato: "Molte persone di bassa statura facevano però parte della corte reale. Le ragioni di questa preferenza non sono note. Tuttavia i presunti resti di Sanakht sono stati ritrovati in una "tomba d'élite" e questo fa pensare che non ci fossero comunque stati pregiudizi sociali verso i casi di gigantismo". Mentre gli altri ricercatori hanno, infine, concluso spiegando: "L'analisi delle ossa di Sanakht hanno mostrato tracce di crescita esuberante, ossia chiari segni di gigantismo. È una scoperta importante, perché finora rappresenta il più antico caso noto di questo disordine della crescita: nessun altro reperto contemporaneo o precedente ai resti di quest'uomo ha, infatti, rivelato segni di macrosomia".

Di seguito le immagini del teschio di Sanakht:
http://www.thelancet.com/cms/attachment/2101184112/2079923501/gr1_lrg.jpg



domenica 20 agosto 2017

Dimostrato che fare esercizio fisico da giovani porta benefici alla salute del cervello da anziani.


Al giorno d'oggi esistono evidenze sempre più crescenti degli effetti benefici sul cervello dall'attività fisica regolare, dall'infanzia fino alla vecchiaia. E tra queste c'è anche una nuova ricercaa, condotta da alcuni ricercatori della Deakin University, (che hanno passato al vaglio un serie di studi in materia), e pubblicata sulla rivista Frontiers in Ageing Neuroscience, secondo la quale l'infanzia e l'adolescenza sono i periodi cruciali per influenzare positivamente la futura salute cerebrale. Al riguardo Helen Macpherson dell'Institute of Physical Activity and Nutrition, (noto anche con la sigla IPAN), nonché principale autrice dello studio in questione, ha spiegato: "Oltre a ridurre il rischio futuro di demenza e del morbo di Parkinson, un'abitudine duratura all'attività fisica, specie in esercizi che migliorano la forza fisica, assicura benefici al cervello nelle differenti fasi della vita, ed allo stesso tempo può avere effetti diretti sulla sua struttura e sulle sue funzioni. Questi benefici possono essere differenti nell'arco della vita". In pratica dagli studi esaminati è emerso che l'attività fisica nell'adolescenza è il più forte fattore protettivo contro il deficit cognitivo a 71 anni; mentre le età fra 40 e 60 anni sono quelle in cui sarebbe importante costruire le difese contro la demenza: alcuni dei cambiamenti nel cervello che possono portare a questa patologia possono, infatti, prendere piede già 20 anni prima che compaiano problemi di memoria. In tal proposito la ricercatrice australiana ha proseguito affermando: "Precedenti studi hanno mostrato come le persone di 70-80 anni che hanno svolto un'attività fisica moderata o intensa per 150 minuti a settimana per più di 5 anni, risultano avere il 40% in meno di possibilità di sviluppare la demenza". Inoltre è stato rilevato che tutta l'attività fisica, (purché sia regolare), può prevenire l'ipertensione ed il diabete mellito di tipo 2, che nel tempo possono danneggiare i delicati vasi sanguigni del cervello, aumentando così il rischio di sviluppare la demenza. Naturalmente, come noto, l'esercizio aerobico andrebbe idealmente combinato con esercizi di resistenza che permettono di aumentare la forza fisica. In tal proposito la stessa Helen Macpherson ha, infine, concluso dichiarando: "In passato si riteneva che gli esseri umani nascevano con tutte le cellule cerebrali e che queste sarebbero durate tutta la vita. Tuttavia ora sappiamo che nell'ippocampo, (la parte del cervello interessata alla memoria), le cellule cerebrali si possono rigenerare nel corso della vita e che l'esercizio può promuovere una nuova crescita. Uno dei benefici dell'addestramento alla resistenza riguarda, infatti, l'aumento della produzione dell'ormone della crescita chiamato IGF, (ossia Insulin-like Growth Factor), il quale a sua volta ha una forte influenza sulla memoria".


sabato 19 agosto 2017

UNOPIÙ presenta l'infografica "Roma città del cinema".


Lo stretto rapporto tra Roma ed il cinema dura ormai da decenni: sono tanti i film che, nel corso degli anni, hanno avuto come sfondo la cosiddetta "Città Eterna", (e non solo), e sono innumerevoli gli eventi e le iniziative cinematografiche che ogni anno vengono organizzate nella Capitale. Non a caso, con l'arrivo dell'estate, è stato rinnovato il consueto appuntamento con il cinema all'aperto ed, in vista di questo, UNOPIÙ, (azienda specializzata in arredamento da esterno e famosa per aver fornito l'amaca Amanda durante le riprese de La Grande Bellezza, il film premio Oscar di Paolo Sorrentino), ha deciso di realizzare l'infografica "Roma città del cinema" che ripercorre, appunto, la storia del cinema a Roma dagli anni '20 fino agli anni '90. In pratica l'infografica in questione spiega come la storia del cinema romano sia iniziata nel 1924 con la fondazione dell'Istituto LUCE e diversi anni dopo, nel 1937, di Cinecittà. Da lì in poi il cinema romano ha fatto dei passi da gigante, passando dai primi documentari fino ad arrivare a veri e propri capolavori cinematografici: da Roma città aperta fino, appunto, a La Grande Bellezza, passando dal neorealismo rosa, le commedie, (tra cui, ad esempio, Poveri ma belli; Belle ma povere; Le ragazze di Piazza di Spagna; e Guardi e Ladri), i film polizieschi, quelli politici, quelli western, (con le opere di Sergio Leone), gli horror di Dario Argento ed i vari cinepanettoni dei fratelli Enrico e Carlo Vanzina. Inoltre in questi anni si sono affermato i grandi attori romani come Alberto Sordi, Nino Manfredi e Carlo Verdone. Tra l'altro da questa infografica emerge anche che Roma è un set cinematografico perfetto per qualsiasi genere di film: sono tante le pellicole che, grazie alla maestosità dei monumenti e la bellezza dei vicoli e dei quartieri, sono diventati famosi, (da Cabiria del 1914 a Suburra del 2015, passando per Un americano a Roma, Ladri di biciclette, I soliti ignoti, Il sorpasso, C'eravamo tanto amati, Nuovo Cinema Paradiso, Romanzo Criminale e Youth - La giovinezza). Difatti, per esempio, non si può non pensare a La Dolce Vita senza avere davanti agli occhi la scena della Fontana di Trevi con Marcello Mastroianni e Anita Ekber, o a Vacanze Romane senza avere in mente la scena in cui Gregory Peck si sottopone alla prova della Bocca della Verità, oppure ancora a La Grande Bellezza senza pensare ai luoghi di Roma immortalati alla perfezione da Paolo Sorrentino, quali il Colosseo, le Terme di Caracalla, il Gianicolo ed il Palazzo Spada. Ad ogni modo oltre ad essere il set cinematografico più bello del mondo, Roma è sede anche degli eventi cinematografici più importanti quali: il David di Donatello, Globo d'oro ed il Festa del Cinema di Roma. Come se non bastasse a testimoniare l'importanza che ha il grande schermo a Roma, è anche il numero dei cinema: sono 351 le sale cinematografiche presenti sul territorio romano e 161.056 gli spettacoli tenutosi nel giro di 6 mesi.

Di seguito la suddetta infografica:
https://www.unopiu.it/wp/wp-content/uploads/2017/08/unopiu%CC%80_cinema_2707.jpg
In collaborazione con BizUp ed UNOPIÙ.



venerdì 18 agosto 2017

Motorola brevetta un display che si auto-ripara con il calore.


Come molti sapranno, lo schermo di uno smartphone è senza dubbio l'elemento più fragile e soprattutto uno dei più costosi da sostituire; motivo per il quale in questi giorni Motorola ha depositato presso lo United States Patent and Trademark Office, (noto anche con la sigla USPTO), un brevetto di 27 pagine nelle quali viene descritta una tecnologia che potrebbe risolvere una volta per tutte il problema dei display rotti: si tratta di una particolare tecnica che permette agli schermi dei dispositivi di auto-ripararsi grazie al calore. Per entrare un po' più nel dettaglio, la tecnologia descritta dal produttore statunitense prevede l'impiego di un polimero a memoria di forma, vale a dire un materiale che, come suggerisce lo stesso nome, è in grado di ritornare alla sua forma originaria dopo una deformazione, appunto, grazie all'ausilio di una piccola quantità di calore. In pratica quello che suggerisce Motorola è di usare questo polimero per la realizzazione dello strato superiore dello schermo, invece del vetro o della comune plastica. Inoltre alcuni sensori installati sotto il display rileveranno eventuali danni, (graffi o piccole lesioni), e, tramite un'apposita applicazione, verrà chiesto all'utente di indicare l'area interessata, disegnando una forma intorno ad essa. Per di più anche se il calore necessario per l'autoriparazione verrà generato dallo stesso smartphone, il sistema funziona anche con il calore del corpo umano, (e quindi teoricamente lo schermo potrebbe ripararsi da solo anche quando il dispositivo si trova nella tasca dei pantaloni), ed il risultato finale dipenderà ovviamente dall'entità del danno. Tra l'altro, anche se è più economico del vetro e risulta essere meno piacevole al tatto, questo polimero potrebbe essere sfruttato per realizzare schermi dei cosiddetti "dispositivi rugged", (ossia quelli utilizzati in ambienti in cui facilmente il device si potrebbe danneggiare), oppure per bambini. Comunque sia per il momento non è dato sapere se questa soluzione futuristica possa un giorno arrivare realmente sul mercato, in quanto abbastanza spesso molti brevetti rimangono, infine, solo sulla carta.

Di seguito alcune immagini del suddetto brevetto:
https://s28.postimg.org/5exkc6f7x/0-002.png
https://s28.postimg.org/hjctt5s3x/0-003.png
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...ed un video che spiega il funzionamento dei polimeri in questione:



giovedì 17 agosto 2017

Deadpool 2: La stunt-woman Joi Harris muore in un incidente sul set; sospese le riprese.


Come si è visto più volte, quello dello stuntman è un lavoro abbastanza pericoloso dove a volte si verificano incidenti che possono portare a più o meno gravi ferimenti o addirittura alla morte. Ed infatti, dopo il grave infortunio della controfigura di Milla Jovovich sul set di Resident Evil: The Final Chapter ed la recente morte di John Bernecker durante le riprese dell'8ª stagione di The Walking Dead, lo scorso Lunedì, secondo quanto dichiarato dalla polizia di Vancouver, una stunt-woman è morta in un incidente mentre girava una scena in motocicletta sul set di Deadpool 2. In pratica la donna si chiamava Joi "S.J." Harris era stata ingaggiata come controfigura di Zazie Beetz, (ovvero l'interprete di Domino), e stava girando una scena di inseguimento in sella ad una Ducati nera quando ha perso il controllo del veicolo, che l'ha sbalzata contro un vicino edificio. Sfortunatamente la donna era priva di casco, in quanto la scena prevedeva che anche Domino lo fosse, e quindi il trauma cranico riportato nella caduta purtroppo le è risultato fatale. In merito all'accaduto la 20th Century Fox ha rilasciato un breve comunicato nel quale si può leggere: «Siamo estremamente rattristati dall'incidente avvenuto sul set di Deadpool 2 questa mattina. I nostri cuori e le nostre preghiere sono con la famiglia, gli amici ed i colleghi del membro del nostro staff, durante questo periodo difficile». Mentre alcune ore dopo l'incidente anche Ryan Reynolds, l'attore che interpreta Deadpool, ha pubblicato sul suo profilo Twitter un messaggio nel quale ha scritto: «Oggi, abbiamo tragicamente perso un membro del nostro staff durante le riprese di Deadpool. Siamo distrutti, scioccati e devastati… ma ci rendiamo conto che nulla potrà avvicinarsi al lutto ed all'inspiegabile dolore che la sua famiglia ed i suoi cari devono provare in questo momento. Il mio cuore va a loro — insieme ad ogni singola persona che lei ha conosciuto in questo mondo». Naturalmente la produzione del film, diretto da David Leitch, (dopo l'abbandono di Tim Miller dovuto a "divergenze creative" con l'attore protagonista), e che dovrebbe arrivare nei cinema nel 2018, è stata momentaneamente fermata fino a data da stabilirsi.

Di seguito un reportage realizzato dalla CBC:




mercoledì 16 agosto 2017

Osservato per la prima volta il "dialogo" tra due fotoni.


In questi giorni alcuni ricercatori del CERN di Ginevra e dall'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, (noto anche con la sigla INFN), sono riusciti ad osservare per la prima volta due particelle di luce "dialogare" tra loro, grazie alla modifica del loro impulso, l'energia e la direzione. In pratica questo fenomeno, descritto sulla rivista Nature Physics e sul sito dell'INFN, è stato osservato da ATLAS, ovvero uno dei sei rivelatori di particelle costruiti per il Large Hadron Collider, (il più grande acceleratore di particelle del mondo conosciuto anche con la sigla LHC), e si tratta un risultato molto significativo perché l'interazione fra particelle di luce, (scientificamente note come fotoni), non è prevista dalla teoria classica dell'elettromagnetismo e rappresenta una delle prime previsioni dell'elettrodinamica quantistica, (o QED). Al riguardo Marina Cobal, coordinatrice per l'INFN dell'esperimento ATLAS, ha dichiarato: "Questo risultato è molto importante: si tratta della prima prova diretta che la luce interagisce con sé stessa alle alte energie. Questo fenomeno non è contemplato dall'elettromagnetismo classico e quindi quanto osservato fornisce una significativa prova della nostra comprensione della teoria quantistica dell'elettromagnetismo". Tuttavia per ottenere questo risultato i ricercatori hanno dovuto aspettare a lungo ed hanno dovuto studiare oltre 4 miliardi di eventi: si riteneva da tempo che sarebbe stato possibile riuscire ad osservare il fenomeno alle energie altissime raggiunge dall'acceleratore LHC nella nuova fase di attività e le speranze non sono andate deluse, in quanto i dati raccolti nel 2015, (ovvero quando nell'acceleratore si sono scontrati ioni di piombo ad energie senza precedenti), hanno portato all'individuazione di 13 candidati per il cosiddetto "scattering fotone-fotone" ed all'osservazione del "dialogo" in questione. Per farla breve, quando i pacchetti di ioni di piombo risultavano essere accelerati intorno ad essi si è generato un enorme flusso di fotoni e successivamente quando questi ioni si sono incontrati al centro del rivelatore ATLAS, solo pochi hanno effettivamente colliso, ed i fotoni vicini hanno potuto interagire l'uno con l'altro, cominciando, appunto, a "dialogare" fra loro. Comunque sia, come hanno spiegato loro stessi,

 i fisici di ATLAS continueranno a studiare il fenomeno in questione durante il prossimo esperimento con ioni pesanti all'interno del LHC, previsto, infine, per il 2018.